NO WAV(E) – copertina KFM 8/3/2012

E’ da un po’ di giorni che ho perduto completamente la percezione dello spazio e del tempo. Mi sembra di essere trasportato da un punto all’altro tra ricordi e premonizioni come un’onda che viaggi per inerzia da costa a costa senza mai infrangersi nè perdere la propria forma.

Come l’altra mattina mi sono svegliato per miracolo trafitto dalle luce che penetrava dalle persiane, una maledetta giornata di primavera ho pensato, una delle tante, adesso con questi uccellini bastardi ad anticipare lo sferragliare del tram, l’aria calda e quell’odore di natura in fiore che inebria le narici e nausea l’ennesimo risveglio. Siamo seduti sul letto, con i piedi penzoloni, pronti al rito caffè-barba-bidet, tira la camicia di qua, infila i pantaloni di là ed i calzini perduti in chissà quale angolo della casa, pazienza, poi precipitarsi per le scale come per afferrare chissà quale appuntamento importante e poi fuori dal portone, in un lago di luce che fa male agli occhi.

All’improvviso dimenticare dove si è diretti, dimenticare tutto, anche come si fa a camminare, mettere un passo timido, poi correggersi e ritornare nella posizione originaria.

Accorgersi che la testa gira vorticosamente in senso antiorario, che tutto il mondo ti osserva da un punto di precario equilibrio, come la visione delle cose diventi relativa, crollare di fronte alla propria incertezza, ed il peso del proprio passato, così come la forza delle proprie speranze sciogliersi nel bianco bruciato di pupille immobili.

Siete fottuti, pensate.

Passate mezz’ora a sbattere le palpebre e decidere se questo è l’ennesimo scherzo della vostra mente od un complotto orchestrato per tagliarvi fuori da tutto. Non siete ancora giunti ad una conclusione che il vostro cuore comincia a rallentare, il sudore si asciuga sulla vostra fronte, la vista torna a fuoco, e vi trovate nel solito guazzabuglio di fretta e teste basse di una mattina qualunque di una qualunque città. Vi accommodate sulla panchina, chiudete gli occhi e respirate a fondo. Sentite urla, cori e fischi in direzione della stazione, aprite gli occhi all’improvviso e vi trovate di fronte una locandina dei Radiohead. Suonano in città, nella piazzetta storica, a 170 euro l’ingresso. Quei prezzolati dei Radiohead.

Siete ancora lì a ridacchiare di tutti quei poveretti ancora ottenebrati dal potere divinatorio di Yorke e compagni, quando vi accorgete che qualcosa non va. La signora che vende giornali all’angolo è sparita, così come il bar di quel capellone rubaspecchi sotto casa. Il fisarmonicista barbone, il falegname ubriacone, il fabbro avido, il rabbino, le macchine, l’asfalto, lo smog ed i clacson, qualsiasi cosa sparita nel silenzio di alberi e di una valle ancora addormentata d’inverno. Vi prende il panico. Dove vi trovate? Scattate in piedi e cominciate a correre a destra e manca, ma non andate da nessuna parte. Siete sempre al punto di partenza.

Poi li vedete.  Un esercito di caschi e manganelli, ed un esercito di volti scoperti, incazzati. Uno contro l’altro. Uno urla, l’altro è muto. Uno schiuma sdegno, l’altro digrigna mascelle. Uno pretende giustizia dallo stato, l’altro esegue la giustizia dello stato. Ma lo stato qui non c’è. Lo stato è altrove, nei salotti buoni dei destini del mondo, servilmente allineato ai dettami dei propri padroni, disposto a tutto pur di conservare il vecchio che avanza. Lo stato è come quell’ubriacone sverso sui tavolini di una bettola di quart’ordine, che all’improvviso sente una fitta tremenda all’altezza del fegato, e comincia a picchiare con violenza sul fianco, sempre più forte, sempre più violentemente, finchè non affoga il dolore in un dolore più grande, e poi dritti verso il prossimo bicchierino. Fino alla fine.

Siamo a questo punto.  Il costato dolente, fasciato in bandiere bianche, chiede di essere ascoltato, il braccio ed il pugno aspettano solo dalla mente l’ordine di affondare il colpo.  Alla mente va bene così, se ne infischia e butta giù il bicchierino.  E ai contendenti non rimane che darsi battaglia, pronti d’odio e di nervi a pezzi, inconsapevoli che se uno dei due manca, tutto il sistema crolla.

Un ragazzo si stacca dalle linee ed arriva al fronte nemico. S’affaccia dallo scudo arrogante, calmo impertinente, forse stanco, magari vessato d’abuso: “Pecorella, sei venuto a sparare?” . Mi chiedo: Pecorella Gaetano! Proprio tu che legiferavi di pubblici ministeri incompetenti, ti sei messo a sparare, su quattro poveracci poi, orsù Pecorella! Stai calmo almeno tu, che l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio. Gente che ama la gente, stronzi che amano stronzi, dei coprofagi, ma va bene così, finchè i fiumi non scorrono rossi.  E Pecorella sta calmo, inghiotte amaro, che lui omonimo per caso I soldi non ce li ha, c’ha famiglia, tre figlie, pure una nei centri sociali, ed oggi ha paura, ha paura che ci sia sua figlia dall’altra parte, e se arriva l’ordine di caricare?

Parafrasando un certo Pasolini, nel marzo del ’68, quando a Valle Giulia una santa allenza fasciocomunista di studenti, tra cui Giulianone nostro, si scontrò con la polizia, con Santo Michele Placido Pio tra le sue fila, per quanto un’idea possa essere giusta, condivisa, e irreprensibilmente difesa, il significato delle nostre azioni non sempre aderisce al nostro pensiero. La violenza non parlamenta per progresso, spacca ossa ed incrudisce l’anima. E se difendi I poveri e quelli che combatti mangiano meno di te, non sei un eroe, sei solo un balordo figlio di papà che gioca a fare il subcomandante. Vero Giulianone?

Ma in valle tutto questo non c’è. Tutto appare dimenticato. Nella furia della battaglia tutto sembra ovattato, rallentato, silente. Lo Stato sbraita, si lamenta, questa è lesa maestà! Le regole! Questi anarchici insurrezionalisti, “sblacksblocs!, oh ragassi!”  Vogliamo tornare agli anni di piombo, siete qua ad imbrattare muri, a fermare il progresso, la modernità, lo “spreds” che s’ingrossa?

No, non sono anni di piombo, sono anni di merda. Purtroppo dopo 40 anni non c’è modo di farsi sentire, di gridare il proprio disagio, senza cadere nel teatrino degli stereotipi, senza vederti la faccia picconatrice davanti che ti scruta con sfida e sentenzia il tuo agire criminale. Lo stato sbava. Il popolo subisce.

Giocare col mondo, facendolo a pezzi.

Prima febbraio, poi marzo, verrà aprile. A maggio ci vuole coraggio. A giugno sciacquiamo le palle al mare. Luglio, agosto, settembre? (Nero).

“Lascia la rabbia. Lascia il dolore. Lascia le armi. Lascia le armi e vieni. Vieni e viviamo o mia amata, e la nostra coperta sarà la pace”

In un mondo di neomelodici, di immanicati prestigiatori di orribili colonne sonore, di sperimentatori leccaculo, cialtroni e boriosi, che fine ha fatto il rock? E’ davvero morto quarant’anni fa? O non è mai esistito? Scomparso, cancellato, riplasmato sulle facce beote di chi ancora non ha capito gli errori del passato? Era così negli anni 70, così oggi. Il rock allora prese una strada sotterranea, che I più non capirono, o stravolsero. Chi lo sa.

Il progressive rock nacque da un’esigenza dei tempi di dare risposte nel caos più completo di idee, nella speranza di un nuovo ordine, cercare di esplorare quanto di più autentico negli anfratti delle proprie coscienze. Complessità, armonia, ricerca elegante di vere emozioni. Un ragionamento fine e profondo, non bianco o nero, vittoria o sconfitta, distruzione o conservazione. Era politica, filosofia, poesia, sofisticato esercizio tecnico, uno sforzo sovraumano di cercare risposte quando sembra impossibile trovarle, era evoluzione. Poi arrivò il punk. E tutto tornò come prima. Pecore che combattevano altre pecore. Ed I lupi godevano.

Che fine hanno fatto gli Area?

Uno vuol difendere la sua terra. Sale sul traliccio dell’alta tensione.  Gli altri vogliono difendere l’ordine. Lo inseguono arrampicandosi sul traliccio. Le ruspe scavano, sradicano e distruggono. Sta per scapparci il morto, un’altra volta.

Dov’è il Banco del mutuo soccorso, la Premiata Forneria Marconi?

Alcuni picchiano, gli altri rispondono, allora picchiano più forte.

Dove sono gli Yes, I Genesis, I King Crimson?

Dov’è l’umanità in tutto questo, dov’è la giustizia adesso, chi la chiede? chi la esegue?

Dove sono I Soft Machine?

Dove mi trovo? In quale faida? In quale posto dimenticato da Dio? Dov’è la democrazia adesso? Dov’è l’ordine, la luce, la dignità di un popolo? Qui c’è solo distruzione, ignoranza, volontà autoritaria. Il “perchè si!” non è una risposta. Quale Stato è così masochista ed idiota da combattere una parte di se stesso?

L’onda svanisce, le visioni scompaiono, il progresso è lontano, tutto torna al colorato mondo di farfalle inguinali, canzonette d’amore, poi lacrime ed ancora sangue. E’ l’Europa che ce lo chiede.

Benvenuti a Bussoleno, Val di Susa, Piemonte, Italia.

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L’artishta mancato

E’ dura non poterti parlare, o non riuscire a parlarti che poi è la stessa cosa, come un’intera catastrofe naturale racchiusa in una crisalide di imbarazzo, pronta, pungolata, zac-zac-zac, ad ogni minuto, ora, giorno, sempre uguali, pisciati controvento. Non è facile incontrare i tuoi occhi, che quasi di inconsapevole destino si tratta, di non poter sfiorare per un attimo il concreto, la creazione, la soddisfazione ultima del compiere. Solo a parlare di parole, come un sogno di un sogno, senza il brivido della Sostanza, rimane solo una delle tante forme, pur perfetta.

E fu controluce, tra i contorni del buio, che un giorno, non lontano mi dico per questo, che nulla è ricordo se non è ancora accaduto, ti cercavo febbrilmente tra stuoli di giuovani affamati di bellezza, tosti a ravanare tra i rifiuti dell’immaginazione, per essere pronti, meritevoli, “allonzanfandelapatrì” impettiti, ad un nuovo spettacolo di sagome ed ombre, nel bosco di addobbi natalizi e trac-trac-trac- trascinati umori trasognati di verginale indifferenza. E lì potevi vedere tutti, faccia dopo faccia, gli speranzosi cavalieri consumati dall’attesa, nell’umidità di una provincia mai troppo lontana, riferirsi e complottarsi ad un unico piatto di sudicio ed immorale conformismo, decantarsi creativi, propositivi, costruttivi, mentre una cagna latra a tratti su note messe a caso, ed un muro di schiene giustapposte sotto il tuo naso ad impedirti la visione dello scempio, della blasfemia ultima, del travestire da cultura l’ennesimo moto di imperizia, tessere lodi di chi pur fa, se lo fa, ma con indubbia malavoglia.

Fu per l’anima delli mortacci loro che ti venni a cercare, nella cantinaccia delle virtù nascoste, perchè ero stanco del silenzio e dei cigolii del mio cervello, di quell’inutile immobilità pur dovuta agli incapaci, stanco di non incrociare più il tuo sguardo, che liquido dondola su zeppe di sughero e pantaloni attillati, e che gran culo mia cara, che eccezionale visione di ispirazione per tutti noi poveri pervertiti di idee, un gran gusto di tornare a quella violenta leggerezza del passato, per cui divoravamo strade, ponti e miglia e miglia, solo per stare al tuo fianco. Una forza della natura.

Tu non c’eri ancora e mi lasciasti all’imbarazzo di piccoli topolini artishti che si producevano nell’apologia del fallimento, quello altrui, gli sguardi tristi di impegno profuso a casaccio, che per carità, i buoni cristi che sacrificano il tempo alla tua causa ci sono sempre, ma sono costantemente circondati dalla manifesta incapacità di poveri illusi che credono  di sapere, che credono di volere, che credono di andare, oltre. E me ne dispiaccio. Un tuffo inconsapevole contro le onde.

Eccoli tutti schierati, c’è il poeta passeggiatore, tutto profuso in scenette di teatro di prosa, immerso nell’improrogabile impegno della brillante e continua creazione, per poi sciogliersi fuor di ogni dubbio alla distrazione di una coscia tacco dodici. Più in là il ghigno moralista dell’immoralizzatore, colui che attrae, come profeta anni ’80, un mare di pecore affascinate all’idea di una pala di fico d’india avvolta in scheda nulla di furono referenda costituzionali, e già serviti in colapasta di acciaio cromato di finissima fattura. E se povero coglione chiedi loro perchè, ti rispondono che è la storia, questa sconosciuta, a parlare per loro. La storia poi, ché il passato è una scurreggia che si porta via il vento, quel che conta, qui, ora, è che c’è una puzza da morire.

Poi ci sono gli animi sensibili, quelli che quando una formica muore non perdono tempo a prodursi in lunghe e lamentose litanie di dolore, sofferenza e mancanza di fregna. Sono blu, sono indie, sono inadeguati, alternativi, sono ribelli da salotto, rivoluzionari dell’amaro Montenegro, espressione di culture trasversali dai tavoli di un bar, propugnatori di bellezza dal podio di altissime montagne di sterco di vacca.

Si sentono amati, odiati, invidiati, ammirati, assurti al rango di  condottieri alternativi, realizzati, compiaciuti, soddisfatti, artishti. Ché poi il vero artista è insoddisfatto, tutti gli altri sono arrapati. Perseguitati per il loro credo, fede, personaggio, vittime di paranoie altrui, che per carità come fai a non stare scomodo di fronte alla purezza delle tue idee? Angeli, eroi e poi ancora martiri di un’eccellenza che non sfiora voialtri stronzi. Come dar loro torto.

Poveri e pur ricchi di spirito, li vedevi tutti insieme discutere ed acclarare, come principi e principesse di un regno che non è mai stato, mentre un genuino conato di vomito populista tornava imperioso a refluirmi in gola. Come darmi torto.

Poi sei finalmente arrivata, dal nulla di stanze vuote fino al centro dell’accolita di rancorosi eletti, e ho giurato di vedere un sorriso sul tuo volto. Ho ripensato a tutti i momenti in cui mi hai sorriso, in cui ti sono stato così vicino da poterti sfiorare, da sentire il tuo respiro contro il mio, mia cara Arte, musa, amica, amante.

Ti ho visto allargare materna le braccia, alludere alla congrega dei tuoi adepti e invitarmi a farne parte, che oggi tu sei così, di fascino imprevidibile ed estremo manco-li-punk, e Dio solo sa se per un attimo non ho pensato di annullarmi tra le tue braccia, di cedere alle tue lusinghe maliarde, di confodermi sogno nel sogno, a parlar di parole.

Con un gesto del cappello ho salutato e girato i tacchi e sono scomparso nella notte anonima del buco del culo del mondo. Che dare Sostanza alla Forma è di irresistibile bellezza, ma non è che ci si può mischiare tra cialtroni. Eccheccazzo.

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Il mantra del complotto – KFM 8/12/2011

Non ci sarebbe voluto poi molto, prima che la grigia figura del neo presidente del consiglio Monti evocasse,  con beneplacito di tutte le formazioni politiche, quella malsana idea di colpo di stato che da sempre cova in Italia, sotto le ceneri mai del tutto sopite del fascismo. Un novello Junio Valerio Borghese in vestito fumo di Londra e  American Express in mano, venuto dalle stanze buie del gruppo Bilderberg e Commissione Trilaterale, ad attuare quella che è la vera natura del pensiero liberale: la dittatura dei mercati e la religione dei soldi.

Ora, lo sappiamo tutti, i mercati sono delicati, facilmente irritabili se il populista di turno si azzarda anche solo per un attimo ad insinuare che in tempi di vacche magre debbano essere i privilegiati a pagare la crisi e non i miserabili. Falso. Falsissimo.

La sproporzione di ricchezza capitalista non deve essere toccata, ovviamente in misura minore rispetto all’assolutismo francese (vuoi che non si ricordino di quei prezzolati che tagliavano teste ad muzzum), in un equilibrio subdolo di principi e diritti, magnanimamente concessi ai poveracci, ma in via di fatto poca roba, perché il pallino della questione, cioè i soldi, rimangono sempre là, dove sono sempre stati. Diciamo che sia in tempi di vacche magre che in tempi di vacche grasse, le vacche rimangono sempre le stesse. Ossia svizzere.

Ora, se anche le ombre del governo Monti fossero così tetre da giustificare una congiura anti-democratica del Nuovo Ordine Mondiale, poco male direi. Perché ai nostri tempi la democrazia non esiste. E’ morta tanto tempo fa, come un mito lontano di memoria classica, in una tragedia sofoclea, che ha il volto di Antigone e le mani sporche di etica.

Nel quadro dei grigi congiurati i miserabili sono liberi. Liberi di scegliere se accettare la loro miseria pacificamente, o viceversa accettarla comunque ed essere relegati al rango di pazzi deliranti. Un po’ come nella religione cattolica direi, dove esiste il libero arbitrio, ma guai a scegliere! sennò fiamme eterne, forconi, torture e tutto il resto.

Vi pare libertà questa? Più che altro è una tortura psicologica. Ma non è detto che sia sbagliata.

Attenzione: la maggior parte di voi, pur ipoteticamente avendone la facoltà, non sa scegliere. Sebbene ingolfati in un substrato di concetti, sensazioni ed etiche costruite ad hoc, più che scegliere tentate di seguire il prossimo profeta. La giustificazione dell’oligarca è quella del pastore che guida un gregge di pecore smarrite. Ecco, ho detto tutto in un’aberrazione filosofica: ” Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro al bidè”.

Una volta accettato questo, lo sbriciolamento dell’idea di bene comune diventa automatico, uno sfacelo a cui dobbiamo assistere, come nel più brillante dei paradossi. Ecco affiorare come resti di cannibalismo le idee di congiura: è colpa degli ebrei, quelli hanno sempre denaro, come dimenticare la malizia di Shylock, di shakespeariana memoria, quello che reclama ostinato una libbra di carne in cambio del debito economico o morale, fate voi, dell’idealista Antonio, l’economista illuminato, il mercante del bene comune. Il mercante di Venezia è la chiave di lettura più lucida della situazione italiana di oggi. Ma senza il lieto fine.

E’ colpa dei savi sionisti, che protocollano il destino del mondo sin dalla notte dei tempi. Controllano la nostra mente, con sieri, macchine della verità, catastrofi apposite, controllano i terremoti, si auto-infliggono ferite mortali per conquistare la nostra fiducia e manipolarci. Sono gli alieni, i rettiliani, i mutanti, no sono demoni, bevono il nostro sangue. Se non ve ne rendete conto, tutte le soluzioni populiste ed anti-complottiste convergono verso il più grave lutto del secolo scorso. Poco tempo mancherà prima che il prossimo esasperato verrà a galla con la sua idea di pulizia etnica, solo per capirci qualcosa. Sembra quasi fisiologico. Ed in tanti temo lo seguiranno, perché è la natura pecorona umana.

No vi dico di lasciar perdere tutto, né bervi qualsiasi cosa vi si dica. Non cedete alla cultura del sospetto, né alle aperture ottimistiche ed ingiustificate.

Quando vi chiedono sacrifici in lacrime, non commuovetevi come se vi stessero facendo un favore, perché non siete i soli a dover pagare, perché accanto a voi ci sono tanti ghigni sornioni travestiti da lacrime, gli stessi in prima fila a pregare per la vostra anima al vostro funerale.

Un ricco genera ricchezza. Un milione di miserabili generano miseria. E’ un dato di fatto liberale. Ma non siate così stupidi da reagire sconsideratamente contro dei fantasmi, perché non siete voi a decidere le cause delle vostre battaglie.

Le rivoluzioni conclamate sono solo atti consapevoli di Alti Generali che muovono le loro inconsapevoli truppe verso il macello. E verso i loro interessi. Ricordatevelo, sempre.

Nausea è la parola giusta. E non dirò più nulla. Dietro ogni complotto ce n’è sempre uno più grande.

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La cospirazione A.B.B.A.: Agnosticismo Bancario Barbaramente Allucinogeno – copertina KFM 8/12/2011

Scusate il ritardo. Non è stata pigrizia, né casualità quella che non ci ha permesso di andare in onda. Volevamo solo aspettare.

Siamo partiti da un’idea nemmeno troppo sofisticata, quella di parlarvi del fenomeno ABBA, la band che a cavallo degli anni ’70, portò il pop a sfidare le grandi correnti del white blues, hard rock, psichedelia, glam, punk e new wave, la guerra ai colossi americani e britannici, partendo dalla piccola Svezia, alla conquista del mondo, con 375 milioni di dischi venduti. Sarebbe stata una puntata estremamente lineare, l’Abba Sound, dal sapore vagamente Spectoriano, i costumi appariscenti e a tratti ridicoli, i due autori, l’orso Benny ed il topolino Bjorn a sfornare hit, le due dee Agnetha ed Anni-Frid, voce,corpo ed immagine, tema d’adorazione e motivo di masturbazione compulsiva di massa. Sarebbe stato semplice delineare la genesi di un fenomeno a noi noto, ed altrettanto caro, vendere il proprio corpo per musica, la propria vita privata per popolarità, i propri vizi per nuova etica collettiva. Non è mica poi uno scherzo, l’isteria di massa per mezza tetta od un culo, o addominali scolpiti a tartaruga muove i governi, gli intellettuali e la cultura del popolo. Siatene soddisfatti, visto che ne fate ancora parte.

Sarebbe stato semplice dicevo, ma non è stato così. Di questi tempi, niente è semplice.

Ho seguito con estremo interesse l’evoluzione del post Berlusconi. Ho visto i rapporti di potere degli Illuminati sgretolarsi sotto i colpi del popolo dei dissidenti. Ho osservato con perversa delizia le scene di festa e giubilo per la distruzione di un ordine, di un equilibrio diventato insostenibile , ho quasi sperato che la rabbia del popolo potesse essere per la prima volta cosciente, coscienziosa, e soprattutto compatta. Qualcosa cambia. Un breve attimo di speranza che si è tramutato però in sconforto.

La gente si è divisa, raggiunto il loro scopo, come ogni capodanno, dopo lo spumante ed il trenino, tutti a casa, che l’indomani pranzo lungo con i parenti. Le piazze sono vuote, le tv sempre accese, Il Martin Giuliano che eretico dello cul fece riforma ancora predica consigli. Messo da parte (temporaneamente) l’ottavo nano, tutti soddisfatti e tutti contenti. La palla passa ai Grigi padroni, i Gandalf della terra del Mezzo Euro, venuti a salvarci dall’Ombra del fallimento. Non è cambiato poi molto, tranne per il fatto che oramai anziché genuinamente di fica, si parla di lacrime e sangue, di tenere duro, che farà male, e non sarà breve, di portare la vaselina che è sicuro, l’uccello padulo vola a mezza altezza. E’ cambiato questo: il bunga bunga da privato è diventato pubblico, da dietro ovviamente. Siete contenti?

Oggi si parla della dittatura delle banche, che l’Italia ha svenduto la sua democrazia. Per potersi salvare è andata dai cravattari con la faccia rassicurante col capo chino e cosparso di cenere. Fateci questo favore, ipotecateci. Ma questo non mi preoccupa, anzi. Per un paranoico come me, questo è tutto grasso che cola, un vaso di Pandora scoperchiato in cui sguazzare per i prossimi 30 anni.

Ciò che mi fa veramente sorridere è che come in uno dei più fervidi sogni Giacobbiani, l’italia si è divisa in complottisti ed anti-complottisti, quelli che hanno consegnato il paese nelle mani delle eminenze grigie che decidono i destini del mondo e gioiscono di cotanta “responsabilità”, e coloro che strenuamente combattono il sistema pluto-giudaico-massone, il signoraggio bancario e lo strategismo sentimentale. Si proprio loro: l’uomo dalle fini intuizioni politico-filosofiche, Umberto “rutto libero” Bossi, l’hobbesiano Roberto “polpaccio” Maroni, il santo che tenta di spiegare ad un popolo di vichinghi cornuti abituati al totem del dito medio ( o più probabilmente a se stesso) cosa sia il Leviatano. Roba da Lovecraft piuttosto. Ed ancora il martire Scilipoti, il mezz’uomo venuto ad estirpare i mali del mondo, il nuovo messia che parla agli uccelli, ma non nell’accezione mistica del Santo di Assisi, quanto piuttosto nel limite godereccio della santa dei camionisti, Jessica Rizzo. Poi si arriva al piatto forte, il decano di lungo corso, l’Alfonso Luigi “Esticazzi” Marra l’uomo che ha denunciato il signoraggio bancario intricandolo in un’allucinazione collettiva di pelo pubico di secondo letto ed imponenti riflessioni sulla vita degne delle migliori collezioni harmony. L’avvocato grafomane ci regala attimi di squisita follia, di sogno ultimo, predicatore di inflazioni talmente grandi da poterci finalmente pulire il culo con una banconota da 500. Ed infine ci manca lei, la Sarita un po’ sgualdrina e di formazione bocconiana, le chiappe armate del movimento, colei che strusciandosi su di un bancomat della Banca di Roma di fronte al teatro Quirino (Pomicino), più che boicottare il numero di prelievi, ha creato un luogo di culto per i pervertiti di mezza capitale. E dietro di loro uno stuolo di saltimbanchi nani e mignotte che neanche il circo Togni, semel in anno licet insanire.

In questo pubblico delirio da LSD, si collocano sullo sfondo Goldman Sachs, commissioni Trilaterali, gruppi Bilderberg, cospirazioni per il controllo della mente, Rettiliani, maccartisti, antisemiti di lungo corso, cospirazionisti che fosse per loro Licio Gelli neanche un lustrascarpe sarebbe. In questo clima apocalittico da repubblica di Weimar, pronti con le carriole di carta straccia per andare a comprare appena un tozzo di pane, attendiamo fiduciosi il nuovo squilibrato di turno che da tutta la colpa agli ebrei, in un bar di provincia stavolta, davanti ad un piatto di pasta e fagioli, con il suo libro autoprodotto e autocelebrato dal titolo “Le mie polluzioni (notturne)”, inveire contro l’ennesimo Bar Mitzvah consumato nel crepuscolo.

Mazel Tov miei cari.

Sapete qual è la mia grande paura? Dopo un 20ennio di gazzarra politica da stadio, in cui tutti eravamo divisi in curve spranghe e manganelli, siamo stati abituati alla logica del “con me o contro di me”. Tutto il nostro humus culturale di aspettative e critiche ruotava intorno ad un feticcio di cipria e capelli finti. Ed ora fattosi da parte, abbiamo bisogno di nuovi feticci, nuovi punti di riferimento, nuovi mostri da combattere. Ci hanno abituato alla teoria del complotto fin da piccoli.

Ora viaggiamo su una sottile linea di confine, a tratti veramente impercettibile, che separa il legittimo dal grottesco. Questa delle banche è veramente una congiura dei lunghi coltelli od una bufala di rassicurante omertà capitalista? Se siete già con la mano ai sanpietrini, state sbagliando. Lo stesso se ve la ridete sotto i baffi. Qualsiasi opinione avrete, dovrete fare i conti con coloro che avete vicino. Sarete tacciati di scilipotismo paranoide o casinismo inciucista, sarete strenui oppositori secessionisti e padani (esiste il grana padano, esiste la padania, roba che Aristotele ed Hegel facevano pompini sulla via emilia) o placidi vitelli responsabili bersaniani. Non c’è scampo. Oramai sono riusciti a saturare tutte le possibili soluzioni. Questa è la vera natura maligna del bipolarismo di opinioni. A meno che non torni alla carica Mastella con una nuova luccicante lettura cerchiobottista delle cose, degna del miglior Walter V. Ma sono solo briciole.

C’è un’unica via di scampo. Conoscere, studiare, avere necessario senso critico da formare un vostro pensiero. Non appoggiatevi ai leader. Non appoggiatevi ai sedicenti intellettuali, scrollatevi di dosso questo torpore pecorone da fiducia incondizionata in chi vi comanda perché non ve lo potete più permettere. Abbiate necessario coraggio di soppesare ogni parola, ogni concetto, ogni lungimirante messaggio di speranza di futuro che suona come delle condoglianze , ogni pacca sulle spalle.

Sconfiggete questo agnosticismo da pigrizia, di paura da responsabilità. Urge davvero essere compatti, senza nessuna crepa, né spiraglio, dove il marcio può ancora attecchire. Dobbiamo sconfiggere questa dittatura di opinioni, dalla base. Altrimenti non ne usciamo più.

Siate cauti col paradosso delle banche. Siate previdenti. Siate furbi. Non cedete alle lusinghe da bar di periferia di questi quattro barbari, uscite fuori da quest’ incubo di allucinazioni non vostre.

Fatelo anche per me, perchè i culi di Agnetha e Anni-Frid tornino ad essere solo una piacevole distrazione degli anni 70 e non più motivo di paternali radiofoniche.

Ed un ultima cosa: lo spumante stavolta stappatelo solo a cose fatte.

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La celebrazione del nulla [Copertina KFM 10/11/11]

” Se le porte della percezione fossero purificate tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”. Così, un giorno, potreste ritrovarvi a riconoscere i versi del poeta più sottovalutato della letteratura inglese sulla borsa di iuta di un gagno giovanotto, tutto curvo sul sedile di un tram, con gli occhi spenti ed il capo ciondolante, in un giorno qualsiasi , di un anno qualsiasi, con la pioggia ad inumidire le nostre anime, nel silenzio sferragliante che taglia in due la città, essere destati da un urlo:”Cazzo Morrison!” del gagno intorpidito,  mentre nelle  i-cuffie del suo i-pod passa una i-versione rimasterizzata di Break on Through dei the Doors.

Percezione e conoscenza. Aumentare le nostre capacità percettive cambia la nostra visione delle cose, la muta, la completa, fluidifica il cursus dei nostri pensieri  fino alla piena, ad un alluvione di stati mentali che rivoluziona le nostre coscienze. Come tutte le alluvioni può diventare una catastrofe, come tutti gli strumenti di liberazione, nelle mani sbagliate, diventare una prigione, una mostruosa incarnazione di dittatura della stupidità.

Il potere dell’immaginazione e l’equilibrio dell’esistenza umana nell’infinito cosmico, ciò che ci eleva dal rango di bestie a illuminati indottrinati fautori di progressismo. Progredire e specchiarci nella luminescenza della nostra evoluzione.

Prendete ad esempio il Big Bang alla Leopolda. Quale migliore occasione di lungimiranza umana, di progresso inesorabile, come il tempo, da vecchio a nuovo ed oltre, speranza di cambiare e tutto il resto. Invece il tempo si è fermato, è tornato indietro, come una fantomatica teoria cosmologica il big bang è imploso: un big crunch.

L’evoluzione dell’immaginazione si è fermata allo sguardo spento di quel ragazzino sul tram, ” Cazzo Morrison”, le menti illuminate oltre la percezione intortano avveniristiche giaculatorie su se stessi, le idee ed il nuovo che avanza. I Renzi, I Gori, il vuoto spinto dietro le loro parole, gente che crede di essere più intelligente di voi perché milita in un partito, o manipola nuovi trend attraverso i media. Arrivisti che si cullano del loro potere per prendere il posto dei vecchi arrivisti, i loro padri spirituali, incommensurabili sanguisughe che assorbono le vostre idee e riempiono il vostro cervello con il loro desiderio di comando. Loro amano il nulla nella vostra mente.

Questo perché oltre la percezione non ci si arriva copiando i miti. Non scrivendo frasi sui cessi di una scuola pubblica “Il polpo si cuoce nella sua stessa acqua” o ” Voglio sentire l’urlo della farfalla” e firmarli Jim Morrison. Non scolando bottiglie di whisky. Ehi, una novità, se fumate un mucchio di sigarette o frequentate ripetutamente prostitute non diventerete come Charles Bukowski, non scriverete”Donne”, né tantomeno  potreste definirvi intellettuali.

Senza la forza delle vostre idee, senza il potere della vostra immaginazione siete carne da macello, plasmabili e plasmati ad una acquiescente conformità di pensiero. E fareste bene a cominciare da giovani, perché quando sarete vecchi potreste anche pensare che tutto questo sia giusto, che il grande fratello sia davvero un eccezionale esperimento sociologico, che l’oligarchia della casta sia veramente l’unica espressione di democrazia, che i finti scontri e le discussioni nelle tribune politiche siano davvero garanzia di libertà di pensiero.

Già, il sommo pensiero, che non ci appartiene.

Bene, allora oggi attraverso la storia di Jim Morrison e i the Doors celebriamo i funerali dell’immaginazione ed al contempo l’estraniazione dalla realtà. Celebriamo la morte della speranza e l’autarchia della sofferenza, tanto ci pensano Vespa e la D’Urso a farci scappare la lacrimuccia.

Suvvia gente, per quanto minuscolo ed insignificante possa essere il barlume di verità negli occhi di una persona consapevole delle sue idee, quello è il momento giusto per staccarsi da questo mondo di plastica, dalla mano del destino infido, abbracciare l’inconsistenza delle nostre certezze ed elevarle a credo, a punto di partenza, mollare quello che è stato e ripartire da quello che sarà.

Uccidere Padre Inebetimento e Madre Consolazione, oltre i tacchi 12, le cravatte regimental, le soap opera ed i guru hi-tech.

Pensare differente non basta. Pensate autonomamente.

Noi viviamo insieme,  agiamo e reagiamo gli uni agli altri, ma sempre, in tutte le circostanze, siamo soli. I martiri quando entrano nell’arena si tengono per mano, ma vengono crocefissi soli” A. Huxley ” Le porte della percezione”, 1954.

Non date al vuoto che vi offrono nessuna possibilità, nessuno scampo, nessuna deferenza, non tendete mani, non allargate braccia, non fatela passare liscia. Rispondete a questi santoni blateranti malati di potere col nulla, si riparte da zero, si ricostruisce da capo.

Siate liberi di fare come vi pare, nessuna devozione e nessuna riconoscenza, siate liberi di rimanere anche così, galleggianti in questo liquido amniotico di bugie e sorrisi stiracchiati. Siate liberi di spegnere tutto e non ascoltare quanto vi si dice. Ma fatelo ora, perché fra poco inizia, direzione infinito, la pura celebrazione del nulla.

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Copertina KFM-Border Radio 20/10/2011

Provate a chiudere gli occhi ed immaginare questa scena: c’è una piazza piena di gente, uomini e donne, vestiti di pantaloni a zampa e camicie sbottonate, fiori tra i loro capelli. Gridano “Abbasso la Guerra!”, “Pace e Amore”, marciano compatti verso gli edifici dei potenti, verso i luoghi dove si decide il destino del mondo, credono che senza violenza possono far sentire la loro voce, uniti e compatti far prevalere la volontà di molti sull’autorità di pochi.

Può la guerra essere una risposta? Può la violenza essere la soluzione?

Questa è retorica signori miei. Gli anni ’60 ed i figli dei fiori sono un ricordo sbiadito, morti e sepolti coi loro ideali, seppelliti dalle grosse pance nutrite dal posto fisso statale, dalle menti intorpidite dalla televisione, dalle promesse di una democrazia di plastica, dal liberalismo di pura e saccente speculazione. I self-made-man: a conti fatti solo cialtroni e gentaglia.

Anche nel buio dei nostri giorni, se ci fate caso, il sogno torna a quell’epoca. Se prestate attenzione potete sentire  in sottofondo: All you need is love, Brown sugar, Sympathy for the devil, Helter Skelter, ed ancora se aguzzate la vista potreste vedere la vostra folla di hippie diventare variegata, chi i capelli a caschetto con frangia e stivaletti, chi la giacca di pelle e le linguacce, chi schitarra giocoso nell’aria, chi saltella come un coglione con un sottomarino giallo, chi gelido e triste sta in un angolo e ripensa al vecchio caro blues.

E’ il bipolarismo perfetto: o Beatles o Rolling Stones, radical o nasty, soft o hard, ecco i veri ribelli della piazza.

Una rivoluzione di droghe, eccessi, intense emozioni, ricerche proustiane  di identità perdute, vita, rinascita, contro vecchi ultrasettantenni ingessati che nella tua vita vedono solo il loro ennesimo fondo pensione. Che non arriva mai tra l’altro.

E allora che la nostra sia vera rivoluzione, libero sfogo di libero pensiero non liberale e fanculo le etichette, i partiti, fanculo i conservatori ed i progressisti, fanculo chi crede di essere depositario dell’unica verità intelligibile, che oltre il suo orticello fatto di condanne, richiami, leggine e mazze ferrate non ci sia altro, fanculo i primati di politica, filosofia, storia contemporanea,  fisica delle interazioni fondamentali e cucina biologica. Fanculo i marchi, i brand, le community, le comitive, Vasco Rossi e Ligabue.

Fanculo ai miti. Torniamo al punto di partenza. Siamo una folla di individui, ognuno diverso dall’altro, tanti Beatles, Rolling Stones, Talking Heads, David Bowie, Led Zeppelin, Ivan Graziani, Al Bano. Diversi. E siamo oltre quei poveracci incravattati che credono di averci in pugno, siamo oltre quei quattro stronzi che puntualmente ci mandate tra i piedi, camuffati, a spargere sangue, molotov, sanpietrini e bombe carta, siamo oltre la P38, l’OSS e Cossiga. Siamo stufi di assistere a questa tragica commedia di violenza e tensione per rabbonire ed impaurire la massa. Non non siamo una massa, non siamo (solo)  indignati, siamo un popolo migliore da voi. Oltre i Beatles, oltre i Rolling Stones, la vera rivoluzione comincia ora.

Non giusto il tempo di un pomeriggio di gloria, con i giornali a far da contorno a questa idea putrida di “fine che giustifica i mezzi”. Perché se davvero tutti voi pensate che la vostra rabbia ed indignazione valga 5 vetrine di banca rotte, peraltro assicurate, ed automobili pagate a rate da poveri cristi, nonché lo scimmiottamento di estintori lanciati ai carabinieri come metafora di idiozia, allora fate il gioco dei potenti, dei governi, dei teatranti.

Questa vostra è la rivoluzione dei marchettari, breve e concisa, il tempo di un polverone e una  gazzarra da stadio, dove i feriti e i morti non siete quasi sempre voi, per poi tornare a casa e mangiare la minestrina col papi, lo stesso che tutto il giorno ha messo una croce sulla vostra rabbia rivoluzionaria e una trave nel culo della nostra protesta pacifica.

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colica n° 8: l’aforisma

Tra la vita e una puttana c’è una differenza, ben marcata: la seconda ti chiede di saldare il conto in anticipo, almeno…

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