E’ da un po’ di giorni che ho perduto completamente la percezione dello spazio e del tempo. Mi sembra di essere trasportato da un punto all’altro tra ricordi e premonizioni come un’onda che viaggi per inerzia da costa a costa senza mai infrangersi nè perdere la propria forma.
Come l’altra mattina mi sono svegliato per miracolo trafitto dalle luce che penetrava dalle persiane, una maledetta giornata di primavera ho pensato, una delle tante, adesso con questi uccellini bastardi ad anticipare lo sferragliare del tram, l’aria calda e quell’odore di natura in fiore che inebria le narici e nausea l’ennesimo risveglio. Siamo seduti sul letto, con i piedi penzoloni, pronti al rito caffè-barba-bidet, tira la camicia di qua, infila i pantaloni di là ed i calzini perduti in chissà quale angolo della casa, pazienza, poi precipitarsi per le scale come per afferrare chissà quale appuntamento importante e poi fuori dal portone, in un lago di luce che fa male agli occhi.
All’improvviso dimenticare dove si è diretti, dimenticare tutto, anche come si fa a camminare, mettere un passo timido, poi correggersi e ritornare nella posizione originaria.
Accorgersi che la testa gira vorticosamente in senso antiorario, che tutto il mondo ti osserva da un punto di precario equilibrio, come la visione delle cose diventi relativa, crollare di fronte alla propria incertezza, ed il peso del proprio passato, così come la forza delle proprie speranze sciogliersi nel bianco bruciato di pupille immobili.
Siete fottuti, pensate.
Passate mezz’ora a sbattere le palpebre e decidere se questo è l’ennesimo scherzo della vostra mente od un complotto orchestrato per tagliarvi fuori da tutto. Non siete ancora giunti ad una conclusione che il vostro cuore comincia a rallentare, il sudore si asciuga sulla vostra fronte, la vista torna a fuoco, e vi trovate nel solito guazzabuglio di fretta e teste basse di una mattina qualunque di una qualunque città. Vi accommodate sulla panchina, chiudete gli occhi e respirate a fondo. Sentite urla, cori e fischi in direzione della stazione, aprite gli occhi all’improvviso e vi trovate di fronte una locandina dei Radiohead. Suonano in città, nella piazzetta storica, a 170 euro l’ingresso. Quei prezzolati dei Radiohead.
Siete ancora lì a ridacchiare di tutti quei poveretti ancora ottenebrati dal potere divinatorio di Yorke e compagni, quando vi accorgete che qualcosa non va. La signora che vende giornali all’angolo è sparita, così come il bar di quel capellone rubaspecchi sotto casa. Il fisarmonicista barbone, il falegname ubriacone, il fabbro avido, il rabbino, le macchine, l’asfalto, lo smog ed i clacson, qualsiasi cosa sparita nel silenzio di alberi e di una valle ancora addormentata d’inverno. Vi prende il panico. Dove vi trovate? Scattate in piedi e cominciate a correre a destra e manca, ma non andate da nessuna parte. Siete sempre al punto di partenza.
Poi li vedete. Un esercito di caschi e manganelli, ed un esercito di volti scoperti, incazzati. Uno contro l’altro. Uno urla, l’altro è muto. Uno schiuma sdegno, l’altro digrigna mascelle. Uno pretende giustizia dallo stato, l’altro esegue la giustizia dello stato. Ma lo stato qui non c’è. Lo stato è altrove, nei salotti buoni dei destini del mondo, servilmente allineato ai dettami dei propri padroni, disposto a tutto pur di conservare il vecchio che avanza. Lo stato è come quell’ubriacone sverso sui tavolini di una bettola di quart’ordine, che all’improvviso sente una fitta tremenda all’altezza del fegato, e comincia a picchiare con violenza sul fianco, sempre più forte, sempre più violentemente, finchè non affoga il dolore in un dolore più grande, e poi dritti verso il prossimo bicchierino. Fino alla fine.
Siamo a questo punto. Il costato dolente, fasciato in bandiere bianche, chiede di essere ascoltato, il braccio ed il pugno aspettano solo dalla mente l’ordine di affondare il colpo. Alla mente va bene così, se ne infischia e butta giù il bicchierino. E ai contendenti non rimane che darsi battaglia, pronti d’odio e di nervi a pezzi, inconsapevoli che se uno dei due manca, tutto il sistema crolla.
Un ragazzo si stacca dalle linee ed arriva al fronte nemico. S’affaccia dallo scudo arrogante, calmo impertinente, forse stanco, magari vessato d’abuso: “Pecorella, sei venuto a sparare?” . Mi chiedo: Pecorella Gaetano! Proprio tu che legiferavi di pubblici ministeri incompetenti, ti sei messo a sparare, su quattro poveracci poi, orsù Pecorella! Stai calmo almeno tu, che l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio. Gente che ama la gente, stronzi che amano stronzi, dei coprofagi, ma va bene così, finchè i fiumi non scorrono rossi. E Pecorella sta calmo, inghiotte amaro, che lui omonimo per caso I soldi non ce li ha, c’ha famiglia, tre figlie, pure una nei centri sociali, ed oggi ha paura, ha paura che ci sia sua figlia dall’altra parte, e se arriva l’ordine di caricare?
Parafrasando un certo Pasolini, nel marzo del ’68, quando a Valle Giulia una santa allenza fasciocomunista di studenti, tra cui Giulianone nostro, si scontrò con la polizia, con Santo Michele Placido Pio tra le sue fila, per quanto un’idea possa essere giusta, condivisa, e irreprensibilmente difesa, il significato delle nostre azioni non sempre aderisce al nostro pensiero. La violenza non parlamenta per progresso, spacca ossa ed incrudisce l’anima. E se difendi I poveri e quelli che combatti mangiano meno di te, non sei un eroe, sei solo un balordo figlio di papà che gioca a fare il subcomandante. Vero Giulianone?
Ma in valle tutto questo non c’è. Tutto appare dimenticato. Nella furia della battaglia tutto sembra ovattato, rallentato, silente. Lo Stato sbraita, si lamenta, questa è lesa maestà! Le regole! Questi anarchici insurrezionalisti, “sblacksblocs!, oh ragassi!” Vogliamo tornare agli anni di piombo, siete qua ad imbrattare muri, a fermare il progresso, la modernità, lo “spreds” che s’ingrossa?
No, non sono anni di piombo, sono anni di merda. Purtroppo dopo 40 anni non c’è modo di farsi sentire, di gridare il proprio disagio, senza cadere nel teatrino degli stereotipi, senza vederti la faccia picconatrice davanti che ti scruta con sfida e sentenzia il tuo agire criminale. Lo stato sbava. Il popolo subisce.
Giocare col mondo, facendolo a pezzi.
Prima febbraio, poi marzo, verrà aprile. A maggio ci vuole coraggio. A giugno sciacquiamo le palle al mare. Luglio, agosto, settembre? (Nero).
“Lascia la rabbia. Lascia il dolore. Lascia le armi. Lascia le armi e vieni. Vieni e viviamo o mia amata, e la nostra coperta sarà la pace”
In un mondo di neomelodici, di immanicati prestigiatori di orribili colonne sonore, di sperimentatori leccaculo, cialtroni e boriosi, che fine ha fatto il rock? E’ davvero morto quarant’anni fa? O non è mai esistito? Scomparso, cancellato, riplasmato sulle facce beote di chi ancora non ha capito gli errori del passato? Era così negli anni 70, così oggi. Il rock allora prese una strada sotterranea, che I più non capirono, o stravolsero. Chi lo sa.
Il progressive rock nacque da un’esigenza dei tempi di dare risposte nel caos più completo di idee, nella speranza di un nuovo ordine, cercare di esplorare quanto di più autentico negli anfratti delle proprie coscienze. Complessità, armonia, ricerca elegante di vere emozioni. Un ragionamento fine e profondo, non bianco o nero, vittoria o sconfitta, distruzione o conservazione. Era politica, filosofia, poesia, sofisticato esercizio tecnico, uno sforzo sovraumano di cercare risposte quando sembra impossibile trovarle, era evoluzione. Poi arrivò il punk. E tutto tornò come prima. Pecore che combattevano altre pecore. Ed I lupi godevano.
Che fine hanno fatto gli Area?
Uno vuol difendere la sua terra. Sale sul traliccio dell’alta tensione. Gli altri vogliono difendere l’ordine. Lo inseguono arrampicandosi sul traliccio. Le ruspe scavano, sradicano e distruggono. Sta per scapparci il morto, un’altra volta.
Dov’è il Banco del mutuo soccorso, la Premiata Forneria Marconi?
Alcuni picchiano, gli altri rispondono, allora picchiano più forte.
Dove sono gli Yes, I Genesis, I King Crimson?
Dov’è l’umanità in tutto questo, dov’è la giustizia adesso, chi la chiede? chi la esegue?
Dove sono I Soft Machine?
Dove mi trovo? In quale faida? In quale posto dimenticato da Dio? Dov’è la democrazia adesso? Dov’è l’ordine, la luce, la dignità di un popolo? Qui c’è solo distruzione, ignoranza, volontà autoritaria. Il “perchè si!” non è una risposta. Quale Stato è così masochista ed idiota da combattere una parte di se stesso?
L’onda svanisce, le visioni scompaiono, il progresso è lontano, tutto torna al colorato mondo di farfalle inguinali, canzonette d’amore, poi lacrime ed ancora sangue. E’ l’Europa che ce lo chiede.
Benvenuti a Bussoleno, Val di Susa, Piemonte, Italia.