L’artishta mancato

E’ dura non poterti parlare, o non riuscire a parlarti che poi è la stessa cosa, come un’intera catastrofe naturale racchiusa in una crisalide di imbarazzo, pronta, pungolata, zac-zac-zac, ad ogni minuto, ora, giorno, sempre uguali, pisciati controvento. Non è facile incontrare i tuoi occhi, che quasi di inconsapevole destino si tratta, di non poter sfiorare per un attimo il concreto, la creazione, la soddisfazione ultima del compiere. Solo a parlare di parole, come un sogno di un sogno, senza il brivido della Sostanza, rimane solo una delle tante forme, pur perfetta.

E fu controluce, tra i contorni del buio, che un giorno, non lontano mi dico per questo, che nulla è ricordo se non è ancora accaduto, ti cercavo febbrilmente tra stuoli di giuovani affamati di bellezza, tosti a ravanare tra i rifiuti dell’immaginazione, per essere pronti, meritevoli, “allonzanfandelapatrì” impettiti, ad un nuovo spettacolo di sagome ed ombre, nel bosco di addobbi natalizi e trac-trac-trac- trascinati umori trasognati di verginale indifferenza. E lì potevi vedere tutti, faccia dopo faccia, gli speranzosi cavalieri consumati dall’attesa, nell’umidità di una provincia mai troppo lontana, riferirsi e complottarsi ad un unico piatto di sudicio ed immorale conformismo, decantarsi creativi, propositivi, costruttivi, mentre una cagna latra a tratti su note messe a caso, ed un muro di schiene giustapposte sotto il tuo naso ad impedirti la visione dello scempio, della blasfemia ultima, del travestire da cultura l’ennesimo moto di imperizia, tessere lodi di chi pur fa, se lo fa, ma con indubbia malavoglia.

Fu per l’anima delli mortacci loro che ti venni a cercare, nella cantinaccia delle virtù nascoste, perchè ero stanco del silenzio e dei cigolii del mio cervello, di quell’inutile immobilità pur dovuta agli incapaci, stanco di non incrociare più il tuo sguardo, che liquido dondola su zeppe di sughero e pantaloni attillati, e che gran culo mia cara, che eccezionale visione di ispirazione per tutti noi poveri pervertiti di idee, un gran gusto di tornare a quella violenta leggerezza del passato, per cui divoravamo strade, ponti e miglia e miglia, solo per stare al tuo fianco. Una forza della natura.

Tu non c’eri ancora e mi lasciasti all’imbarazzo di piccoli topolini artishti che si producevano nell’apologia del fallimento, quello altrui, gli sguardi tristi di impegno profuso a casaccio, che per carità, i buoni cristi che sacrificano il tempo alla tua causa ci sono sempre, ma sono costantemente circondati dalla manifesta incapacità di poveri illusi che credono  di sapere, che credono di volere, che credono di andare, oltre. E me ne dispiaccio. Un tuffo inconsapevole contro le onde.

Eccoli tutti schierati, c’è il poeta passeggiatore, tutto profuso in scenette di teatro di prosa, immerso nell’improrogabile impegno della brillante e continua creazione, per poi sciogliersi fuor di ogni dubbio alla distrazione di una coscia tacco dodici. Più in là il ghigno moralista dell’immoralizzatore, colui che attrae, come profeta anni ’80, un mare di pecore affascinate all’idea di una pala di fico d’india avvolta in scheda nulla di furono referenda costituzionali, e già serviti in colapasta di acciaio cromato di finissima fattura. E se povero coglione chiedi loro perchè, ti rispondono che è la storia, questa sconosciuta, a parlare per loro. La storia poi, ché il passato è una scurreggia che si porta via il vento, quel che conta, qui, ora, è che c’è una puzza da morire.

Poi ci sono gli animi sensibili, quelli che quando una formica muore non perdono tempo a prodursi in lunghe e lamentose litanie di dolore, sofferenza e mancanza di fregna. Sono blu, sono indie, sono inadeguati, alternativi, sono ribelli da salotto, rivoluzionari dell’amaro Montenegro, espressione di culture trasversali dai tavoli di un bar, propugnatori di bellezza dal podio di altissime montagne di sterco di vacca.

Si sentono amati, odiati, invidiati, ammirati, assurti al rango di  condottieri alternativi, realizzati, compiaciuti, soddisfatti, artishti. Ché poi il vero artista è insoddisfatto, tutti gli altri sono arrapati. Perseguitati per il loro credo, fede, personaggio, vittime di paranoie altrui, che per carità come fai a non stare scomodo di fronte alla purezza delle tue idee? Angeli, eroi e poi ancora martiri di un’eccellenza che non sfiora voialtri stronzi. Come dar loro torto.

Poveri e pur ricchi di spirito, li vedevi tutti insieme discutere ed acclarare, come principi e principesse di un regno che non è mai stato, mentre un genuino conato di vomito populista tornava imperioso a refluirmi in gola. Come darmi torto.

Poi sei finalmente arrivata, dal nulla di stanze vuote fino al centro dell’accolita di rancorosi eletti, e ho giurato di vedere un sorriso sul tuo volto. Ho ripensato a tutti i momenti in cui mi hai sorriso, in cui ti sono stato così vicino da poterti sfiorare, da sentire il tuo respiro contro il mio, mia cara Arte, musa, amica, amante.

Ti ho visto allargare materna le braccia, alludere alla congrega dei tuoi adepti e invitarmi a farne parte, che oggi tu sei così, di fascino imprevidibile ed estremo manco-li-punk, e Dio solo sa se per un attimo non ho pensato di annullarmi tra le tue braccia, di cedere alle tue lusinghe maliarde, di confodermi sogno nel sogno, a parlar di parole.

Con un gesto del cappello ho salutato e girato i tacchi e sono scomparso nella notte anonima del buco del culo del mondo. Che dare Sostanza alla Forma è di irresistibile bellezza, ma non è che ci si può mischiare tra cialtroni. Eccheccazzo.

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Il mantra del complotto – KFM 8/12/2011

Non ci sarebbe voluto poi molto, prima che la grigia figura del neo presidente del consiglio Monti evocasse,  con beneplacito di tutte le formazioni politiche, quella malsana idea di colpo di stato che da sempre cova in Italia, sotto le ceneri mai del tutto sopite del fascismo. Un novello Junio Valerio Borghese in vestito fumo di Londra e  American Express in mano, venuto dalle stanze buie del gruppo Bilderberg e Commissione Trilaterale, ad attuare quella che è la vera natura del pensiero liberale: la dittatura dei mercati e la religione dei soldi.

Ora, lo sappiamo tutti, i mercati sono delicati, facilmente irritabili se il populista di turno si azzarda anche solo per un attimo ad insinuare che in tempi di vacche magre debbano essere i privilegiati a pagare la crisi e non i miserabili. Falso. Falsissimo.

La sproporzione di ricchezza capitalista non deve essere toccata, ovviamente in misura minore rispetto all’assolutismo francese (vuoi che non si ricordino di quei prezzolati che tagliavano teste ad muzzum), in un equilibrio subdolo di principi e diritti, magnanimamente concessi ai poveracci, ma in via di fatto poca roba, perché il pallino della questione, cioè i soldi, rimangono sempre là, dove sono sempre stati. Diciamo che sia in tempi di vacche magre che in tempi di vacche grasse, le vacche rimangono sempre le stesse. Ossia svizzere.

Ora, se anche le ombre del governo Monti fossero così tetre da giustificare una congiura anti-democratica del Nuovo Ordine Mondiale, poco male direi. Perché ai nostri tempi la democrazia non esiste. E’ morta tanto tempo fa, come un mito lontano di memoria classica, in una tragedia sofoclea, che ha il volto di Antigone e le mani sporche di etica.

Nel quadro dei grigi congiurati i miserabili sono liberi. Liberi di scegliere se accettare la loro miseria pacificamente, o viceversa accettarla comunque ed essere relegati al rango di pazzi deliranti. Un po’ come nella religione cattolica direi, dove esiste il libero arbitrio, ma guai a scegliere! sennò fiamme eterne, forconi, torture e tutto il resto.

Vi pare libertà questa? Più che altro è una tortura psicologica. Ma non è detto che sia sbagliata.

Attenzione: la maggior parte di voi, pur ipoteticamente avendone la facoltà, non sa scegliere. Sebbene ingolfati in un substrato di concetti, sensazioni ed etiche costruite ad hoc, più che scegliere tentate di seguire il prossimo profeta. La giustificazione dell’oligarca è quella del pastore che guida un gregge di pecore smarrite. Ecco, ho detto tutto in un’aberrazione filosofica: ” Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro al bidè”.

Una volta accettato questo, lo sbriciolamento dell’idea di bene comune diventa automatico, uno sfacelo a cui dobbiamo assistere, come nel più brillante dei paradossi. Ecco affiorare come resti di cannibalismo le idee di congiura: è colpa degli ebrei, quelli hanno sempre denaro, come dimenticare la malizia di Shylock, di shakespeariana memoria, quello che reclama ostinato una libbra di carne in cambio del debito economico o morale, fate voi, dell’idealista Antonio, l’economista illuminato, il mercante del bene comune. Il mercante di Venezia è la chiave di lettura più lucida della situazione italiana di oggi. Ma senza il lieto fine.

E’ colpa dei savi sionisti, che protocollano il destino del mondo sin dalla notte dei tempi. Controllano la nostra mente, con sieri, macchine della verità, catastrofi apposite, controllano i terremoti, si auto-infliggono ferite mortali per conquistare la nostra fiducia e manipolarci. Sono gli alieni, i rettiliani, i mutanti, no sono demoni, bevono il nostro sangue. Se non ve ne rendete conto, tutte le soluzioni populiste ed anti-complottiste convergono verso il più grave lutto del secolo scorso. Poco tempo mancherà prima che il prossimo esasperato verrà a galla con la sua idea di pulizia etnica, solo per capirci qualcosa. Sembra quasi fisiologico. Ed in tanti temo lo seguiranno, perché è la natura pecorona umana.

No vi dico di lasciar perdere tutto, né bervi qualsiasi cosa vi si dica. Non cedete alla cultura del sospetto, né alle aperture ottimistiche ed ingiustificate.

Quando vi chiedono sacrifici in lacrime, non commuovetevi come se vi stessero facendo un favore, perché non siete i soli a dover pagare, perché accanto a voi ci sono tanti ghigni sornioni travestiti da lacrime, gli stessi in prima fila a pregare per la vostra anima al vostro funerale.

Un ricco genera ricchezza. Un milione di miserabili generano miseria. E’ un dato di fatto liberale. Ma non siate così stupidi da reagire sconsideratamente contro dei fantasmi, perché non siete voi a decidere le cause delle vostre battaglie.

Le rivoluzioni conclamate sono solo atti consapevoli di Alti Generali che muovono le loro inconsapevoli truppe verso il macello. E verso i loro interessi. Ricordatevelo, sempre.

Nausea è la parola giusta. E non dirò più nulla. Dietro ogni complotto ce n’è sempre uno più grande.

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La cospirazione A.B.B.A.: Agnosticismo Bancario Barbaramente Allucinogeno – copertina KFM 8/12/2011

Scusate il ritardo. Non è stata pigrizia, né casualità quella che non ci ha permesso di andare in onda. Volevamo solo aspettare.

Siamo partiti da un’idea nemmeno troppo sofisticata, quella di parlarvi del fenomeno ABBA, la band che a cavallo degli anni ’70, portò il pop a sfidare le grandi correnti del white blues, hard rock, psichedelia, glam, punk e new wave, la guerra ai colossi americani e britannici, partendo dalla piccola Svezia, alla conquista del mondo, con 375 milioni di dischi venduti. Sarebbe stata una puntata estremamente lineare, l’Abba Sound, dal sapore vagamente Spectoriano, i costumi appariscenti e a tratti ridicoli, i due autori, l’orso Benny ed il topolino Bjorn a sfornare hit, le due dee Agnetha ed Anni-Frid, voce,corpo ed immagine, tema d’adorazione e motivo di masturbazione compulsiva di massa. Sarebbe stato semplice delineare la genesi di un fenomeno a noi noto, ed altrettanto caro, vendere il proprio corpo per musica, la propria vita privata per popolarità, i propri vizi per nuova etica collettiva. Non è mica poi uno scherzo, l’isteria di massa per mezza tetta od un culo, o addominali scolpiti a tartaruga muove i governi, gli intellettuali e la cultura del popolo. Siatene soddisfatti, visto che ne fate ancora parte.

Sarebbe stato semplice dicevo, ma non è stato così. Di questi tempi, niente è semplice.

Ho seguito con estremo interesse l’evoluzione del post Berlusconi. Ho visto i rapporti di potere degli Illuminati sgretolarsi sotto i colpi del popolo dei dissidenti. Ho osservato con perversa delizia le scene di festa e giubilo per la distruzione di un ordine, di un equilibrio diventato insostenibile , ho quasi sperato che la rabbia del popolo potesse essere per la prima volta cosciente, coscienziosa, e soprattutto compatta. Qualcosa cambia. Un breve attimo di speranza che si è tramutato però in sconforto.

La gente si è divisa, raggiunto il loro scopo, come ogni capodanno, dopo lo spumante ed il trenino, tutti a casa, che l’indomani pranzo lungo con i parenti. Le piazze sono vuote, le tv sempre accese, Il Martin Giuliano che eretico dello cul fece riforma ancora predica consigli. Messo da parte (temporaneamente) l’ottavo nano, tutti soddisfatti e tutti contenti. La palla passa ai Grigi padroni, i Gandalf della terra del Mezzo Euro, venuti a salvarci dall’Ombra del fallimento. Non è cambiato poi molto, tranne per il fatto che oramai anziché genuinamente di fica, si parla di lacrime e sangue, di tenere duro, che farà male, e non sarà breve, di portare la vaselina che è sicuro, l’uccello padulo vola a mezza altezza. E’ cambiato questo: il bunga bunga da privato è diventato pubblico, da dietro ovviamente. Siete contenti?

Oggi si parla della dittatura delle banche, che l’Italia ha svenduto la sua democrazia. Per potersi salvare è andata dai cravattari con la faccia rassicurante col capo chino e cosparso di cenere. Fateci questo favore, ipotecateci. Ma questo non mi preoccupa, anzi. Per un paranoico come me, questo è tutto grasso che cola, un vaso di Pandora scoperchiato in cui sguazzare per i prossimi 30 anni.

Ciò che mi fa veramente sorridere è che come in uno dei più fervidi sogni Giacobbiani, l’italia si è divisa in complottisti ed anti-complottisti, quelli che hanno consegnato il paese nelle mani delle eminenze grigie che decidono i destini del mondo e gioiscono di cotanta “responsabilità”, e coloro che strenuamente combattono il sistema pluto-giudaico-massone, il signoraggio bancario e lo strategismo sentimentale. Si proprio loro: l’uomo dalle fini intuizioni politico-filosofiche, Umberto “rutto libero” Bossi, l’hobbesiano Roberto “polpaccio” Maroni, il santo che tenta di spiegare ad un popolo di vichinghi cornuti abituati al totem del dito medio ( o più probabilmente a se stesso) cosa sia il Leviatano. Roba da Lovecraft piuttosto. Ed ancora il martire Scilipoti, il mezz’uomo venuto ad estirpare i mali del mondo, il nuovo messia che parla agli uccelli, ma non nell’accezione mistica del Santo di Assisi, quanto piuttosto nel limite godereccio della santa dei camionisti, Jessica Rizzo. Poi si arriva al piatto forte, il decano di lungo corso, l’Alfonso Luigi “Esticazzi” Marra l’uomo che ha denunciato il signoraggio bancario intricandolo in un’allucinazione collettiva di pelo pubico di secondo letto ed imponenti riflessioni sulla vita degne delle migliori collezioni harmony. L’avvocato grafomane ci regala attimi di squisita follia, di sogno ultimo, predicatore di inflazioni talmente grandi da poterci finalmente pulire il culo con una banconota da 500. Ed infine ci manca lei, la Sarita un po’ sgualdrina e di formazione bocconiana, le chiappe armate del movimento, colei che strusciandosi su di un bancomat della Banca di Roma di fronte al teatro Quirino (Pomicino), più che boicottare il numero di prelievi, ha creato un luogo di culto per i pervertiti di mezza capitale. E dietro di loro uno stuolo di saltimbanchi nani e mignotte che neanche il circo Togni, semel in anno licet insanire.

In questo pubblico delirio da LSD, si collocano sullo sfondo Goldman Sachs, commissioni Trilaterali, gruppi Bilderberg, cospirazioni per il controllo della mente, Rettiliani, maccartisti, antisemiti di lungo corso, cospirazionisti che fosse per loro Licio Gelli neanche un lustrascarpe sarebbe. In questo clima apocalittico da repubblica di Weimar, pronti con le carriole di carta straccia per andare a comprare appena un tozzo di pane, attendiamo fiduciosi il nuovo squilibrato di turno che da tutta la colpa agli ebrei, in un bar di provincia stavolta, davanti ad un piatto di pasta e fagioli, con il suo libro autoprodotto e autocelebrato dal titolo “Le mie polluzioni (notturne)”, inveire contro l’ennesimo Bar Mitzvah consumato nel crepuscolo.

Mazel Tov miei cari.

Sapete qual è la mia grande paura? Dopo un 20ennio di gazzarra politica da stadio, in cui tutti eravamo divisi in curve spranghe e manganelli, siamo stati abituati alla logica del “con me o contro di me”. Tutto il nostro humus culturale di aspettative e critiche ruotava intorno ad un feticcio di cipria e capelli finti. Ed ora fattosi da parte, abbiamo bisogno di nuovi feticci, nuovi punti di riferimento, nuovi mostri da combattere. Ci hanno abituato alla teoria del complotto fin da piccoli.

Ora viaggiamo su una sottile linea di confine, a tratti veramente impercettibile, che separa il legittimo dal grottesco. Questa delle banche è veramente una congiura dei lunghi coltelli od una bufala di rassicurante omertà capitalista? Se siete già con la mano ai sanpietrini, state sbagliando. Lo stesso se ve la ridete sotto i baffi. Qualsiasi opinione avrete, dovrete fare i conti con coloro che avete vicino. Sarete tacciati di scilipotismo paranoide o casinismo inciucista, sarete strenui oppositori secessionisti e padani (esiste il grana padano, esiste la padania, roba che Aristotele ed Hegel facevano pompini sulla via emilia) o placidi vitelli responsabili bersaniani. Non c’è scampo. Oramai sono riusciti a saturare tutte le possibili soluzioni. Questa è la vera natura maligna del bipolarismo di opinioni. A meno che non torni alla carica Mastella con una nuova luccicante lettura cerchiobottista delle cose, degna del miglior Walter V. Ma sono solo briciole.

C’è un’unica via di scampo. Conoscere, studiare, avere necessario senso critico da formare un vostro pensiero. Non appoggiatevi ai leader. Non appoggiatevi ai sedicenti intellettuali, scrollatevi di dosso questo torpore pecorone da fiducia incondizionata in chi vi comanda perché non ve lo potete più permettere. Abbiate necessario coraggio di soppesare ogni parola, ogni concetto, ogni lungimirante messaggio di speranza di futuro che suona come delle condoglianze , ogni pacca sulle spalle.

Sconfiggete questo agnosticismo da pigrizia, di paura da responsabilità. Urge davvero essere compatti, senza nessuna crepa, né spiraglio, dove il marcio può ancora attecchire. Dobbiamo sconfiggere questa dittatura di opinioni, dalla base. Altrimenti non ne usciamo più.

Siate cauti col paradosso delle banche. Siate previdenti. Siate furbi. Non cedete alle lusinghe da bar di periferia di questi quattro barbari, uscite fuori da quest’ incubo di allucinazioni non vostre.

Fatelo anche per me, perchè i culi di Agnetha e Anni-Frid tornino ad essere solo una piacevole distrazione degli anni 70 e non più motivo di paternali radiofoniche.

Ed un ultima cosa: lo spumante stavolta stappatelo solo a cose fatte.

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La celebrazione del nulla [Copertina KFM 10/11/11]

” Se le porte della percezione fossero purificate tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”. Così, un giorno, potreste ritrovarvi a riconoscere i versi del poeta più sottovalutato della letteratura inglese sulla borsa di iuta di un gagno giovanotto, tutto curvo sul sedile di un tram, con gli occhi spenti ed il capo ciondolante, in un giorno qualsiasi , di un anno qualsiasi, con la pioggia ad inumidire le nostre anime, nel silenzio sferragliante che taglia in due la città, essere destati da un urlo:”Cazzo Morrison!” del gagno intorpidito,  mentre nelle  i-cuffie del suo i-pod passa una i-versione rimasterizzata di Break on Through dei the Doors.

Percezione e conoscenza. Aumentare le nostre capacità percettive cambia la nostra visione delle cose, la muta, la completa, fluidifica il cursus dei nostri pensieri  fino alla piena, ad un alluvione di stati mentali che rivoluziona le nostre coscienze. Come tutte le alluvioni può diventare una catastrofe, come tutti gli strumenti di liberazione, nelle mani sbagliate, diventare una prigione, una mostruosa incarnazione di dittatura della stupidità.

Il potere dell’immaginazione e l’equilibrio dell’esistenza umana nell’infinito cosmico, ciò che ci eleva dal rango di bestie a illuminati indottrinati fautori di progressismo. Progredire e specchiarci nella luminescenza della nostra evoluzione.

Prendete ad esempio il Big Bang alla Leopolda. Quale migliore occasione di lungimiranza umana, di progresso inesorabile, come il tempo, da vecchio a nuovo ed oltre, speranza di cambiare e tutto il resto. Invece il tempo si è fermato, è tornato indietro, come una fantomatica teoria cosmologica il big bang è imploso: un big crunch.

L’evoluzione dell’immaginazione si è fermata allo sguardo spento di quel ragazzino sul tram, ” Cazzo Morrison”, le menti illuminate oltre la percezione intortano avveniristiche giaculatorie su se stessi, le idee ed il nuovo che avanza. I Renzi, I Gori, il vuoto spinto dietro le loro parole, gente che crede di essere più intelligente di voi perché milita in un partito, o manipola nuovi trend attraverso i media. Arrivisti che si cullano del loro potere per prendere il posto dei vecchi arrivisti, i loro padri spirituali, incommensurabili sanguisughe che assorbono le vostre idee e riempiono il vostro cervello con il loro desiderio di comando. Loro amano il nulla nella vostra mente.

Questo perché oltre la percezione non ci si arriva copiando i miti. Non scrivendo frasi sui cessi di una scuola pubblica “Il polpo si cuoce nella sua stessa acqua” o ” Voglio sentire l’urlo della farfalla” e firmarli Jim Morrison. Non scolando bottiglie di whisky. Ehi, una novità, se fumate un mucchio di sigarette o frequentate ripetutamente prostitute non diventerete come Charles Bukowski, non scriverete”Donne”, né tantomeno  potreste definirvi intellettuali.

Senza la forza delle vostre idee, senza il potere della vostra immaginazione siete carne da macello, plasmabili e plasmati ad una acquiescente conformità di pensiero. E fareste bene a cominciare da giovani, perché quando sarete vecchi potreste anche pensare che tutto questo sia giusto, che il grande fratello sia davvero un eccezionale esperimento sociologico, che l’oligarchia della casta sia veramente l’unica espressione di democrazia, che i finti scontri e le discussioni nelle tribune politiche siano davvero garanzia di libertà di pensiero.

Già, il sommo pensiero, che non ci appartiene.

Bene, allora oggi attraverso la storia di Jim Morrison e i the Doors celebriamo i funerali dell’immaginazione ed al contempo l’estraniazione dalla realtà. Celebriamo la morte della speranza e l’autarchia della sofferenza, tanto ci pensano Vespa e la D’Urso a farci scappare la lacrimuccia.

Suvvia gente, per quanto minuscolo ed insignificante possa essere il barlume di verità negli occhi di una persona consapevole delle sue idee, quello è il momento giusto per staccarsi da questo mondo di plastica, dalla mano del destino infido, abbracciare l’inconsistenza delle nostre certezze ed elevarle a credo, a punto di partenza, mollare quello che è stato e ripartire da quello che sarà.

Uccidere Padre Inebetimento e Madre Consolazione, oltre i tacchi 12, le cravatte regimental, le soap opera ed i guru hi-tech.

Pensare differente non basta. Pensate autonomamente.

Noi viviamo insieme,  agiamo e reagiamo gli uni agli altri, ma sempre, in tutte le circostanze, siamo soli. I martiri quando entrano nell’arena si tengono per mano, ma vengono crocefissi soli” A. Huxley ” Le porte della percezione”, 1954.

Non date al vuoto che vi offrono nessuna possibilità, nessuno scampo, nessuna deferenza, non tendete mani, non allargate braccia, non fatela passare liscia. Rispondete a questi santoni blateranti malati di potere col nulla, si riparte da zero, si ricostruisce da capo.

Siate liberi di fare come vi pare, nessuna devozione e nessuna riconoscenza, siate liberi di rimanere anche così, galleggianti in questo liquido amniotico di bugie e sorrisi stiracchiati. Siate liberi di spegnere tutto e non ascoltare quanto vi si dice. Ma fatelo ora, perché fra poco inizia, direzione infinito, la pura celebrazione del nulla.

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Copertina KFM-Border Radio 20/10/2011

Provate a chiudere gli occhi ed immaginare questa scena: c’è una piazza piena di gente, uomini e donne, vestiti di pantaloni a zampa e camicie sbottonate, fiori tra i loro capelli. Gridano “Abbasso la Guerra!”, “Pace e Amore”, marciano compatti verso gli edifici dei potenti, verso i luoghi dove si decide il destino del mondo, credono che senza violenza possono far sentire la loro voce, uniti e compatti far prevalere la volontà di molti sull’autorità di pochi.

Può la guerra essere una risposta? Può la violenza essere la soluzione?

Questa è retorica signori miei. Gli anni ’60 ed i figli dei fiori sono un ricordo sbiadito, morti e sepolti coi loro ideali, seppelliti dalle grosse pance nutrite dal posto fisso statale, dalle menti intorpidite dalla televisione, dalle promesse di una democrazia di plastica, dal liberalismo di pura e saccente speculazione. I self-made-man: a conti fatti solo cialtroni e gentaglia.

Anche nel buio dei nostri giorni, se ci fate caso, il sogno torna a quell’epoca. Se prestate attenzione potete sentire  in sottofondo: All you need is love, Brown sugar, Sympathy for the devil, Helter Skelter, ed ancora se aguzzate la vista potreste vedere la vostra folla di hippie diventare variegata, chi i capelli a caschetto con frangia e stivaletti, chi la giacca di pelle e le linguacce, chi schitarra giocoso nell’aria, chi saltella come un coglione con un sottomarino giallo, chi gelido e triste sta in un angolo e ripensa al vecchio caro blues.

E’ il bipolarismo perfetto: o Beatles o Rolling Stones, radical o nasty, soft o hard, ecco i veri ribelli della piazza.

Una rivoluzione di droghe, eccessi, intense emozioni, ricerche proustiane  di identità perdute, vita, rinascita, contro vecchi ultrasettantenni ingessati che nella tua vita vedono solo il loro ennesimo fondo pensione. Che non arriva mai tra l’altro.

E allora che la nostra sia vera rivoluzione, libero sfogo di libero pensiero non liberale e fanculo le etichette, i partiti, fanculo i conservatori ed i progressisti, fanculo chi crede di essere depositario dell’unica verità intelligibile, che oltre il suo orticello fatto di condanne, richiami, leggine e mazze ferrate non ci sia altro, fanculo i primati di politica, filosofia, storia contemporanea,  fisica delle interazioni fondamentali e cucina biologica. Fanculo i marchi, i brand, le community, le comitive, Vasco Rossi e Ligabue.

Fanculo ai miti. Torniamo al punto di partenza. Siamo una folla di individui, ognuno diverso dall’altro, tanti Beatles, Rolling Stones, Talking Heads, David Bowie, Led Zeppelin, Ivan Graziani, Al Bano. Diversi. E siamo oltre quei poveracci incravattati che credono di averci in pugno, siamo oltre quei quattro stronzi che puntualmente ci mandate tra i piedi, camuffati, a spargere sangue, molotov, sanpietrini e bombe carta, siamo oltre la P38, l’OSS e Cossiga. Siamo stufi di assistere a questa tragica commedia di violenza e tensione per rabbonire ed impaurire la massa. Non non siamo una massa, non siamo (solo)  indignati, siamo un popolo migliore da voi. Oltre i Beatles, oltre i Rolling Stones, la vera rivoluzione comincia ora.

Non giusto il tempo di un pomeriggio di gloria, con i giornali a far da contorno a questa idea putrida di “fine che giustifica i mezzi”. Perché se davvero tutti voi pensate che la vostra rabbia ed indignazione valga 5 vetrine di banca rotte, peraltro assicurate, ed automobili pagate a rate da poveri cristi, nonché lo scimmiottamento di estintori lanciati ai carabinieri come metafora di idiozia, allora fate il gioco dei potenti, dei governi, dei teatranti.

Questa vostra è la rivoluzione dei marchettari, breve e concisa, il tempo di un polverone e una  gazzarra da stadio, dove i feriti e i morti non siete quasi sempre voi, per poi tornare a casa e mangiare la minestrina col papi, lo stesso che tutto il giorno ha messo una croce sulla vostra rabbia rivoluzionaria e una trave nel culo della nostra protesta pacifica.

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colica n° 8: l’aforisma

Tra la vita e una puttana c’è una differenza, ben marcata: la seconda ti chiede di saldare il conto in anticipo, almeno…

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I diari della MotoApe – Messico, Colombia ed Ecuador

Sbarchiamo in Messico, io, san Giuliano e la motoape, freschi di torta pasticciotto e rustico pomodoro mozzarella e besciamella, San Giuliano non lo tiene più nessuno, nonostante il caldo torrido, si suda in tete a tete nel comodo abitacolo della motoape omologato per mezzo. Troppi pasticciotti San Giulià, fatti almeno la barba che recuperiamo qualche centimetro cubo di aria.

Andiamo così, lanciati a 30 all’ora per le polverose strade messicane, mi dice San Giuliano: “ M’hanno parlato di sta terra bellissima, Il Chiappas, pensa cuggì, tutte le fimmine con sto culo tondo tondo come il mondo, su, su dagli gas a sto pormone di mmerda…” e viaggiamo nel caldo innaturale, col sole che fa brillare la scritta James Browwn, destinazione Chiappas, per osservare questi capolavori.

Incontriamo una lunga fila di contadini, straccioni e disperati,  tutti in direzione Città del Messico,  qualcuno è incazzato nero, qualcuno profetizza la fine del mondo, uno si dice addirittura vicedirettore di RAI2, e che la colpa di tutto è dei templari, glielo ha detto l’uomo venuto dal futuro, e noi annuiamo stupefatti, poi prende a cantare, e San Giuliano, compiaciuto, prende due calzini e li mette sulle braccia, e mi dice “ Hai visto? un collega”, si vabbè ma sto Chiappas dove sta, io m’aspettavo una lunga esibizione di deretani femminili, qua ci stanno solo disperati canterini e tre quattro vecchie, per lo più coperte dalla testa ai piedi.

Quindi San Giuliano interrompe la litania e dice “ Compare, le Chiappes dove stanno?” e quello indica un giovanotto con la mitraglietta a tracolla, il passamontagna nero e la maglia dell’Inter, la maglia di Darko Pancev, osteria San Giulià, qua non ci sono le chiappes, qua stanno le schiappes, precisamente quelle dell’Inter, toh c’è pure Vampeta, li hanno arruolati alla legione straniera, mo’ sparano pure…scappiamo san Giulià. Ma San Giuliano si avvicina quieto quieto, all’unico senza maglia nerazzurra, ma con la maglia dei Rage Against The Machine e gli dice” Forza Lecce” e quello risponde” Grande Giacomazzi” e via di abbracci-baci-pacche sulle spalle “ Di dove sei compare? Di Trepuzzi” strette di mano, cori da stadio “ Cerco un barese tutto l’anno e all’improvviso eccolo qua…”, insomma il nuovo amico si chiama Marcos, tutti gli dicono subcomandante, subcomandante, perché sub comandante, non c’ ha il diploma di terza media e non  può salire di grado,  c’ha provato con le scuole serali, ma non riesce a seguire perché la sera sta sempre tra i boschi, e non può tornare a casa che lo cercano per una cambiale in protesto.

Insomma niente donne, niente chiappes, proseguiamo  diritti direzione Guadalajara, e  nel frattempo ci fermiamo in una radura, dove c’era una grossa piramide, ma si!  mettiamo qualcosa sotto i denti, saliamo i gradoni e troviamo un grosso altare in pietra. San Giuliano esclama stupito “ Elu! Guarda che bel tavolo da picnic. Qua li fanno in pietra perché se piove il legno gonfia, hai capito?”. Apparecchiamo  con il pollo cusutu an’culo bello piccante  della zia Rachela, stappiamo una bella bottiglia di Negroamaro, e ci ricreiamo.

Ripartiamo belli ristorati e arriviamo in città, che era tutta piena di musicisti. Gente vestita alla cavallerizza con grossi cappelli, con chitarre, chitarroni, violini, trombe, trombette e tromboni. San Giuliano ne ferma uno, quello che sembra più simpatico, con due baffi enormi quasi quanto la faccia. “ Amico mì, che fate il concerto stasera?”  E quello risponde che tutti loro vanno ad un matrimonio, sono mariachi, suonatori da matrimonio appunto, da lunghe generazioni, come i loro nonni, vanno in giro per il Messico a fare serenate. E aggiunge che gli manca il cantante per il concerto, e a San Giuliano gli si illuminano gli occhi, “ Vengo io cuggì” e si mette a cantare: “ Jeuuu vorreiiiii castimaaaaaaaareeeee”. Ed i mariachi scappano, fuggono come scarafaggi alla vista della luce, ed in quattro e quattr’otto, svuotano la piazza, la città, l’intera regione. San Giulià, li hai fatti scappare, andiamo via…Ciao Ciao Messico.

Risaliamo sulla nostra motoape, e San Giuliano è tutto abbacchiato, mogio mogio “ Sti cazzu di messicani non capiscono proprio niente di musica” si arrotola i calzini sulle braccia e addenta un’enorme pagnotta con una braciola di cavallo dentro.

Direzione Honduras, mano a mano che procediamo sembra quasi di aver sbagliato direzione,  sembra di essere negli stati Uniti, MacDonald, BuppaGump, Cadillac, rapper honduregni e giovani ragazze vestite di sole culotte che ballano ai cigli delle strade, tutt’attorno la gente grida Reggaetòn Reggaetòn, e giù di pistolettate e mitragliate, tric e trac e bombe a mano. San Giulià, tiriamo dritto che qua c’è na brutta aria, la gente spara. “ E mi sembra logico, mangiano sempre fagioli. Qua il fagiolo spinge forte” mi risponde secco …

Continuiamo imperterriti lungo tutta l’America centrale fino a Panama, dopo lo stretto c’è la Colombia, e san Giuliano si vuole fermare da un suo cugino sarto, il sarto di Panama fu sarto di Andrano, per farsi fare il vestito nuovo, sia mai in Colombia, dove siamo diretti, incontri Shakira, “bella mia” dice Giuliano,”me face sangue cuggì”.

Entrati in Colombia non troviamo Shakira, ma tutt’altro:  un import-export di materassi imbottiti, soffici soffici ed ortopedici, tutti marca George Jung, da Medellìn. “ Si vede che a questi li piace dormire” dice San Giuliano, e tutt’intorno un sacco di belle figliole, giovani e seducenti, “Mamma mea, mamma mea, Mamma mea!” dice lu Giuliano e comincia a cantare “ La speranza di Escobar”. Marciapiede dopo marciapiede fino in aperta campagna, scopriamo  che il Padrino non è realmente morto come si vuol credere nel 1992, ma è ancora vivo con esercito, navi ed arei da combattimento, con i peones ancora con le mani nude in barili di benzina piene piene di acido, giusto per tirare su qualche pesos per sopravvivere. “ Hai visto cuggì, qua lo zuccaro lo fanno così”. Andiamo ancora avanti, direzione sud, finchè non ci troviamo ad un campetto di terra battuta: dei ragazzi giocano a calcio, una partita di torneo si direbbe, anche una bella partita. Guardiamo con interesse, finchè il terzino sporca il tiro del centravanti avversario e spiazza il portiere. Autogol.

Una bolgia di insulti contro il povero terzino, e gente che agita le pistole, minacciando di morte il malcapitato. “Eh” dice San Giuliano,” mi ricorda quando ragazzino andavo a vedere Lecce-Bari in curva ” e gli scende una lacrima sulla paffuta guanciotta.  Schizziamo via Giulià, che questi non scherzano, e faccio appena in tempo ad avviare la motoape che già San Giuliano, urla come un forsennato, “EfforzaLecce, forzaLecce, lecce domina e non se discute!”

Via via, qua ci fanno la pelle, in questo paese l’ignoranza non attecchirà mai. Questi non sparano cazzate, sparano e basta.

Scappiamo in Ecuador, con ancora  l’adrenalina in circolo, bisogna calmare i nervi, bisogna andare al mare, tutti giù duri verso l’oceano pacifico. Ma lungo la strada una visione ci si para innanzi, tante piccole iguana che sbucciano banane e le mangiano, tutte banane bollino blu, banane ciquita, “ Vedi vedi le lucertole qua come se futtane le bbanane, chi bastraviste e bastrasunate, lassate le banane!”, e mentre inseguiamo le iguana per sottrargli le banane, le vediamo, alte ed imponenti, Le Ande.  “ Eh sembra Foggia”, dice San Giuliano” andiamo a farci la scampagnata alla Foresta Umbra va, magari facciamo un salto a Padre Pio”. Lasciamo perdere le banane e ci inerpichiamo sui monti.

Più saliamo, più diventa distinguibile e definita una musica di tamburi, trombe e tube, con la gente che scala a piedi salite sempre più erte e ripide, la cueca ed il paese delle Ande ci si para innanzi, stiamo arrivando nella terra degli Incas, stiamo entrando in Perù.

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i diari della MotoApe – Perù, Cile e Argentina

Dunque cominciamo ad inerpircarci sulle ripide salite peruviane, e James Browwn perde pian paino colpi, rallenta sempre più, San Giulià di questo passo non arriviamo più, tocca spingere. Ed ecco dal poggio sbucare due indigeni, salgono su con una velocità inaudita “ Gesù Bambino zuccarato, sembrano caprette, BeeeeeeeeeBeeeeeeeee!” Mentre San Giuliano è impegnato a fare il verso alle caprette, man mano quelli si avvicinano e li vediamo masticare rumorosamente foglie verdi “ Eli eh! Hai visto? Pari pari le caprette, sono pure erbivori, veramente…” ci superano di slancio, senza quasi curarsi di noi, ad uno casca dal poncho  una delle foglie che masticano. San Giuliano pronto la raccoglie e l’assaggia, “ sa come la catalogna cimata” e mastica e rumina e rimastica, si vabbè San Giulià, spingi la motoape però che qui sennò facciamo notte.

San Giuliano comincia a spingere, sempre più forte, raggiungiamo la ragguardevole velocità di 40 km/h in salita,  è un miracolo, hai capito San Giuliano, la catalogna gli fa bene quasi quanto gli spinaci a Braccio di Ferro. Arriviamo in un paesino, fino alla piazza centrale, piena zeppa di musicisti e ballerini.

E’ tempo di zamacueca! Il ballo del gallo e della gallina, o più semplicemente cueca, il ballo della mutanda. I maschi ad uno ad uno corteggiano ingrifati la donzella, che presto si ritrae e si difende. Gli uomini entusiasti ed aggressivi, le donne elusive, li tengono sulla corda: guarda ma non ti avvicinare, avvicinati ma non mi sfiorare, sfiorami  ma non mi toccare. Ed il dolore irto all’insù torna presto costretto nell’atroce mutanda.

“ Hai visto cuggì, fino a quai l’hanno esportata la pizzica pizzica, solo che non tengono il tamburello…” dice saggiamente San Giuliano, ed anche lui si mette a ballare con i calzini ben tirati sopra i gomiti e la fronte che gronda sudore dopo neanche due saltelli, la gente lo guarda divertito, un grosso tacchino pennuto che sobbalza sgraziato nel cuore del Sudamerica. “ come a Santu Rocco a Torre Paduli, mo ci manca solo la danza delle spade”, chiosa San Giuliano, alle pendici del Macchu Picchu, nel cuore dell’impero Inca.

Giù così, fino al Cile,  a Santiago, la cueca, musica andina e ballo di stato, mentre corriamo lungo i picchi rocciosi e altissimi, schiere di condor accompagnano con lo sguardo il nostro passaggio. “ Vedili nà, tengono pure le coccovaggie , pussa via, sciò, che cazzu sta bbuardate!” le civette rapaci del lungo Cile.

Che il Cile è tutto così, fino alla terra del fuoco, un popolo di amanti, di pasionari estremi, popolo vessato  e sconfitto, contumace, popolo di disgrazia e ritorno, nazione che non ha conosciuto la liberazione sia che essa fosse dei contadini o dei colonnelli, per sempre torturato dalla morte idealista. Un due tre evviva Pinochet, capo maximo, demicida, assassino del popolo, “ Questa è la brioscia di stato, mangia la brioscia di stato! Non mi piace! Managgia l’osteria, mangia la brioscia di stato, o ti scanno come un capretto! None nun me piace, te l’aggiu ditta” O ti mangi sta minestra o fuori dalla finestra. 3000 morti per dissenso,  130000 prigioneri oppositori, un popolo di negazionisti fuori dalle loro case. Tutto perché il comunismo non prendesse piede, l’economia rimanesse libera, capitalismo occulto in forma di dittatori giacca e cravatta, che poi è la stessa cosa che dire comunismo senza la cravatta  ma va bene così, pochi ricchi e molti miserabili, tanto siamo tutti miserabili, senza esser necessariamente liberi.

Ma qua, caro il mio amico San Giuliano, siamo tutti amanti, che l’amore ci distrugge e fa squaqquareggiare il cuore, come quella coppia lì. E dice San Giuliano” Cuggì io sono fino poeta, vuoi scommettere che conquisto la stria in tempo zero?” Avanti sia la sfida tra poeti.

L’indigeno comincia:

NON T’AMO SE NON PERCHE’ T’AMO, E DALL’AMARTI A NON AMARTI GIUNGO,

E DALL’ATTENDERTI QUANDO NON T’ATTENDO, PASSA DAL FREDDO AL FUOCO IL MIO CUORE.

TI AMO SOLO PERCHE’ IO TI AMO, SENZA FINE T’ODIO, E ODIANDOTI TI PREGO, E LA MISURA DEL MIO AMOR VIANDANTE E’ NON VEDERTI E AMARTI COME UN CIECO.

FORSE CONSUMERA’ LA LUCE DI GENNAIO IL RAGGIO CRUDO, IL MIO CUORE INTERO, RUBANDOMI LA CHIAVE DELLA CALMA

IN QUESTA STORIA SOLO IO MUOIO E MORIRO’, D’AMORE, PERCHE’ T’AMO. PERCHE’ T’AMO, AMORE, A FERRO E FUOCO. (n.d.a. Pablo Neruda)

San Giuliano poi risponde, un po’ a fatica e tutto serio:

PARLA IN FRETTA E NON PENSAR SE QUEL CHE DICI Può FAR MALE, PERCHE’ MAI IO DOVREI FINGERE DI ESSERE FRAGILE COME TU MI VUOI.

VUOI NASCONDERTI IN SILENZI MILLE VOLTI Già CONCESSI TANTO POI TU LO SAI RIUSCIREI SEMPRE A CONVINCERTI CHE TUTTO SCORRE

USAMI, STRAZIAMI, STRAPPAMI L’ANIMA( PIZZETTO PIZZETTO) FAI DI ME QUEL CHE VUOI TANTO NON CAMBIA MAI L’IDEA CHE ORMAI HO DI TE:

VERDE CONIGLIO DALLE MILLE FACCE BUFFE. ( n.d.a.  G.Sangiorgi)

Un’idea di merda, lascia perdere San Giulià, se aspettiamo di conquistare donne così, facciamo prima ad andare a puttane. Ragion  per cui esuli d’amore fuggiamo via verso la prossima tappa. La motoape sfreccia via nella pampa, siamo arrivati in terra argentina, la terra di carne, fuoco e l’uomo, il CHE.

E all’improvviso sentiamo uno sparo e subito dopo un urlo fortissimo, “BAGGIO, BAGGIO, ROBERTO BAGGIO!”, e non vuoi che siano Roberto Baggio e Bruno Pizzul, tutti e due vestiti da cacciatori con una bella cassa di Tokai dietro, ed ogni volta che Roberto  acchiappa una preda, il coro di Bruno si alza nelle piane del Sudamerica, come nelle migliori notte magiche.

Passiamo oltre, su su, fino a Buenos Aires, la città della milonga e del tango, e facciamo presto a finire tra i sobborghi di una città infinita, in un locale di quart’ordine, dove il ballo viene prima di tutto, dove i maschi da una parte e le donne dall’altra si fronteggiano l’uno con l’altro, in una sfida atavica, fatta di regole vecchie come il mondo, divisi in vita, come uniti in pista. La donna incontra l’uomo, l’uomo comanda la donna esegue e disegna la danza, dipinge energia , respirazione, abbraccio, palpitazione, l’otto, l’infinito e poi l’unione, in un trionfo platonico di un’idea, triste come il mondo,  che prende corpo, si manifesta, diventa reale e palpabile, la si può toccare e perdersi in essa.

Il tango figlio del mondo,  dall’Andalusia alla milonga, quella del litigio, confusione, bisticcio, una parola che può essere carezza o schiaffo d’amore, ma in ogni caso malinconia infinita, il tango che viene dalla Calabria e dalle Puglie Astor Piazzolla, Enrique Cadicamo, figlio di Angelo e Ortensia, e poi Osvaldo Pugliese figlio di Buenos Aires e dei suoi quartieri malfamati.

L’emigrante che trova spazio  nel suo mondo, che poi il tango è diventato spettacolo, intrattenimento, un grande circo per ricchi viziati, snob e annoiati in cerca di avventura, ma il tango è vita vera, è più di esso la Milonga, l’espressione di un popolo di descamisados alla deriva, come diceva Borges.

San Giuliano è preso bene e ha voglia di ballare, ma più che altro di accoppiarsi, che la sensualità è irresistibile, e da mente e corpo e viceversa il passo è breve, e lo vedi avido cercare lo sguardo delle ballerine sulle pareti opposte, fino a incrociare quello di Maria del Pilar in Quatara y Verguenza, buzzicona di 43 anni, peronista ed amante di empanadas e tortillas. Maria è consenziente, e alla terza Milonga della Tanda, San Giuliano si strappa via la camicia e al grido di “ Mica stiamo qui a dare lo smalto alle unghie degli ottomani”  i due scappano via dalla sala , come conigli in amore.

Aspetto San Giuliano in MotoApe, ripensando alla Mano de Dios ed i bond svaniti via nella paura della gente, i TremoBond. Gran paese l’Argentina. Ma è il tempo di rimettersi in viaggio, sulle orme del Che, l’uomo, che in tal caso non è Diego Armando Maradona, ma proprio Ernesto, morto poco più su alla Higuera, in Bolivia.

Arriva San Giuliano, mi dice “ Cuggì, era tanta, mai vista na fimmina così!” e ringraziando che l’accoppiamento sia avvenuto fuor da motoape, ci rimettiamo in viaggio, verso la Bolivia, terra di rivoluzione.

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I diari della MotoApe – Bolivia e Brasile

Eccoci arrivati in Bolivia, nella terra che diede gloria a Simòn Bolivar, il venezuelano, El  Libertador a cavallo che scacciò gli spagnoli ed il loro colonialismo, l’uomo che partì muratore e divenne Gran Maestro della Loggia nel 1806, “ Come mio Zio Achille, che partì pure lui muratore da Neviano e divenne presto Meschru a Milano, e dovevi vederlo come ppinzava le villette a Milano Due, fece pure la casa di Raimondo Vianello, cuggì, un ciuccio da fatica”, e poi fino a La Higuera, l’albero del fico, un villaggio di 20 case nel distretto di Santa Cruz, la tomba di Ernesto Guevara, il medico motociclista della “Poderosa II” che divenne eroe dei guerriglieri, della Rivoluzione Popolare, contro l’imperialismo sfruttatore, prima a Santa Clara, poi tutta Cuba, infine Bolivia, con un pugno di uomini per sollevare il popolo, che non fu fortuna di andare contro il mondo, che morì schiacciato dalla paura, quella degli altri. Venceremos adelante, o follamos todos o la puta al rio.

Strana Terra la Bolivia, tra le Ande e l’Amazzonia, dove il nulla è più nulla, nel cuore dell’america, quella dei perdenti, tomba e culla di tutte le utopie, quelle che  ti lasciano solo, a rischiare tutto, per un’idea che ai più alle volte non è neanche chiara. Terra d’eroi e codardi la Bolivia.

Dal cavallo alla motocicletta, la motoape con la scritta Jamess Browwn, il nostro simbolo  miei compagni rivoluzionari!, perché la nostra è una rivoluzione, quella dell’ignoranza, quella della sconfitta e del fraintendimento, di chi invano sta nella massa per educarne il culto, di chi fuori da essa ne predica  virtù e si sente solo e perduto e corruttibile.

Facile arringare il popolo con promesse , carisma, col proprio potere, difficile rimettere il  potere al popolo, perché plasmabile sia solo a immagine e somiglianza di se stesso, e mai nessuno, mai ci riuscirà, senza sacrificio, morte e la purezza di un’ idea.  Dio è il popolo, come disse mio zio Mimino alla veglia di Natale del 2007, prima di addentare il cotechino. O patria, o muerte, o cotechino.

Noi, oggi siamo il simbolo dell’ignoranza del popolo “ Vero cuggì, manco la terza media tengo”  e al suo latente potere rendiamo omaggio, prima di scomparire anonimi nella grande ed informe massa.

Mentre lasciamo la Bolivia e ci inoltriamo in Amazzonia, la nostalgia si impossessa di noi, posso vedere le lacrime sul volto paffuto di San Giuliano, la barba umida e gli occhi rossi rossi, non pensavo potesse commuoversi, un po’ mi fa tenerezza, faccio per abbracciarlo, e lui mi dice: “ Cuggì , me manca casa, lu salento, lu mare, lu sule, lu vento, lu caffè  quarta, li Sudd, lu reggae e le stamberghe, varda cce ti dico mi manca pure la Polibortone.”

In fondo un po’ lo sapevo che gli sarebbe venuta nostalgia del Salento, in fondo siamo in Brasile, in fondo per spirito di reazione è arrivata la saudade: la Saudade di Copertino.

Tralasciando le zanzare grosse come elefanti, che vanno  a morire tutte sul cranio lucido di San Giuliano, con bozzi grossi  come il pan di zucchero con tanto di Cristo a braccia aperte a Rio, arriviamo a Salvador de Bahia,  capitale del Samba! “ Lampu! Toccu!”  esclama un rincuorato San Giuliano.

La samba è una danza, un genere musicale, una religione, direttamente deportata con la schiavitù dalle coste africane occidentali e dall’Angola soprattutto,  la “mesemba”, ritmo degli dei ancestrali che i ministri di Cristo trasformarono in Candomblè. Cristo arrivò in Brasile e cominciò a ballare, dritto nelle favelas, tra gli umili emarginati e poveri, la musica e danza dei delinquenti e disturbati sociali.

Se un poliziotto arresta un vagabondo o un tipo poco raccomandabile la prima cosa che fa è guardarti la mano sinistra, perché se hai calli sui polpastrelli, sei un suonatore di violao “ o un segaiolo” dice San Giuliano, quindi un sambista, e qualche reato se sei un sambista prima o poi lo hai commesso.

“E ci credo” aggiunge San Giuliano” cu tutta sta gioia di culi che ballano e s’agitano, se t’ammazzi dalle seghe sicuro c’hai qualcosa da nascondere”, come darti torto san Giulià tu che hai visto il mondo e lo “canosci” come le tue tasche.

Poi il samba diviene altolocato, roba da intellettuali,  una rive gauche francese,  arriva anche alle porte del jazz, e come cugini alla lontana disperati e straccioni, si uniscono e volano lontano. Nasce l’onda nuova, la bossa nova,  figlia maggiore della samba,  raffinata ed eclettica, prodotto della pancia quasi piena e della speranza di rinascita economica del Brasile, triste come la povertà cui si sfugge, allegra come la spensieratezza di una nuova prospettiva delle cose.

Eccoli qua Antonio Carlos Jobim, il poeta vinicius De Moraes, Joao Joaozinho  Gilberto, con la sua Garota de Ipanema, il Desafinado, la nuova Checa de saudade, con l’euforia del samba che diventa minimale, soffusa, dal ritmo lento o a tratti lentissimo, ma con l’incedere incalzante dettato dalla sola chitarra, mentre la voce sembra volare, al di sopra di tutto e tutti, come un alito di vento che accarezza le orecchie. Toquinho, “ l’amico di Gianni Minà” e Caetano Veloso, il sovversivo, l’ipercensurato, il nemico del governo:

Ho partorito, ho sputato , Ho vomitato:  Un Dio, una bestia,  Un uomo
Ha generato qualcuno, nessuno.  E’ sorto, ha vagito.  Si è nascosto, è fuggito.  Nel sonno, nel sogno  Sono cento, Sono mille Sono cento mila Un milione,  Del male, del bene .

E mentre San Giuliano, trasportato dal momento, già intona:  “Solo per te convinco le stelle a disegnare nel cielo infinito qualcosa che somigli a un purceddhruzzu fattu cu l’ove, e giacchè ci siamo puru na pittula….”

San Giuliano, amico mio, giacchè siamo in Brasile non la vogliamo fare na capatina al Mara Canà, mitico stadio intitolato alla memoria della moglie di Oronzo Canà, la bestia del Tavoliere ed allenatore? Dai su che vengono tutti Ronaldo, Ronaldinho, Socrates, Aristoteles, Junior, Jair, Romario, Bebeto,  Tonino Cerezo , la figlia di Tonino Cerezo,  Garrincha, Pelè no che c’ha la sciatica e Adriano porta il Primitivo del Salento , quello buono che ti da in testa.

“ Sine cuggì, vengo, soprattutto per la figlia di Tonino Cerezo”

Faccio finta di niente, mica lo sa che la figlia di Tonino Cerezo nasconde in realtà la sorpresina, il salsicciotto senza panino,  l’ospite inatteso, mi dedico al Primitivo prima che Adriano si finisca tutta la damigiana.

Quando torna,  San Giuliano sembra tutto soddisfatto, tranquiilo e beato, e gli dico: allora tutto bene?  “ Bene bene cuggì!” si ma dico,  ti sei accorto che Tonina c’aveva un braccio fuori posto? E lui serafico “ Amico mi, la vita è così: un po’ la dai, un po’ la prendi, sempre meglio di niente”

Sconvolto da cotanta saggezza gli dico  boh, Giulià ci andiamo in Venezuela, a Caracas? donne bellissime, sparatorie degne del Bronx e Chavez?  “ E chi è sto Chavez? “,  quello che si tromba a  Naomi Campbell, “ ah come a Briatore, pure lui c’ha le babbucce?”

E’ il momento di prendere il mare, Giulià, è il momento di sbarcare alla corte di Fidel, a Cuba.

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I diari della MotoApe – Cuba e poi Giamaica.

Sbarchiamo a Cuba, nella Terra di Fidel, la terra liberata, la terra della Rivoluzione del Popolo, l’isola che fu dei  ricchi schiavisti americani, che di Cuba avevano fatto il loro giardino proibito, dei loschi affari, della gente i loro servi personali, per intrattenersi come giovani imperatori impuniti.

Dalla Baia dei Porci “ Lampu cuggi, manco un maiale aggio visto” fino a L’Havana,  come giovani pirati dei sargassi nella terra che fu avamposto del comunismo contro il capitalismo, quando le potenze del mondo usavano pulirsi i denti con le ossa della gente dopo averla divorata.

Questo è l’effetto a lungo termine della parola rivoluzione mi dico, un sogno via via svuotato del proprio significato, e siamo punto e a capo signori e signore, perché, perché si arriva a lavare col proprio sangue un angolo di terra sporco, perché nuovi prezzolati assetati di potere tornino a insozzarla?

Qui c’è ancora fame, c’è il dolore dei malati su reti arruginite senza materasso in ospedali fatiscenti, la tristezza dei coltivatori di tabacco, che ancora lavorano sigari per bocche fameliche assetate di denaro , la miseria di famiglie ancora in cerca di riscatto e che non possono andare via in nome di una liberazione che è diventata prigionia, che dappertutto sarà clandestina, in nome di vecchie remore, ideali, e zoomorfismo geopolitico.

E tutt’attorno la facciata dei turisti, dei consumatori assorti di rum invecchiato anejo, vecchi con le pance a millantare vie di fuga a giovinette bellissime,  maliarde rifatte e decadenti che adescano  giovani aitanti in nome del ritmo caraibico, perché nella sfortuna e nella miseria,  nei caraibi sanno come amare, ballare, muovere il corpo, dar voce ai nostri bisogni più nascosti in una maniera talmente limpida e pulita da non risultare volgare.

Come la bachata della Repubblica domenicana, quella in cui si balla stretti stretti, corpo contro, con movimento d’anca ogni quattro battute, musica di amarezza e drammi, dove l’amore è impossibile, ma non ora qui adesso, finchè il tuo corpo è vicino. “ Se sprusciane praticamente…” dice San Giuliano, ed ancora l’esuberanza, la voglia di vivere, che prende corpo in un movimento circolare e suevo e dolce, come una meringa, il merengue. “ Cuggì ce la posso mintere la lingua?”

E poi ancora la Rumba degli schiavi, per l’amore a tutte le età, dalla Rumba Yambù, quella dei vecchi, fragile, composta e solitaria, come la nostalgia di una vita trasognata a vivere d’amore e basta, oppure la rumba Guagancò, per gioventù, più spregiudicata, figlia della cueca andina, dove l’uomo tenta di possedere col vacunao , un fazzoletto,  di insidiare la virtù della femmina, per simulare un contatto sessuale, mentre la donna tenta di difendersi con mani o gonna, agitandola per scrollarsi di dosso il profanatore.

“ Si però cuggì, stanno misi male se fanno all’amore cu nu fazzoletto…”

Il Mambo,  che arrivò con i cubani immigrati fin su a New York, la conversazione  con gli dei in kikongo, l’idioma degli africani immigrati a Cuba. Perché ciò che ci contraddistingue è primitivo ed ancestrale, nulla di eleborato, un ritmo espressivo del corpo più efficace di qualsiasi parola.

E poi il miscuglio di tutto questo, la Salsa, i cubani fanno della salsa il porto in cui confluiscono tutte le nazioni arivate a Cuba, il buco del culo del nuovo mondo, in cui tutti misero piede, e in cui tutti portano via un pezzo.

“ anche mia nonna faceva la salsa, e dovevi vedere cuggì, mischiava tutti i pomodori e veniva  una salsa fina, che a Gennaio parevi di mangiare pomodoro fresco come ad Agosto”

La habanera che ispirò Bizet, Ravel, la stessa Milonga degli argentini.

E piangiamo di nuovo tutti e due, stavolta di lacrime sincere, perché mentre scendiamo su e giù per le strade polverose del lungomare, invase da migliaia di granchi, oltre per il timore di forare da un momento all’altro ci rendiamo conto che tutto questo è la fine di un sogno, del nostro sogno, della nostra rivoluzione,  perché non esiste una rivoluzione perfetta e magnifica senza che fallisca in partenza. Questa è la verità, questo è quello che ci ha insegnato la storia.

Anche la scritta James Browwn sembra svanire, corrosa dalla salsedine che viene dal mare, e per una volta caro mare, ti portiamo sul cazzo, odio sincero ed inevitabile, ripetitivo come le tue onde, profondo come il tuo blu.

Torniamo dunque al punto di partenza, alla Giamaica, a questo posto meno noto del più famoso Salento, dove puoi trovare Sant’Oronzo indicare tridattile la via, per le stamberghe dietro la mantagnata, dove la gente corre più veloce delle macchine, dove si gioca a calcio, ma coi piedi a banana e non si fanno falli perché sono  tutti scarsi. Hasta la cicoria, siempre.

Persi in frontespizi più grandi di noi, San Giuliano mi dice sincero: “ amico mì, sai che cos’è? Alla fine so felice di non sapere un cazzo di niente, parcheggiare il cervello sopra il comodino, e spassarmela.” L’ignoranza.

Già,  Everything is gonna be alright. Anche quando saremo calvi, curvi e con I denti in un bicchiere.

“ Non ti preoccupà cuggì, fra poco si riparte. Destinazione Ulan Batòr, via Ortelle” dice San Giuliano.

Ma si,  fino alla Mongolia, fino a Gengis Khan dobbiamo andare a cacare il cazzo. “Sciamo Cuggì”.

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Crossroads

E fu così che mi ritrovai a Clarksdale, Mississippi, all’incrocio tra le autrostrade 61 e 49, sotto due alberi da cui faceva appena capolino il sole, con silenzio tutto intorno e atmosfera irreale, schiacciato da un peso sul cuore che soffocava la voce ed i pensieri,  chiedevo aiuto fra la gente, ma nessuno sembrava curarsi di me, ultimo fra gli ultimi, e passava oltre. Ed allora, senza quasi più speranza, caddi in ginocchio ed invocai  il Signore. Gli Dissi, “ Mio buon Signore, abbi pietà ora,  se puoi, te ne prego, salva la mia anima…”

Ed il cielo sereno si rannuvolò all’improvviso, divenne plumbeo e scuro, e minaccioso solo come nelle migliorie fantasie bibliche, talmente spaventoso che pensai che un fulmine all’improvviso si sarebbe fatto largo tra le frasche degli alberi e avrebbe colpito il mio capo chino e bum! morto stecchito, cotto a puntino, si, mi dissi, ecco l’espiazione per il mio peccato mortale, in fondo avere un Dio incazzoso a volte non è così male,  rapidità d’intervento, garanzia d’esportazione di democrazia, qualche bel missile Cruise ogni tanto, e quant’altro…Ah Dio si auto benedica!

Poi quando credevo che tutto sarebbe finito, ecco che un lampo di fiamme mi si parò innanzi, ed una voce maligna prese corpo in una sagoma d’uomo, scalzo ma elegantemente vestito, scuro di carnagione, con baffi puntuti ed un lungo sigaro in bocca. Sorrideva, divertito, e più mi gurdava e più non riusciva a smettere di ridere, tanto che contagiato risi a mia volta di riflesso. Rimanemmo così per dei minuti, poi d’improvviso al suo schiocco di dita apparvero due poltrone ed una bottiglia di whiskey, mi alzai, col le lacrime agli occhi per il troppo ridere e ne bevvi un poco e subito mi sentii le viscere avvampare. Mi misi comodo, accesi una sigaretta e gli dissi: – Beh, allora non ha funzionato, vero? –

Lui rispose che un patto col Diavolo è un patto col Diavolo, io volevo conoscere i segreti del blues e per contro la mia anima sarebbe stata sua. Un contratto regolare, firmato e controfirmato, comma A, comma B sangue e tutto il resto. Voglio dire la legge è legge, mica uno può andare in giro a cambiare le regole all’ultimo momento, giusto perché ti caghi addosso delle fiamme eterne, questo è delirio di onnipotenza, contravvieni ad una regola, e bam, io di qua io di là, io scomodo il principale lei non sa chi sono io…E non si fa così bello mio, qua bisogna che tutti portiamo la pagnotta a casa eh!. Ed io, agitando la mia folta chioma, bellissimo nei miei 20 anni,  ribattei che i tempi erano cambiati e che il blues oramai è una cosa da vecchi, niente groupie, niente feste, niente di niente, non ne valeva più la pena. E poi se non si possono fare le scarpe neanche al Diavolo a chi si dovrebbe farle?. Vidi la sua faccia divenire all’improvviso seria e corrucciata, proprio mentre il mio sguardo cadeva sui suoi piedi nudi, il suono di un’armonica si levò nell’aria fino a quel momento silenziosa.

I miei capelli caddero di colpo, tutti insieme. Totalmente calvo riosservavo il mio scalpo sulla strada polverosa e mi sentii più vecchio. Ti racconto una storia mi disse.

Tutto ebbe inizio a pochi chilometri da qui a Ruleville, Mississippi, in una segheria e piantagione di cotone di 10000 acri, un regno di sangue sudore e lacrime, duro lavoro e niente di più: la Dockery Farm.  Qui la gente passava le giornate lavorando china con la faccia rivolta alla bruna terra, piegati dalla fatica e dal dolore, memori del loro essere stati schiavi, rubati alla libertà africana, recuperando pochi nichelini a sacco di raccolto, appena sufficienti per sfamare la famiglia, tornati alle tende con la schiena rotta a consumare poco, pochissimo cibo, per poi dormire e ricominciare ogni giorno da capo. Il bianco del cotone come simbolo, della lunga morbida eppure pungente barba di Dio, che riosservava la sventura dei suoi figli dall’alto, prese corpo in un lamento che trascendeva Dio stesso ed andava oltre, lo spirito che volava ed arrivava dove il corpo non poteva: riconosceva la sofferenza terrena come premio per l’aldilà, con lucida rassegnazione.

Le note blu, la musica dei primi che si abbassava al tono grave e triste degli ultimi, la tensione ora dolce ora amara, un dondolio continuo che sospendeva e sfumava nell’ incertezza, nella varietà, nell’ambiguità. Prima il benjo, poi la chitarra, 6 corde sole, una voce, l’anima e l’infinito intorno.

Ma Dio forse era troppo stanco o troppo occupato per prestare ascolto agli ultimi, a quei figli che avevano osato levare la loro voce disperata fino alla corona degli angeli, forse adirato che con tanta insolenza la voce umana fosse giunta al suo orecchio. E lasciò gli ultimi al suo destino. Fu così che il Diavolo ne approfittò, trasformò gli ultimi in ribelli, la disperazione in un rito orgiastico di vita ed inevitabilità, una fiamma inestinguibile che consumava la vita stessa e la malediceva.

Il blues divenne musica del Diavolo disse.

Mi versai un altro whiskey, bevvi d’un fiato e mi appoggiai allo schienale. Mi passai la mano sul cranio lucido ormai e pensai: beh calvo ma ribelle, farei comunque la mia bella figura. Il primo a cadere nella sua trappola fu Charley, Charley Patton, lo stregone, il juke box umano. Dalle piantagioni di Dockery, fino all’immortalità, lo scricciolo d’uomo che con Willie Brown incendiò lo stato del Mississippi con l’incantesimo del Blues. Fu facile mi disse, Charley bruciava di vita e di musica prima ancora che il suo occhio malefico si posasse su di lui. Un mezzo sangue bianco, nero e cherokee, un giovane sciamano di culti pagani ormai perduti, un dio dell’eccesso, un Dioniso perduto nello scorrere lento del fiume, proprio come Jimbo, un predestinato.

Anche Morrison gli chiesi, anche lui era vittima dei suoi sortilegi?

Placido mi rispose che l’amore di Jim Morrison per il whiskey ed il blues era immenso, quasi quanto il mio. M’accorsi solo il quel momento con estremo spavento che avevo vuotato la bottiglia, sorso dopo sorso. E più bevevo più sentivo stretto ed inadeguato il mondo che mi si cuciva addosso. Più la mia gola avvampava più il mio spirito pressava per uscire e distaccarsi dal corpo, come se da un momento all’altro avessi dovuto vomitare la mia anima. Chiesi dell’altro liquore e fui accontentato.

Charley aveva un potenza vocale incredibile, quando cantava la gente poteva sentire la sua voce roca fino a grande distanza, un urlo di vita che riecheggiava nelle pianure dell’america del sud. Quando suonava poi era uno spettacolo, più di Jimi, la chitarra sotto le ginocchia, dietro la testa, con un’intensità tale da sbalordire ed appassionare una nuova moltitudine di anime proselite.

Lui e quel puritano bacchettone di Willie Brown, fecero il suo gioco, il gioco del Diavolo. E rise fragorosamente. Perché è questo che fa il diavolo, commercia anime,  le strappa al monopolio prima che possano ascendere al Leggittimo proprietario, un regno di dannati costruito sull’inganno ed apparenza. Anche Jimi dissi, anche Hendrix tra le sue grinfie.  Già, proprio lui, che voleva libertà di amare, suonare e vivere,  aveva un gran bell’arnese del mestiere Jimi, che era mancino, un suo prediletto diceva il Diavolo, come non ne aveva trovati da lungo tempo, dai tempi di Niccolò Paganini, un’altra sua creatura.

Il diavolo è mancino, subdolo e suona il violino.

Mi stavo ancora interrogando sulle dimensioni del pene di Paganini ed ecco che il Diavolo riprese a parlare. Buttai giù un altro sorso.  Alla Dockery la febbre del blues aumentò sempre  più. Ci fu un ragazzino, Bob, al secolo Robert Johnson, che lavorava infaticabile nei campi e amava sua moglie Virginia, e più di tutto amava il blues, alla follia, al punto da non capire perché non riuscisse a suonare come Charley e Willie, a non capire perché il suo istinto non fosse tecnica sopraffina, perché la chitarra non vibrasse poderosamente d’inquietudine come la sua anima. C’era potenziale disse il Diavolo, c’era solo bisogno di una spintarella.

Fu così che si prese la vita di sua moglie Virginia e del loro figlioletto che portava in grembo, durante il parto. Nella follia del dolore,  Bob divenne un vagabondo. Sparì e lasciò dietro la sua vecchia e retta vita, portandosi con se la sola chitarra. Ma  la disperazione gli covava dentro ed alimentava un oceano blu di tristezza che non riusciva a contenere. Bob era disposto a tutto pur di vomitare la notte blu dentro di lui.

In un cimitero abbandonato si incontrarono Bob e Il Diavolo, questo sotto le sembianze di un vecchio chitarrista, Ike Zinnerman,  che suonava il suo blues tra le tombe. Bob gli chiese di imparare il segreto della chitarra blues,  il diavolo chiese la sua anima, ed il patto fu stretto.

Fu un grande affare, disse il Diavolo.  Quando tornò nel mondo Robert suonava con una furia e naturalezza devastanti, il suo blues si imponeva sopra agli ascoltatori come un macigno, un peso incrollabile, una tensione così densa da non poter essere sopportata. Lo stesso Charley era stupefatto, quel ragazzino aveva venduto l’anima al diavolo per suonare così, diceva. I giovani bluesman che lo ascoltavano sentivano l’imbarazzo di tanta maestria e fuggivano, spaventati. Un blues talmente bello da risultare insopportabile, oltre l’umana percezione.

Tra pinte di whiskey e donne lascive, la fama del Blues del Diavolo si sparse nel mondo. La notte si suonava in un locale, si dormiva vicino alle ferrovie, all’aperto, sotto le stelle, e l’indomani, chitarra in spalla, si  saliva sul primo treno, diretti chissà dove, fino al prossimo locale, la prossima notte, il prossimo concerto. E se gli chiedevi  – Bob dove andiamo? -,  lui non ti rispondeva, girava il capo verso le pianure d’america che scorrevano via veloci. Il dove non era importante, quasi quanto il perché.

Anche Bob, come me, cercò di salvarsi dal patto fatale col Diavolo. Quando il dolore si consumò e lasciò posto alla paura per la sua anima, venne qui, all’incrocio di Clarksdale, ed in ginocchio invocò Dio per la salvezza dell’anima sua, ma per quanto forte ed intensamente pregasse, non ebbe alcuna risposta. Fu allora che si rese conto di essere dannato, per sempre, abbandonato alla sua debolezza di uomo e dei ricordi dolorosi.

Perché un patto è un patto disse Il Diavolo, ed ogni conto va sempre pagato.

E a Three Forks, Mississippi, nel 1938, Il Diavolo reclamò il suo pagamento.  Per mano di un marito geloso della giovane moglie, affascinata dal blues di Robert Johnson, avvelenò una pinta di whiskey, che il bluesman bevve avidamente tutto in un sorso. Dopo tre giorni di agonia e solitudine  Robert Johnson morì e pagò il suo tributo al Diavolo. Non ci fu nessun intervento medico, neanche per stilare il certificato di morte, ed il corpo di Bob fu gettato anonimo nella  fossa comune della Zion Church, Greenwood, Mississippi.

Morì l’alfiere del Blues, non la sua fama. Ed il Diavolo esplose in una grassa risata, mentre tutto intorno il paesaggio sembrava scosso da un terremoto. Ebbi paura, versai un altro cordiale, poi mi fermai e lo osservai attentamente.

Non è che hai avvelenato anche questo? gli chiesi. E lui, compiaciuto, rispose di no, che non mi dovevo preoccupare, che non era ancora tempo di saldare il conto.

Riempii il bicchiere fino all’orlo e lo vuotai d’un fiato: questa è per te Bob, ma anche un po’ per me.

Senza Robert, il Diavolo disse, tutto si fece più difficile, ma la fede e la devozione verso il Blues uscì fuori dal Delta del Mississippi, e arrivò dappertutto. Ed il suo inganno non svanì ancora, ma mutò, divenne subdolamente più evoluto, come se fosse sfuggito al suo controllo, ma non era così, affatto.

Con Johnny Lee Hooker, adepto anche lui della Dockery Farm e di Charley Patton, l’anima blu arrivò fino a Detroit. La musica divenne parlato, preghiera, una lunga ed affannosa predica, cadenzata dal ritmo del blues, ripetitivo e incisivo, fatto da accordi unici ed ipnotici.

Con Skip James il blues conquistò  Philadelphia, alle porte del cuore dei diritti degli uomini ed ex- regno dei dittatori bianchi, un figlio di pastore cattolico che trovò nel blues l’occasione unica per esprimere il dolore e gli affanni della Grande Depressione, del tempo di vacche magre per tutti e a maggior ragione per chi le vacche non le aveva mai viste.

I tempi duri sono già qua e dovunque tu vada, più di quanto lo siano mai stati. La gente non potrà trovare il paradiso, e non m’importa di dove andrà. Questi tempi bui ci stanno uccidendo e muovono la solitudine dei vagabondi.

Con Blind Willie Johnson, il blues crebbe in Texas. Un vero monaco, figlio di Dio in persona, fedele ai suoi precetti nonostante tutto. Il Diavolo diceva che il piccolo Willie desiderava ardentemente diventare un predicatore, un ministro di Dio. Ed amava il blues alla stessa maniera, costruì la sua prima chitarra con una scatola di sigari. Tutto questo il diavolo non poteva sopportarlo: il blues, la musica dell’inquietudine, del ribelle, dell’uomo e la sua disperazione abbandonato da Dio e da tutti,  diventare fede e devozione, passare alla concorrenza insomma.

Gli affari sono affari disse. Loro hanno il soul e il gospel, si vogliono prendere anche il jazz ( meno male che aveva ancora l’eroina dalla sua parte), che? si vogliono prendere anche il blues? Eh no eh! Qua il business è il business.  E per dispetto ci volle mettere lo zampino.

Fu così che il piccolo Willie fu accecato durante una furiosa lite tra suo padre e la matrigna per motivi di infedeltà coniugale, con un pugno di liscivia. Faccia e occhi vennero corrosi. Da allora fu Blind Willie e cantò la sua disperata devozione in strada, come un vagabondo qualsiasi, per il sollazzo di quel diavolaccio che se la rideva ancora adesso.

Vuotai un altro bicchiere, agli occhi di Willie stavolta, che si chiusero troppo presto al mondo per riosservare il blu intenso che ci portiamo dentro.

Al che quasi ubriaco, chiesi impertinente: e a Second city, la città del vento, a Chicago, come ci sei arrivato?

Ed ecco una nuova risata fragorosa. Tutte queste risate cominciavano a darmi sui nervi, mi urtavano sulle tempie come un martello pneumatico. Affondai nella poltrona ed accesi un’altra sigaretta.

Col lupo ed il fango! Disse, un vero colpo di fortuna… Muddy Waters e poi Howlin’ Wolf, all’anagrafe Chester Burnett.

Muddy era un fenomeno: gli bastarono qualche dollaro, un po’ di whiskey e qualche puttana per diventare come Robert Johnson, tale e quale, vittima conclamata del suo stesso poderoso ed incredibile Blues. Muddy si chiamava così perché sin da piccolo sguazzava nel fango del fiume Mississippi, il fiume che lava l’America. Era un bel tipo. Da piccolo, dopo la morte della madre abitò a Clarksdale con la nonna, e qui ebbe modo di conoscere il blues. Giovanissimo andò a sentire Robert Johnson suonare di fronte ad una drogheria di Friars Point, Mississippi, e rimase spaventato dalla furia istintiva del blues di Bob. Ma qualcosa attecchì in lui, disse il diavolo.

Il germe della follia del blues si impossessò di lui, lo consumò, lo fece talmente grande da distruggerlo. Rinnovò la potenza musicale del genere con le chitarre elettriche e gli amplificatori, il suono si fece più intenso, vibrante, avvolgente, talmente suadente e affascinante da diventare irresistibile. Il blues stava dando voce anche alle perversioni dell’uomo.

E non era da meno neanche Chester Burnett, il lupo ululante del blues, il toro, il bigfoot, un uomo imponente tanto quanto il suo modo di cantare, potente, sensuale  e profondo. La voce di Wolf trasudava sesso, le donne impazzivano divise tra la chitarra di Muddy e gli acuti di Chester. Per questo i due si odiavano, in eterna competizione tra chi dei due fosse il re di Chicago.

Il blues stava diventando rock. La maledizione mutava di genere, ma non di intensità. Il diavolo attraversò l’oceano e arrivò fino alle orecchie della vecchia Europa. Non era più un’affare di afroamericani, non solo perlomeno.

Arrivarono Chuck Berry, Little Richard e Willie Dixon, il blues ed il rock divennero incontrollabili, un epidemia intercontinentale che si sparse improvvisamente in ogni angolo dell’orbe terracqueo. Affari d’oro disse il diavolo, uno dei periodi più esaltanti.

Cominciò a comprare anime a pacchetti convenienza. Faceva il 3×2. 3 top ten billboard al prezzo di due anime. C’era anche chi si vendeva l’anima del nonno per fare volume.

Cominciarono ad arrivare a Chicago, fin giù nel delta del Mississippi, a Clarksdale, gruppi e gruppetti  di giovanotti bianchi, capelloni e sbarbatelli che volevano imparare i segreti del blues.

Arrivarono Mick Jagger, Charlie Watts,  Brian Jones, un altro suo prediletto disse il diavolo, e Keith Richards l’immortale, che lui aveva provato ad ammazzare alle isole Fiji, ma non ci era riuscito. Un osso duro mi confidò. Arrivarono I Rolling Stones.

Arrivarono Ginger Baker, con le sue rughe millenarie,  Jack  Bruce ed Eric Mano lenta Clapton, a cui il Diavolo prese il figlioletto Conor, pari pari a Bob , per incatenarlo alla maledizione del blues. Arrivarono  I Cream.

Arrivò Jimmy Page, quell’ altro diavolaccio impunito, che vendette l’anima di tutti i suoi compagni, da John Bonzo Bohnam, fino a Robert Plant e suo figlio e alla sobrietà del povero John Paul Jones, fino a quel momento astemio e candido come un chierichetto, poi satanasso della bottiglia. Persino il Diavolo si dispiacque e gli fece uno sconto comitiva, risparmiando la vita almeno a Robert Plant. Arrivarono i Led Zeppelin.

Ed il blues da introspezione divenne spettacolo, venne consumato dalle fiamme del rock, che diventava rabbia, esibizione, celebrazione di potenza e magnificenza dell’uomo, della sua gioventù e della sua immortalità.

L’urlo e la dannazione divennero così forti che il Diavolo gongolava di cotanta blasfemia. Il blues venne snaturato ed impoverito ma tant’è, gli affari sono affari e ancora oggi andavano a gonfie vele a distanza di tanti anni. Gente che svendeva l’anima per imparare anche mezzo assolo, un arpeggio, una mezza scala pentatonica su cui costruirci una carriera da musicista maledetto,  come me del resto, una miniera inesauribile di poveri dannati. Presi l’ultimo sorso di whiskey e mentre deglutivo vidi scorrere dietro il volto sghignazzante del Diavolo tutte le facce delle persone circuite e dannate dal blues, il loro occhi rassegnati, perduti nel blu dove il blu è più profondo, nel dolore dove il dolore è inconsolabile, nella tristezza il cui potere è incontrastabile.

E dissi “ Ok, Diavolo, hai vinto…” E lui tutto soddisfatto si fregò le mani e disse “ Bene-bene-bene, d’altronde un contratto è un contratto e va rispettato, tutti bisogna portare a casa la pagnotta eh! Sei stato ragionevole, mi sei costato tre bottiglie, ma tant’è!  ne è valsa la pena alla fine.”

Ancora una cosa, dissi, ma in sto contratto sono previsti versamenti di contributi previdenziali?

Ed il diavolo offeso rispose” Eh no eh! Qua è tutto rigorosamente in nero, non scherziamo”

E se chiamo la finanza? Proposi sornione. Io ti faccio astemio rispose lui. Fu così che seppi con certezza che la mia pensione sarebbe stata un Inferno. You got to go to the lonesome valley.

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Il Mitile Ignoto venuto dall’Inferno.

Caschetto posticcio

e monociglio gommato pirelli,

i cereali li usi a feticcio

ed inondi di odio i fratelli.

 

Se canti con voce dal suono sgraziato,

l’emozione s’alza e vola lontano,

mi rendi felice e persino eccitato

quando con damon duetti di mano.

 

In luoghi polverosi t’arrischi

o moderno mugnaio d’Inghilterra,

ma non canti mai nè di rum nè di whiskey

e champagne vomiti in terra.

 

Mitile Ignoto.

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Pierleone e la Macrì – dall’”Introductio d’abominio di animalo” delle Operette Immorali di Grappone da Bassano

Nell’anno Domini 1160, nelle vaste et nebbiose pianure dell feudo Padano, sotto lo dominio dello Sacro Impero romano, vagava in bava et disonore, un cavaliero che giovane isso stesso appuntò, et lo cui nome presto noto diventò: isso erat lo Pierleone da Arcòre.

Lo Pierleone di cotta et spada virtuoso essere non osò, ma mille et assai più “dure” battaglie impavidò pugnò.

Di dama in dama volvea , in cosce seni et sacro pertugio, di vergini et coniugate mogli senza indugio, dissacrava li templi e la nomea, che li sporchi moralisti devean tremando muti, mentre lasciava dietro a isso molte zoccole e cornuti.

Dello Luigìde Pierleone, figlio dello Luigino et donna Rosamunda, erat funesta l’ira et talvolta proprio immonda, collo suo membro equino potenziato d’argani et paranchi, terrore e sgomento spandea tra pellegrine et viaggiatori stanchi.

Chè lo membro in gioventù tosto mozzato fuit a isso da lo bruto Baldassarre, figlio dello Melchiorre, pronipote di Gaspàrre, per giustizia prodigar alla Sveva della Torre, la di sua vivace nonna, che Pierleòn, con furia ardita e cieca possidèt sotto la gonna.

Indi per cui, uno cerusico illuminato, di partenope et nebulosa schiatta, volle dare ad isso una nova et maschia vita, sessualmente soddisfatta, e lo membro di Bucefalo, lo di Alessandro Magno cavallo imponento et fiero, lo Pierleone garrulo comprò al mercato nero.

Et tosto lo attaccò allo pube tristo et spoglio di gloria et di leggenda, e di nuovo la paura correa di favella in di favella, che irte tornaron ad ergersi, auxiliate manovella, le gloriose et celebrate et munifiche putenda.

Sorse Pierleone, ormai detto lo Grande, lo cavaliere dell’Arcòre, strappatore di mutande.

Assieme a isso accorean, fieri et circoncisi, cavalieri et religiosi, santi condivisi, che di padrone  virtù cantavan, aulici et decisi, le tasche gonfie et stanche, con silenzio scudi et assai palanche.

E d’uopo fra tutti li campioni , degno di menzione, fuit lo Fido Emilio sozzo, che raccontò di Tommasino, caduto nello pozzo, la lingua che loquèa di virtù dello padrone, e che in denari e palpatine tutte conducea alla sua magione.

L’eunuco Mora, di giovinotti gagno, lo che allo Corona lo culo dava magno, prodigo di consigli e dame consenzienti, allo padron Priàpo forniva le clienti.

Lo padre TremeBondi, uno frate assai leale, tessitor di lodi auliche e poesie dello Natale:

“Vita vissuta, vita assaporata, vita preceduta, vita inseguita, vita amata, vita vitale, vita disvelata, vita larga, vita stretta, grande fallo, vita eretta”.

A tutte le prescelte, come oncia di bromuro, predicava giorno e notte, che di Pierleon l’affare era assai duro.

E poi lui solo, l’ardito braccio destro, lo predicator di anime et ottimismo, placido et furente come il mare, l’audace MinzoMulo, che a volta per l’ira dello padron calmare, gli altri additavano come prescelto culo.

Tutti insieme se ne andavan, a prodigar di ferro et fuoco la peninsula, con fare spensierato et mano morta garrula.

Finchè uno bel giorno alle porte della magione, l’eunuco Mora annuntiat forte e chiaro alla popolazione: “ Largo volgo, habemus per lo padrone l’attesa distrazione”. E venne una madonna dai fini lineamenti, col pelo chiaro et fulvo, como covo di serpenti.

“Ecce la Macrì, Ma come Madonna, Cri come Cristo” nunzia lo scudiero, al che lo Pierleone intese e con lo sguardo fiero parla a MinzoMulo con voce rude et piano: “ Ciambellano! reca meco l’ano!”. Lo povero servetto, vistosi costretto, si mise tutto ignudo, prono già sul letto, ma mentre a denti stretti sordido aspettava, adirato lo Padrone spazientito conclamava: “Non lo tuo! Sii maledetto! Ma quello della dama!”

E fu sollievo, per una volta almeno, d’esser scampato intero, allo destino poco ameno.

Poscia giunse la Macrì, di orpelli et trine finamente ornata lo quel dì, tutta sorrisi et moine et gioia esasperata, in evidenza dello suo futuro poco informata.

Et passaran li minuti, forse quasi delle ore, finchè dalle finestre giunse un sadico fragore, di cinghia ruote et sinistri cigolii, urla sospiri et sottili tintinii, finchè la dama, disperata, affaccionsi dal balcone e piangendo timorata gridò per la magione: “ Aiuto! Soccorso! Aiuto! Lo Pierleone distruggemi l’ano! Distruggemi l’ano!”.

E fu gaudio tra le genti, et momento di stupore, tutti insieme invocano , lo proximo imperatore, finalmente conquistata sarà Milano con fulgore! la città delle procure, dei diavoli rossi e di brutture, dei magistrati comunisti et nerazzurre iettature, dello dimonio borgo laido et infidele, che neanco Niccolò Bauscia e l’Angelin Di Alfano sepper piegare all’ordine d’un governo giusto e sano.

Et fuit si chèllo Pierleone, con ghigno poco umano, sin virtude di comando, eretto e truce guardo Mil’ano.

 

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Lo Pierleone et l’abuso compulsivo delle kappa – da “La riforma dello Martin giuliano, noto per ovo, vita et Foglio igienico” dalle Operette Immorali di Grappone da Bassano

Et fece presto la calunnia, ad avvelenar li bacchettoni, li moralisti con l’insonnia, chiedean a gran voce  dimissioni. Che le gesta tanto erotiche et dissolute dello Pierleone, alli più covava invidia per la sessuale prestazione.  Non passò lungo tempo che orquindi li pugnaci, radunatisi in larga et diffamatoria assai protesta, urlavano per il mondo la morale ormai violata, e dello nostro cavalier chiedean la testa.

L’Inquisitio dello Papa, non rimase indifferente, e con il piglio del rigore, che tradiva l’amarezza, dimandaran la giustizia o perlomeno la chiarezza. Al che lo Pierleone allertato et spaventato,  volle attuare uno gesto poco umano, et ivi già in Arcòre, dalle losche assai prigioni, liberò Martin Giuliano, dell’ovo protettore.

E lo mostro, con furore, non senti più la ragione, e dell’ovo comclamato fece tosto uno frittattone.

Quando appena fu saziato, ragionando nella norma, lo cavaliero sussurrò allo suo orecchio: “dello cul fammi riforma! Niente più debenedetti, o santoro et l’unità, gruppi rossi, magistrati, di legno fiche et santità”

E lo Giuliano, l’obbediente, la lezione presto impara, e financo allo TG va a magnar la carbonara.

Nel frattempo Pierleone, per calmarsi et carburare, chiede fermo allo  plotone, di al più presto copulare. E subito in tempo inane, venner 20 cortigiane, tutte ignude et assai belle, tranne una ch’era in bretelle.

“ Diavolaccio d’un curato, Tremebondi maledetto, cosa fa tra le donzelle, con la panza molle molle!”” Vada via, mi consenta, vada via!”

E tra tutte le modelle, una in primis lo silenzio ruppe, sguardo fiero, viso bello, e delle enormi magne puppe. La morbida dametta, con gentile et dura chiappa, parla in fretta e concitata, con abuso della kappa.

“kekke kiedi karo kikko, karo krepa kontro kaso,kabala,karikatura,korsia,koala, kakka, kokko, kulo”

Pierleone assai confuso, non capisce una parola, tranne l’ultima che vale, per deformazion professionale. Sarita si chiamava, la falsa sagrestana , ekonomista d’eccellenza, che per lo denaro la potenza, decise d’esser un po’ puttana, et lo letto assai infiammava.

Et d’improvviso, quatto quatto, nella stanza dell’amore, pierleon iniziò la fornicatio, con mutanda tricolore. E sguainato il bandierone, grosso quasi come un faggio, alla squinzia prezzolata, mostrò lo suo Roberto Baggio.

Et la dama in gran tremore, urla piena di terrore, che se virtude sua sarà violata, allo più prestò rimarrà sciancata. Corre dunque per le stanze, con le lacrime abbondanti, ha già visto lo demonio, non può più andare avanti.

Pazza tosto diventò,  la Sarita un po’ sgualdrina, che lo pensiero dello mostro scacciava via con stricchinina. E mandava li messaggi, et gli araldi et pergamene, in Arcòre, at Pierleone e financo alle balene.

L’omerica invettiva, prendea corpo come foglia, portata assai dal vento et fragile in vergogna:

“ Krepa con la Troia, tu Ke sei lo mio boia,  che lo pissicologo dovrammi pagare, tu che l’orifizio hai voluto meco tappare”. E nulla più meco riserbo di raccontarvi già obbediente, che persino a me fa schifo adesso, codesta classe dirigente.

L’onore che languiva, dell’Italietta spoglia, che nudi nel cimento, si pativa assai la gogna.

L’onore che languisce, nella ragione impura, non sì più colpa l’ uomo aut la bestia, et  neanco la natura.

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Pierleone assai beffato – da “ Uno finale assai venale” delle Operette Immorali di Grappone da Bassano.

Et fu fortuna et gaudio dello nostro Pierleone, quando lo Emilio Fido, in le terra bruna et aspra di Messina, riconobbe un’assai giovine ancella, dallo sguardo di cerbiatta, prona sempre a pecorella,  a prima vista ingenua et pure un po’ svampita, ma in fondo in fondo avida et furba  come diavolessa ardita.

Et poscia, con promesse, eloquenza et assai furore, lo vecchio et fido Emilio ea condusse fino a Arcòre. Quando ivi giunti, in chiaroluna nottetempo, Emilio manda uno servetto, con la faccia da muflone, perché in secreto nunzi della nuova allo padrone, che intanto aggirasi per le stanze nervoso e senza scampo,  mentre padre Tremebondi  esorcizza la bestiaccia, con ghiaccio, ferro et incudini et poesie su una vecchiaccia.

Ma ecce che la nuova giunge al nostro Pierleone, una dama un pò mulatta, oh che grande eccitazione, arriva voce dal cortile che lo lungo viaggio non fu vano, che la dama minorenne ha un gran bello deretano.

Ed ecco che lo nostro si rivolge interessato, all’orecchio dello padre, con lo tono assai felpato :” Curato, o mio santo et adorato, in lo peccato moro, ma di bellezza vorrei godere, pregotti, sii gentile, reca meco lo sedere!”

Tremebondi, tutto bianco, non proferì menzione, stette rigido et immobile di lesso pesce l’espressione, che lo core gli si apriva, ad anni di muta et impossibile passione, che li voti avea giurato, dinnanzi a Dio Celeste invero, ma come potea resistere allo sexy cavaliero?

E l’amor per lo padrone della Fede fece ammenda, lo breviario fu lasciato per la brama di tant’anni, et stracciandosi le vesti, che Cristo lo condanni, prono a pecorella a invocare lo perdono ex ante,  urla disperato lo magno amor per lo suo amante  ” O domine, non sum dignus!”.

Al che lo Pierleone, un po’ schifato in tal visione , si ritrasse ratto e pronto, a guisa d’aquila aut nibbio, et esclama disgustato: “ Tremebondi, ma che cribbio, io della dama colorata già sognavo le di felino forme,  ma la foga tu mi smonti con di lardo un monte enorme. Recami la donna! Curato farabutto, che s’aspetto un altro poco, io qua dentro spacco tutto”.

Grande fu la delusione, sul volto dello padre pacioccone, che l’amore di una vita, sfuggiva tosto dalle dita.

E viene la mulatta, giovine et leggiadra, le braccia tosto allarga, sinuosa come l’Idra, propina un po’ le terga, con fare da coatta. Deliziato lo Pierleon già ansioso et assai gaudente, provato dalli mesi di forzata assai risacca, avvicina la dametta eretto e impertinenente, che chiamonsi nipotina dello truce  “Mubaracca”.

Et luce splende negli occhi suoi ridenti, et turgore mai inviso nei seni di issa, ma l’impresa si fa ardua et invero assai prolissa.

Lo culo, pensa lo Pierleone, lo culo issa dovrommi dare, che allo più presto la bestiaccia, con sacrifizio, dovrò placare. Ma la dama assai furbetta, di Cleopatra già la figlia, gli fece una pernacchia, e a parlar decisa piglia:

“O sire se tu vuoi  la mia virtude già occultare, ben cinque di piotte dovrai allo più presto sganciare, che sì degni son li poemi d’amore e le austere offerte talari, ma di più maximo gaudio son per me li tuoi danari”.

Et lo sire finì a staccare assai cambiali, perso in li sogni d’ebano et amore ormai perduto, vendette li soi feudi, li servi et l’animali, d’un regno che fu vasto e provvidenzialmente muto.

Che niuno osò pugnare lo suo maglio di ferro, tranne una dametta, pro dolorose voglie, che tenne nello suo minuto pugno lo lussurioso verro.

Solo rimase tra le nemiche procure, a sognare culi dalle mille fatture, a rimirar lo potere che lo fuggiva da mano, per colpa di un infidel et mai domo deretano.

Finisce così la storia di uno reggente, che resse l’Italietta con la verga assai potente, ad arringare mandria di muli stolti e biechi, che la sua colpevole lussuria et mai compiuta disfatta, ammirati, seguiron ciechi.

Et a me menestrello, cinìco et poi meschino, non resta che rider amaro d’un tristo assai destino, che né culo né tette ha portato di notte, ma sol di pieno giorno un fracco di botte.

Esto lo fato di chi volle rendere immortale lo che est immorale.

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Pierleone e la Noemi – da “ La fuga consumata aut la foca verginella ” delle Operette Immorali di Grappone da Bassano

E venne lo giorno in cui, lo Pierleone giusto et fiero, ripudiò la nona moglie, la Veronìca del pensiero, la pansè di notti folli che con gomma et silicone resse anni di lussuria et di vaselin penuria.

Lo regno vasto crebbe, dai monzesi vescovadi alla Milano triplice, dall’Olgettina villa , fino allo Chigi colle l’apice, con sforzo quasi inane, lo prestigio fu tal grande, nello Impero delle Banane.

In una notte infausta, con tuoni e temporali, ammantato in cupe vesti e rialzi naturali, venne in silenzio et furtivo, in  frenetico galoppo, giù giù in lo meridione, sino allo feudo di Cacioppo.

Ivi, si fermò, per ristorar le stanche membra, alla locanda di Elioste, lo cui nome fu nell’ombra, e che per suo gaudio et somma assai letizia, la di lui casa spoglia et impunita era scevra da giustizia.

“oh la pace, Cribbio!” esclamò lo Pierleone, quando dell’oste moglie et figlia ebbe chiara la visione: “ mai più del vecchio et marcio, avrò più paragone, che Veronìca est bella che sfatta, a guisa dello Partenone!”

E in su la giovinetta lancionsi con poemi, Pierleon equino et fiero: lo suo nome erat Noemi.

“ Per te sarò lo Papi, sorridente sed severo, che se stai zitta e brava, darò te “lo ministero”!”

E gioia fu per la giovine leggiadra, che venea dalla campagna, a figurarsi addosso con lo stupore di chi ha visto meraviglia d’un colosso, a guisa di Carfagna, indomita puledra, col pelo corto e liscio et gli occhi strabuzzati, ad arringar le folle con toni assai felpati:

“Eunuchi et poveracci sono tristi assai persone, piuttosto riadorate lo magnanim Pierleone”.

E fu l’equivoco maligno! Che in una notte di perigli, Pierleon innescò l’ordigno ert prese padri madri et figli. Giustappunto “lo ministero”, che ai moniti et promesse lasciò posto alli palanchi si, sed magno dolore invero.

E la giovine Noemi, mutata in corpo et viso, come un laido canotto, a chiappe strette, già sfatto et deriso, lasciò ai posteri lo verso immortale con placida fermezza:

“ Quant’è bella giovinezza, che già fugge tuttavia, chi vol’esser lieto sia, che dello cul non c’è certezza.”

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Pierleone et la dama in bianco(rosso) – da “ Verso rotto , rima sgarrupata et geriatria” delle Operette Immorali di Grappone da Bassano

Durante la campagna dello Pierleone per la conquista dello reame di Sardinia, isso corse periglio assai grave et luttuoso. Lo mentre d’orecchio in orecchio lo nome dello cavaliero si spandea per li borghi dello orbe terracqueo, lo numero delli acri nemici tosto aumentea a dismisura, ognuno roso dalla invidia et dallo odio, verso lo amore et la speme, lo mare di speme, che lo nostro sapia profunder nelle et sulle umane genti.

E fuit si, che li nemici comunishti dello feudo di Molfetta inviaron a isso una trappola fatale, in sulla soglia della rocca Certosa, a guisa di dama un si poco attempata: la Patrizia, lasciva et sensuale.

Lo incontro avvenne sotto lo imponente volcano, che isso stesso apparecchiò la notte delli tempi, penetrando l’aspera terra collo suo ordigno ferale et monumentale. La dama lussuriosa, conscia già dello periglio, lancionsi in effusioni et carezze languide con pubico et sessuale piglio.

Al che lo Pierleone, maestoso et imponente, disse alla puledra “ Entriamo o Mia Giovenca, dritti et presto allo maniero, vedrai tosto come teco infranca, veder eruttar lo mio volcano fiero” .

Senza batter ciglio, la donna prostrossi placida et cumsenziente, non esitò un momento, et giunta sul lettone de lo russo compagnone, aprì le cosce altera, come un’abile megera.

Lo Pierleone facere nulla puote, dell’abile stregaccia sopraffatto a lo potente maleficio,  come delli colli Iblei lo ciuco, lasciossi andare in oblio et lussuria, come della Hispania toro, dritto rosso a mammella et peluria.

Dimentico per giorni delli affari dello regno, amor continuo alla fedifraga, diede in consigli et affetto magno: “ Mia dama, ea la si dovrebbe eccedere in molta clitori stimulatio, onde pugnar la di virtude orpello, con provvido aut mancante fallo”.

Ma la sordida puella, ben altri piani avea per lo sua amante sventurato, et allo vespero, mentre lo suo sire spossato giacea, ivi intrudere fecit l’orda delli assassini delle Puglie, che emuli dello Baldassarre, volean truncar at ogni costo lo magno et luttifero arnese.

Sed lo Pierleone, nello impeto della battaglia furente, riscossosi dallo torpor mortifero, eresse lo reale et equino spadone, nunziando loro: “ISSO! ISSO si chiama CIPPA!” Et gravi furono le perdite, et laschi divennero li pertugi, et agre lo dolore et amare le lagrime furon, per li nemici assai infideli, che cotanto oltraggio palesaron allo sire loro.

La patrizia fattucchiera fuggì alle Gallie, e notizia più di issa si seppe manco, tranne che organizzava  orgie  a tema con un certo Tre di Mazze Franco.

Ma lo giuramento dello Pierleone alzossi como tempesta: Niente più le zoccole della stirpe italìca s’adopereranno nello tempio mio, ma solo di straniero rango, lo giuro su mio zio, sarà d’uopo per mio sollazzo genuinamente fica.

E fu così che indomito, radunò lo manipolo suo di cavalieri, e tutti quanti, financo Minzomulo, partiron alla ricerca perigliosa dell’infidele et rubycondo culo.

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I monologhi del tristo mietitore

Monologo 1 – Ouverture

Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto, come uno specchio che sono costretto a fissare.
E dentro vi scorgo il patetico scorrere di anime che riconosco come mie sorelle,
il dubbio della felicità travestita da attore di second’ordine che saltella qua e là e cancella il dolore di ogni passo compiuto nella lunga e accidentata via,
l’olezzo di fornicazioni promiscue che dovrebbero spandersi come vento di eternità sulla storia,
l’illogico perpetrarsi di un peccato di vanità che l’esistenza stessa dell’uomo consuma,
come lento fuoco di onnipotenza, oltre le vette dell’ignoto, oltre il pallido biancore di spiagge deserte che segnano la fine del cammino.
Ed oltre un mare vuoto e silente che aspetta materno di ricongiungerci alla polvere di cui siamo fatti, su cui abbiamo camminato e insozzato i nostri sandali.

Tu, logico viandante, cosa credi sarebbe migliore? Fuggire dal terrore oscuro che attanaglia il tempo e le spoglie mortali, o illuderci che la vita possa perpetrarsi all’infinito nell’incuria delle passioni e nelle bassezze della carne, come sciocchi animali dimentichi del nulla che attende le vostre povere anime?

Io sono il tristo mietitore, e a lungo ho camminato al fianco delle anime mortali, e molto ho imparato da esse, financo l’amore. E non c’è vita senza intenso dolore, non c’è potere divino senza l’immensa tristezza di un solo spirito ramingo, rubato ai suoi affetti e alla continua ricerca della sua meta, del suo ignoto e del limpido orrore dei Suoi occhi.

Ed il grosso fardello della consapevolezza tornerà a schiacciarvi, quand’anche le vostre illusioni e le vostre blasfeme speranze vi condurranno all’orlo del burrone senza fondo, ed ancora lì, con impeto di folle orgoglio urlerete ancora la vostra sfida a Colui che chiamate Dio, vi tenderò una pallida e pietosa mano, come ultimo peccato di vanità, di Colei che è La Fine di tutto, incarnata come ultimo e poderoso atto di irragionevole amore per l’Uomo.

Monologo 2 – La Condanna

L’amore rende deboli, l’amore fa vacillare la mano, il dito si stacca dal grilletto, un attimo, per pensare alle cose perdute, alle cose che si perderanno. Allora è troppo tardi, il corpo si inclina, cade sulle ginocchia, e sei completamente disteso, senza più l’antico vigore, la faccia striscia a pochi centimetri dal suolo.
Ignavi e impotenti come vermi.
Gli occhi rimangono fissi, la vergogna impedisce ogni movimento, è accaduto, O Angelo, che la tua vendetta e la tua sentenza ti hanno condannato alla sorte degli uomini.
Ora scompari, per sempre, peccato nel peccato, svanisci nel vento di morte che ti ha riportato in vita, verso il nulla che ti aspetta.
Muori, ora, Costantine.

Monologo 3 – La Rinascita

Non ancora, cagna maledetta, non ancora, giungerà l’ora della tua fine, ma non è adesso.
Una lacrima prende a rigare le paffute guanciotte,
nei tuoi occhi come nei miei vedo riflesso lo sfacelo di questo mondo,
il giardino diroccato delle inquietudini umane,
nelle tue mani come nelle mie una poderosa falce venuta a giustiziare il cuore del mondo,
nelle tue ossa come nelle mie un brivido raggelante che ulula sangue e terrore.
Sii me.
Sii la tristezza infinita di questo terra bruna e decadente,
Sii l’inutile vuoto che avvampa oltre il creato,
Sii il marcio che si annida nel cuore di ogni essere vivente.
Sii me, ancora me, sii la tristezza stessa, ed il suo smisurato potere.
Ora riposa, coglione.

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Decupiti proni

- Ernst Hemingway non ha scritto capolavori. Ernst Hemingway ha scritto  bei libri, e se ti fai le bombe apri il cervello, dipingi bei quadri. Poi non mi venire a dire che fumi un mucchio di sigarette come quel porco di Bukowski solo per darti un tono da scrittore e bevi del vino che fa malissimo e non ti fai le bombe. Le bombe sono la quint’essenza dell’intelletto. Vedi me per esempio in cappotto 3 bottoni alla marinara e lupetto. Sembro o non sembro il figlio segreto di John Lennon? Guardami di profilo…questo non ti sembra il naso di casa Lennon? Fattelo dire amico mio, sei un fanatico, anche un po’ cretino. Io lo so meglio di te, la cultura ce l’ho nel sangue.

Poi francamente questa storia della seconda guerra mondiale, lo sbarco in Normandia l’amore sui prati, vuoi mica che tutto passi per sacro, so romanzetti fattene una ragione, in fondo lo faccio per te, ti apro gli occhi. E passi che hai letto “Per chi suona la campana” cacando, la componete freudiana, la fase anale, minchiate. Senti a me , sono il tuo Gesù personale.

Io giro con le milf, sono tendenzialmente gerontofilo, io alla vista di una calza contenitiva vado su di giri e svalvolo, mi faccio le bombe, non ce la faccio più, e tu mi vieni a parlare di Hemingway. Non ci stai dentro, sei chiuso di mente, sei un cretino fattelo dire. Qua siamo alla mignottocrazia e quello ancora a masturbare tori di Pamplona, ma sei cieco, folle, pretestuoso?-

Mi sono seduto, ho riempito il bicchiere di vino, rosso, poco strutturato. L’ho vuotato d’un fiato, poi ho poggiato le dita sul collo, non mi sentivo un cazzo bene, pressione alta, capogiri, colore violaceo in volto.  L’immagine del cantante dei Gong su califfone fucsia che sfrecciava per le vie di Torino, gridando ROBERTOOOOOOOOOOO BAGGGGGGGIO! si è stampata nel mio cervello, proprio mentre accendevo la mia ennesima sigaretta. Avevo appena deciso di smettere di fumare. Forse è stata la prima volta che il pensiero di andar via lontano da tutto e tutti mi ha sfiorato. Questo non è un paese per vecchi, non è un paese per giovani, non è un paese per me.

Meno male che non mi hanno toccato Fante.

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Brain Storming – Capitolo 1 – Passeggiata al canale reale.

Disponiamoci per il banchetto, il vino non manca, con il tavolo circondato da volti amici ed il fragore delle urla che abbandonano le bocche. Contro gli schienali, al tremolio delle candele, siamo pronti alla violenza, la mente vigile, il braccio pronto. Piove sulla nostra festa. Piove sui corpi lasciati cadere al suolo, come foglie morte, ingiallite e rinsecchite: piove sul veleno che sgorga dalle nostre vene e appesta tutto il rigoglioso verde intorno. Piove sul vino novello, sul letto nuziale, sugli anelli che congiungono le nostre vite, in un’unica volta colorata di rosso cremisi, ecco il sacrificio del nostro tempo, sull’altare della noia, dell’inevitabilità, dei crampi che affliggono la mano sinistra. In una distesa di terra, avvolta dalla luce, tra pietre sconnesse ed erbacce signore, che si ergono sopra le impronte dell’umana cura, non v’è segno del viaggio: ulivi e cicale, canti blues di vecchi negri vestiti di camicie e pantaloni alla “zuava”. Tra tutto questo, ecco comparire l’incrocio: il diavolo aspetta, nero ed ocra, come la notte e la terra, come il limite dell’orizzonte. Noi, ubriachi di luce lunare, lupi seminascosti, osserviamo, avidi e terrorizzati. Sul muretto che divide la strada dal fiume un’armonica suona, e scorre sopra baffi appuntiti e viso luminescente…dove ve ne andate, contro lo sciabordìo del fiume, nell’aria grassa, piccole mosche che venite al miele, dove ve ne andate… Dove? Che sia un boccone malsano questo mistero che parte dallo stomaco e rifluisce in gola, ed ancora al suolo, in una macchia blu, con le pietre a far da stelle? Vomitare la notte. Grazie. Solo adesso inizia il nostro viaggio, ora e per sempre, da Ortelle ad Ulan Batòr, dalla culla alle viscere della nostra mente, la digestione dei nostri tormenti prende forma in un feto, creatura strana. Partorienti, troveremo per la strada le nostre levatrici, le quali cureranno le nostre ferite, pure le nostre piaghe di gioventù e le piaghe, altrui, di vecchiaia agnostica, che non ci appartiene, a cui abbiamo rinunciato in partenza. Scorrono le stradine, ad una ad una, con le cicorie selvatiche ai cigli, vecchie bardate di ampie gonne e scialli ne fanno scorta, per il magro pasto serale. Più in là profumi di carne arrostita, e vino rosso, come sangue su sangue, i contadini tarantolati si preparano ad accogliere il dio Dioniso in persona, con l’orecchio proteso al baccano, ai gemiti bofonchiati di donne lascive, prive oramai di ogni pressione, lasciate al loro libero laborìo intellettuale, al loro accorgersi del mondo esterno, al loro essere finalmente uomini laddove uomini non è concesso essere. O Dioniso, la femmina è sacra e noi lo sappiamo. Schiavi delle regole e della tradizione siamo caduti in trappola: abbiamo idealizzato la fica. Quindi per sempre e per nulla avrei chiesto i vostri nomi, solo perchè l’immagine del vostro volto venisse impressa nei miei occhi, sulle retine, invece di svanire come fumo di parole bruciate, come sbadigli sommessi, come ghiaccio nel bicchiere di un ubriaco. Ed ora arriva la lucidità, quella che ci accompagnerà da adesso in poi, mentre aspetteremo di scioglierci goccia a goccia nel caldo innaturale, in fiumi di sudore che sgorgano dalla fronte e bagnano tutto quanto è intorno, madre-matrona di pensieri liofilizzati. Finito il giorno, le ultime anime si rinchiuderanno nei casolari bianchi, freschi di notte, popolati da lucertole, zanzare e gatti cacciatori. Le civette rimarranno accoccolate sugli alberi del pepe, ultimo decoro di questa terra, prostituta dei nuovi padroni, per i nuovi padroni: eppure ancora nostra, ella puzza, gonfia di sfortuna, cambia ed ancora puzza, lavata da quel fango rinsecchito, ancora puzza e ci caccia via.

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Bye Bye Bombay

ci sono canzoni che ti si appiccicano alla pelle. E per un motivo od un altro non riesci a dimenticare. Metti di essere seduto davanti al bar, col tuo bicchiere in mano, il caldo umido che arriva a tratti direzione fiume, un’ orgia di sandali con tacco 12 che chiacchiera davanti a te, quasi ad ignorarti, un negozio di scarpe in vetrina sulla via più trafficata della città, ore 22e30, positivo.

Metti che una delle procaci chiacchieratrici ti chieda: ” senti un po’ com’è già che faceva la canzone…Io non tremo…e poi?” e tu rimani lì un attimo a pensare, chissà quando mi capiterà di scoparmi una figa così, forse con un terno al lotto, una scommessa piazzata  bene, magari lasci soldi, a pagamento ti dici, squallido ed efficace, un po’ un leit-motiv di una vita che a tratti scorre piano ma che quando ti chiede qualcosa te la chiede ora e subito.

Non c’è spazio per un registro linguistico forbito, c’è la velocità di pensiero, l’attimo per agire. Sarebbe bello viaggiare così, magari dritti a Berlino, lampo a Punkow, giusto una capatina in Alexander Platz, senza eroi, senza nemici, un unico spazio vuoto che urla ad ogni gollata. Brau.

Non sarebbe male, affatto.

Ora hai due occhi davanti che ti interrogano, e lo sai benissimo, ti dici, rispondi coglione, fra un attimo si rivolge a quel tizio coi pantaloni di lino e i capelli unti unti, quasi sott’olio,  che ti farebbero schifo anche in un panino alle quattro di mattina, ed allora finisce tutto, torni dietro la tua vetrina, ad ammirare lo scalpiccìo-clac-sciaff-clac di piedi infradito un po’ sporchi, un po’ sudati, ma comunque camminanti, diretti chissà dove e poi sempre in tondo anonimi davanti al tuo naso.

Dici, e spalanchi la bocca, la mascella fino a che il mento ti tocca il petto, come un giovane ippopotamo,  fino a slogarla, completamente, e pum, nessun suono, mostruosamente afoni, come giovani vecchi che hanno mollato la dentiera sul comodino nel bicchiere di acqua minerale depurativa lievemente gasata che da un po’ di brio, ed il tempo passa secco ad aspettare.

Aiutami a trovare le parole, qualcosa di pulito, rompi il silenzio maledizione.

Poi d’un tratto tutto passa. Senti un brivido lungo la schiena che risale fino alla nuca. Senza rendertene conto  cominci a scrollare la testa a destra poi a sinistra a destra a sinistra sempre più rapidamente.

Il mondo intorno a te scompare, sagome che piano piano si porta via il vento e ti ritrovi solo, seduto, col bicchiere semivuoto in mano, ed un oceano di gomma viene a galla, a ritmo di ogni sospiro, quasi esalazioni di ricordi che saturano l’ambiente intorno. Pure il vento si ferma.

Voglio la verità che ricordavo, che questa è troppo brutta, un tuffo nel passato immobile, bastardo infido figlio di puttana che non riesci a seppellire neanche dopo il terzo whisky, lui ritorna con la faccia da Pierrot a farti smorfie, inchini e quant’altro, vattene via, chi ti vuole più, per conoscere te stesso, e io non voglio essere nessuno, quindi gentilmente alza i tacchi e vattene che io torno a bere, e me ne frego di chi sei e cosa ho fatto. La vergogna del passato.

Poi viene la bellezza, la nostalgia, la lucida cronologia di tutto ciò che ha stampato un mezzo sorriso sulla tua faccia paffuta, nonostante la barba ispida, i denti marci, le labbra cotte dall’herpes, la lingua nera di vino, gli occhi storti e appannati. E lì cominci a crollare. Crolla la comodità dell’abitudine, come se uno ti stesse strappando persino le mutande di dosso, nudi come vermi.

Ti aggrappi come un disperato a specchi fatti di sabbia, ad una foto, ad un lampo di gioia, ad un pensiero maleficamente divertente. Ma non c’è più gusto, nessun sapore, una minestra insipida con cui ingozzarsi fino all’alba,  per dimenticarsi che ieri non è oggi e oggi non è domani.

Un abile trucco per non obbedire alle regole del tempo. Un momento dilatato in cui assistere al muto sorgere del sole, prima che divenga mattina, rinascere nuovi, tornare bambini, alla verginità del principio e reiniziare daccapo.

Proprio mentre sollevi il capo soddisfatto e compiaciuto, ecco che tutto torna normale, le sagome si ricompongono diritte davanti,  il calpestio di tacchi in tondo e gli occhi, che sono ancora lì, fissi, ad attendere la risposta.

Cerchi una sigaretta, l’accendi, aspiri, espiri, sospiri. Poi parli, e la voce esce, sibilando, quasi come un lamento.

“E’ solo un po’ di me che se ne va….”

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colica n° 13: l’invasione

il pensiero va al mio baffo spettinato e al rincorrersi dei ricordi. Stop.

proprio mentre sono seduto sul cesso, ecco la faccia di un alpino, tutto molle di rosso barbera che fissa le mie mirabolanti manovre per evitare un maledetto scarafaggio, stop.

o non è uno scarafaggio, dritto penso è una di quelle robe con le ali, sgnac. meglio se sta lì.  il lungo manganello penzola dalla cinta come un crucco sconfitto condannato alla forca. le mani stanno lì appese come cornacchie fastidiose, agitate e incracravattate, ferme nella decisione di aspettare. Sgrunt.

e poi le vedo afferrare il pacco e lo tiran su tosto tosto al suono carocchiante di un fragoroso sputo. Ptuuu.

Mi allontano e prego non sia un’invasione. Se di scarafaggi con le ali o militari coi manganelli ancora non ce lo siam chiesto.

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Esigenza di carta

Sotto i colpi di cetrioli ed insaccati,

Berlino è caduta.

Non me ne dolgo.

Per non sprofondare nelle storiche trappole

continuo a vivere, ogni istante, l’ultimo.

Una tavola bianca, un buco, acqua nel fondo: ho sempre amato i pesci rossi.

S’agitano sotto le chiappe,

la loro prigionia mi dona pioggia di garofani rossi, nel momento predestinato,

costruiremo un mondo irresponsabile.

CHE FARO LONTANO DA TE, SENZA VEDERTI, TOCCARTI,

non potrò dimenticarti,

PLOFF.

La carezza delle tue mani, l’odore, gli abbracci, l’armonia:

SEDUTA SULLE MIE GINOCCHIA,

la paura del buio.

Berlino è caduta. Finirò di parlare.

Privatizziamo.

Privatizzo il mio amore, ne vendo i pezzi,

lo spartisco a tutti, tutta l’energia che ho, a pezzi, per voi.

TU…DOVE STAI ANDANDO?

Mute e fredde le dita dei piedi, ed il conforto della tua pelle.

PLOFF.

BERLINO E’ CADUTA.

Alexander Platz! NOI LA POSSIAMO VEDERE!

Anime perdute, educate da onniscienze catodiche,

Alexander Platz! davanti a noi.

Questo è un non addio.

Arrivederci cerchio promozionale inflazionale, non mi prenderai,

arrivederci.

CUSTODIRO’ PER SEMPRE I TUOI OCCHI,

ed il sapore delle tue labbra,

ed il tuo corpo vestito,

ed i tuoi capelli:

quando mi troverai spento e stanco

I VECCHI SAPRANNO IL PERCHE’.

PLOFF.

BERLINO E’ RISORTA.

Tornerà da me, il suo corpo contro, la grazia dei suoi contorni,

whiskey.

La grazia del tuo cuore,

whiskey.

Nonostante il rincaro del petrolio,

whiskey.

Provo a comprare la libertà,

ad affogare nella pura vita,

ad insozzarmi in questo mondo opulento.

Uno,due,respirare…

PLOFF.

E’ finita la carta e sono solo

sporco di merda.

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Brain storming – Capitolo 3 Urano nella sesta casa quadrato con Giove

L’oroscopo di oggi mi suggerisce di affrontare una vecchia storia, anzichè soprassedere come è di mia consuetudine.

L’umore mio giovale, allora, ha subito ribattuto mettendo sul piatto il disco più brutto della mia collezione, al grido di : Beh come la mettiamo ora? -.

Certamente , sono pronto, mio caro fantasmino, tabacco da rollare, cartine, filtrini, tanti accendini disposti in circolo attorno al tavolino, ed il piacevole brusio dei tasti premuti ritmicamente in sottofondo.

Premettiamo che questa cantante (di donna musicista naturalmente di tratta) ha una voce roca e impostata, e quasi sempre canta di lascive voluttà che tracimano in visioni bucolico-oniriche alquanto scontate.

Detto questo mettiamoci anche che non c’è niente di più irritante della donna vissuta, fragile eppure pronta a prenderti a schiaffi ogni qual volta tenti di stabilire un contatto. Diciamolo: la donna vissuta è demodè.

Oggi va il modello giovanile, fresco e possibilmente stupido, a tratti tranquillizzante e totalmente avulso da quel macchinoso intrico di paranoie che tanto ci fanno scoglionare di primo mattino.

Torniamo alla storia e soddisfiamo gli astrologi: sei anni or sono conobbi, nel pieno di un meraviglioso viaggio nel mondo degli insetti (collasso su di un prato, n.d.a.), un meraviglioso esemplare di donna, di nazionalità spagnola, che, dai ricordi frammentati della serata, mi pareva avesse intorno ai 28 anni.

Tra le risate dei miei compagni, che oramai in preda ai fumi dell’alcol tentavano di accoppiarsi in loco (sempre sul prato, n.d.a.), con spirito indomabile da giovane balilla, mi misi sull’attenti e decisi, nonostante fossi debilitato fisicamente ( ubriaco marcio, n.d.a.), di far valere l’orgoglio italico, per la patria, l’onore e i baffi.

Già, i baffi.

Perchè, oltretutto, la matura pulzella ispanica era ricoperta da un folto strato di peluria che ritengo, a ragion veduta, fosse sparso in ogni dove nel suo corpo.

Ma non importa: era una donna matura, una donna vissuta, il fascino incarnato dell’esperienza di questo mondo, ad un palmo di mano dai miei occhi di giovinetto imberbe.

Io non ho nulla contro la Joplin, cantante bravissima, ma è proprio necessario dover sopportare così tanti suoi emuli a distanza di 50 anni?

Eppoi è davvero così? che la donna è realmente libera solo nel momento in cui rinfaccia all’uomo secoli di soprusi?

Comunque mi rizzai in piedi e gonfiai il petto, e mi ripromisi di non parlarle tanto, per via dell’alito di birra: molto cavalleresco da parte mia.

Tuttavia, a causa di incomprensioni (io non capisco un cazzo di spagnolo, lei men che meno di italiano) reciproche, dovetti dar fondo a tutte le mie abilità comunicative per farmi capire: cominciai dunque ad esibirmi in un balletto fatto di gesti frenetici con le mani e boccacce varie, sillabando ogni parola, “ca-val-lo”, come se realmente ad un cavallo stessi parlando.

Ma non importava, il silenzio, con cui ella mi ascoltava, faceva presupporre alla mia testolina che le cose stessero procedendo per il meglio. La mia donna vissuta era lì, catturata dai miei discorsi sibillini – Calderòn de La Barca mi fa ca-ga-re…, ma gli spa-gno-li mi so-no sim-pa-ti-ci -.

Ero molto contento, lo diceva anche il mio oroscopo: qualcosa di speciale cambierà la vostra vita.

Per fortuna che questa cantante non fa più dischi. Vaffanculo alle orchidee porpora.

D’un tratto la vedo correre verso il bagno del vicino locale, e temendo che si sentisse male, diedi fondo alle mie forze e la seguii, per accertarmi delle sue condizioni. Nella ressa, la persi di vista, e mi appostai nei dintorni del bar per poterle fare da scorta nel momento in cui fosse uscita: era pur sempre la mia irsuta donna vissuta, ed io il suo giovane cavaliere italico, sguardo fiero e un me ne frego dentro al cuor.

Aspettai un’ora, due, tutta la notte: nel frattempo quel buontempone del barista cominciò ad offrire bicchierini a pochi spiccioli, e perchè no? perchè non allietare l’attesa, alimentare le miei dolci visioni onirico-bucoliche, preparare pochi versi improvvisati e sospiri per la mia dama, tra un lungo sorso e un fondino, perchè no?

Mi addormentai sul bancone, oramai dimentico anche del mio stesso nome, finchè non mi buttarono fuori, ancora sul prato, con la faccia e gli occhi rivolti al mondo degli insetti.

L’indomani mattina i miei compagni vennero a recuperarmi, con un sorriso stampato in faccia ed un sorso di grappa alla prugna per rimettermi in piedi.

Mi raccontarono che Isabel (il mio vello a forma di donna) era fuggita via, terrorizzata, per paura che le usassi violenza, in preda al panico, scappò via, dimenticando persino la borsetta.

A me, invece, sul momento, scappò la cacca.

Comunque l’oroscopo di quel giorno ebbe ragione, qualcosa di speciale realmente cambiò la mia vita: la sambuca.

Il disco è finalmente finito, andate in pace.

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Cinque quarti (una storia dispari)

Frank si alzò dallo sgabello, posò la tromba nella custodia, e annunciò enfatico, con perfetto accento inglese, al pubblico: - Ragazzi, stasera sono finito -. E intanto buttò giù un sorso di quella birra scura che gli piaceva tanto; il bicchiere era sempre lì, accanto al suo piede sinistro, pieno, luccicante di quella rugiada che mescola il refrigerio della birra con l’inferno che avvampa la tua gola: lo chiamava.

E lui non lo faceva aspettare.

Tranne che per urlare, sussurrare, biascicare, canticchiare…note.

A migliaia.

Voci diverse che ti aprivano la quinta dimensione del suono….e ascoltare non era più una percezione: era rivoltare catastroficamente la tua esistenza, senza concepire nemmeno perchè vacillare nel riverbero di un parallelepipedo ti procurasse tanta noncuranza delle cose esterne.

Frank ti spostava con i suoi acuti verso le vette di montagne altissime, quindi faceva cedere il terreno sotto i suoi piedi, e ti osservava mentre sprofondavi nella propaggine della sua bocca, masticando nervosamente la tua meraviglia, con gli occhi aggrottati e più in là un sogghigno.

Si divertiva a maciullare la purezza del nostro sentire, e la modellava come uno scultore esperto, regalando ad ogni ascoltatore un singolo e non ripetuto frammento della sua personalità…non era importante nessuna finezza per orecchi esperti: solo la sua tromba ed il pulsare vitale della stanza.

Ed io rimasi folgorato, schiacciato sulle pareti, da un mondo nuovo che mi si apriva.

Vedevo il portinaio, pochi metri più in là, sul palco, che tentava di raccogliere le sue cose e fuggire verso il prossimo drink…non c’era voglia di soddisfare il proprio ego (e avrebbe potuto benissimo, io credo), ma quella di sfuggire all’idolatria…

Un  Non mi rompete i coglioni credo riassumesse il suo stato d’animo.

E a buon diritto mi sono reso conto che prostituirsi ogni sera su un palco, non giova al tuo buonumore. Sebbene è doveroso dire che ci sono tante eccezioni.

Frank sparì tra le quinte…non lo seguii. Principalmente perché non mi andava, in secondo luogo perché mi sembrò stupido: in realtà esplodevo dalla voglia di genuflettermi e congratularmi con lui.

Scolai il mio martini e me ne tornai a casa.

Con un motivo in più nella testa.

Era…cazzo non mi ricordo…ehi Giulio quando andammo a Roma a trovare quel gran bel rimpianto di tua cugina?

- Ma che cavolo vuoi che ne sappia….-

Come? Non ti ricordi che hai una cugina?

Silenzio.

- Io non ho cugine…non mi pare -.

Ma che c’entrano le tue cugine…?!

- Che ne so! tu ti volevi fare mia sorella! Ma quale era la domanda? –

Boh!? Non mi ricordo.

Però ancora adesso… le darei volentieri due botte…

- A chi? A mia sorella? -

Giulio tua sorella è brutta! Non ce la faccio, non ho il fegato…

- E di chi parlavi allora? –

Di Marika.

- Chi? -

Tua cugina.

- Ah?! Ho capito. -

Comunque quella sera ebbi modo di vivere nel tempo…

-Cioè? –

Ti spiego. Guarda per un attimo la tua pancia che deborda dai pantaloni, mentre sei seduto su quella cazzo di panchina a tracannare vino scadente.

Hai fatto?

Bene: ti pare che il tuo corpo stia facendo qualcosa per rincorrere il tempo? No.

Mentre cerchi di pensare, quello sfugge, ti gira attorno, e via verso chissà quale posto, e poi di nuovo da te, ancora immobile…non ti rendi conto, ma ti lascia cicatrici enormi, e le senti che bruciano, sulle spalle, sul petto, sul viso.

Vivere nel tempo e muoversi con esso: così il bastardo non ti acchiappa…almeno tenti di non farti acchiappare.

Invece sei lì molle, come una zucca dura dal di fuori e dentro ripiena di niente…aria fritta.

Non sei commestibile.

Frank acciuffa il tempo e lo supera alla grande: ti prende per mano e ti costringe a raggiungerlo.

Così che per una volta ci possiamo permettere di aspettarlo e prenderlo in giro, il tempo.

E poi riprendere la folle corsa, di nuovo, uguale a prima…

- Sentiamo un po’: e sto Frank come ci riesce a dominare il tempo? Correndo come un coglione intorno al palco e calandosi le brache durante l’assolo del contrabbassista? –

Cretino: stai zitto e fai una canna.

Cretino.

Non hai nemmeno un briciolo di pietà in quello che ho sentito per te? Credi che ci sia una dualità… perlomeno è una questione di diritto…tra quello che ho pensato per me e per te e tu che non pensi altro che tra me e te ci sia solo una nuvoletta azzurrina da prendere ogni tanto con le molle?…Queste cazzo di multinazionali del tabacco …tu lo sai che mio zio era anarchico?

Un giorno si è infilato nel tabacchino di Peppino Occhio di Falco per fregargli quattro stecche di sigarette: Peppino pensava che volesse giocare al lotto e stava cercando quelle cazzo di schedine arancioni…

Il 7 a Venezia non esce da tre anni, porca merda…

Mi ha regalato un pacchetto, poi.

Cazzo, questo è esproprio proletario, assolutamente si, un esproprio proletario un bell’esproprio…proletario, si.

Tra me e te c’è un abisso! …questo rende diverso te che sei imprescindibilmente pari, da me che sono assolutamente nato dispari…infatti sono il terzo di tre fratelli. Ma alla fine( porca miseria ) facciamo parte tutti e due dello stesso gioco, e non so più bene quale, ma so che tu non c’entri un cazzo, perchè figurarsi se sei capace a giocare…siamo simili.

Ciò mi rattrista nell’attimo stesso in cui rifletto che cosa acciderboli mai posso pensare di me.

D’altro canto se la disparità fosse così grossa da maciullare la nostra dualità, che cosa potrei io pensare di te?

La ritmica è un’arte che non si fonda sul concetto di assuefazione.

Assolutamente no, non devi esultare.

Se la tua pigrizia ti ha portato ad un concetto analogo sappi che non è realistico.

Sei solo un agglomerato di sofferenza accompagnato ad accumulazione intrinseca di sperma. E non ti dare un tono.

Tutto questo dovrebbe suggerirti una meccanica della rotazione del bulbo.

Giacchè tu non concepisci una rotazione destrorsa, il concetto è: cosa ti spaventa della destra? Hai tendenze politiche proiettate verso quale partito?

Il tuo silenzio è esemplare…

Perché non passi questa cazzo di canna?

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Mancanza d’affetto

-Ti giuro amico, io non so niente del casino successo al porto, non c’entro nulla,non ho visto niente, sentito niente, cazzo, ti giuro,  ero solo lì di passaggio… ti prego
– disse singhiozzando – non uccidermi, non uccidermi.
Adriano diede un’occhiata veloce all’orologio. Tre e un quarto. La luna ammantava la notte con un pallido chiarore, d’intorno era come una macchia d’inchiostro nero appena diluita con acqua: poteva sentire l’odore della paura, a pochi centimetri da lui, che si materializzava in piccole perle di sudore che correvano lungo il viso del prossimo, ennesimo malcapitato.
Tutto ciò gli procurava un senso di nostalgia, vagava fra i suoi ricordi di bambino come sospeso in una bolla, fluttuando tra le vecchie storie del focolare, fra le sue prime imprese, come quell’incendio al bar tabacchi del paese.
La vista di una preda, tremante, che implorava la sua salvezza, non è questo il potere? si chiedeva, poter decidere, senza discussioni, in base a pregiudizi forse, ma chissenefrega, del destino di un uomo qualsiasi, colpevole come tutti di vivere, disporre della vita e della morte a proprio piacimento?
Quand’è che tutti si macchiano col proprio anonimato dei peggiori crimini dell’uno, allora si, eccolo, il peccato e l’espiazione, la vittima ed il carnefice, proprio lui, sintesi ed antitesi della giustizia compenetrati nell’uno, all’apice del suo masochismo, eccolo, tra urla di dolore, pronto a tirare il grilletto, fino al silenzio.
- Dimmi fratello, tu credi in Dio? – disse Adriano accendendosi una sigaretta. – Credi a quelle lunghe lamentose preghiere che servono all’anima nostra per preservarci dal fuoco dell’inferno? -
I singhiozzi si fecero sempre più frequenti, come una lieve pioggerellina che gli sfiorava i timpani. Abbassò la tesa del cappello, poi riprese – Cos’è Dio amico? Tu lo sai? Un vecchio barbuto che si diverte con le sofferenze dei suoi figli, od un padre benevolo, dal capo canuto, che riserva alla disobbedienza il pugno di ferro di una giusta punizione?
Una volta un barbone alcolizzato mi raccontò la leggenda degli angeli della morte. Gli angeli sono strane creature lo sai? Sempre lì, accanto a te, seguono ogni tua mossa, ogni tuo respiro. Ma tu non li puoi vedere, no, non ne puoi percepire la presenza, silenziosi e furtivi, ti osservano, ti giudicano e tu, pensando di essere solo, ne combini di tutti i colori. Sono loro gli occhi di Dio.
Sei sfuggito al giudizio dei tuoi stessi simili, ma davvero credevi di sfuggire al Braccio Supremo ed al Suo Pugno? Eccoli: gli angeli della morte arrivano… -.
Prese a piovere. Era come se tutto d’intorno si fosse fermato, in apnea, in attesa del giudizio finale.
-Siete delle strane creature voi uomini: pronti a bestemmiare ed ululare la vostra sfida fino alla volta celeste, salvo poi farvela addosso quando essa viene raccolta.
Mi riservo dal provare pietà, ad uno come me non è concesso.
Tuttavia voglio essere franco : per te non esiste speranza; tutte quelle lacrime che versi abbondantemente non servono a nulla.
Puoi pregare per l’anima tua, perché sia forte, nell’ora in cui ogni desiderio svanisce, ed i nostri destini si espandono fino a saturare l’enorme vuoto oltre l’universo, ecco, che la morte giunga, scalza, col volto fatto di ombra, e non ci sia più niente che abbia importanza, né il passato coi suoi pentimenti, né il futuro con le sue supposizioni, solo il presente, ora ed adesso, una mano, una pistola ed il suo bersaglio. –.
Adriano diede un’altra rapida occhiata all’orologio: tre e ventotto. La pioggia diventava sempre più insistente e piccole nuvole di fumo abbandonavano le sagome dei due, salendo verso il cielo.
- Tra tutte le vostre inutili illusioni sai cosa c’è di vero? Il dolore: ascolta, respira profondamente, non senti come la disperazione permea di vita tutto il creato? Questa è la paura della fine, ciò che vi accompagna per le strade del mondo, l’oscura consapevolezza che tutto finisce, che la cortina fumosa di questo mondo si aprirà, e che solo allora potrete scoprire se vi attendono un mondo di pura luce o le fiamme eterne. Ma non t’illudere: spesse volte è solo vuoto.
D’un tratto smise di piovere. Anche i singhiozzi cessarono.
- Prima di morire, quel barbone mi chiese cosa provassi ad ammazzare la gente. Io risposi: “niente”.
Sputò.
- Sei pronto?
Tre e trenta. Punto zero.
Le urla, come eco di voci lontane, sfiorarono il suo orecchio. Adriano tirò il grilletto.Poi, ci fu solo silenzio.
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Cazzo! Morrison…

Nessuno mi aveva mai detto che, al mattino dopo, il peggiore dei nemici da affrontare non è il mal di testa, lo stomaco in fiamme, viscere pressate, che dolgono sempre di più, la luce che trapassa le retine e fa male, dritta alle tempie, mentre in mutande ti dirigi in cucina, come di consueto d’altronde, a cercare l’odore della caffeina, che rilassa i nervi, che risveglia il corpo, niente di tutto questo.
Mentre ti affacci alla finestra, e tenti di capire che giorno è, agli sgoccioli dell’anno, ecco che arriva, cazzo Morrison, come una tempesta silenziosa, la malinconia.
Gli occhi si annebbiano, Morrison, e non puoi fare altro che portare alle labbra una sigaretta, e pensare che la gola brucia, fumi troppo Morrison, e tutto questo tappeto grigio che hanno stesso in cielo, fottuta umidità, dov’è il nostro deserto? Maledetta vecchia europa.
Al mattino, pensi che dovresti lavarti i capelli, lavorare un po’ ai tuoi versi, chiamare quei tre quattro amici che ti rimangono per sapere come stanno, come ve la passate vecchi stronzi, sempre a correre dietro le ragazzine?
Invece no, la malinconia è troppo forte, e ti afferra lo stomaco, e tu piegato sul davanzale, corroso dal desiderio di vomitare, forse è influenza, Morrison, quest’anno gira, va per la maggiore, non la vedi la tv?
Malato, curato, bisognoso di carezze, ti allunghi a raccogliere camicia e pantaloni, riversi al suolo, con la stanza che puzza del fiato grosso della notte, solo, Morrison, che il mondo ancora dorme…è forse sabato?
Esci Morrison, e fa freddo, per la puttana, e niente sole, eppure gli occhiali scuri ti servono, non ne puoi fare a meno, che per te la notte non è finita, non è mai finita, una lunga tenebra continua al sapore di malto, che puzza di posaceneri vuoti e piscio, in giro a cercare quelle belle contadine dei vecchi blues, quelle carine da lasciare per andare ad incendiare il mondo, e poi tornare solo per un ora, forse due ad amare, e t’accorgi che oramai nessuno è così ingenuo da coltivare un sogno, tranne te, un buffone alcolizzato, Morrison.
La gente attorno sembra felice, e ti strappa un mezzo sorriso, forse oggi non hanno ammazzato nessuno, e ci sarà un lungo banchetto in mezzo alle vie, con dolci ninfe che ci versano vino novello nelle coppe dorate, ed il Dio in persona scenderà sugli uomini, e benedirli, a toglierci il prezzo del dolore, è il giorno giusto Morrison, me lo sento, niente più schiavi, niente più padroni, solo un’unica orgia di felicità che ci renderà finalmente liberi.
Respira, piano, a fondo, col culo poggiato su una panchina fredda, a guardare alberi di smisurata grandezza stagliarsi tra te e la vista del fiume, e sentire la paura scorrere pian piano verso il mare, ad ascoltare il silenzio di fondo, ed i colpi di tosse che partono dalla tua gola, e poi lo senti, crac, e ti porti le mani al petto, sgrani gli occhi Morrison, continui a respirare, ma è arrivato, chi se lo aspettava? 27 anni ed il colore della gioventù spazzato via dal tuo volto.
Dobbiamo tutti morire, Morrison, in un modo o nell’altro, prima o poi, nella sorpresa di capire nell’attimo stesso della fine come essa è arrivata.
La nostra non è paura, il peso che curva le nostre spalle non è rimorso, è solo un’accresciuta percezione delle cose.
Morrison la malinconia è nel non essere ingrassati in qualche vecchia fattoria del Vermont, a pascolare vacche grasse dal manto maculato, ad aspettare il succedersi delle stagioni appoggiati ad un recinto e scrutare l’orizzonte.
Cazzo Morrison, guardi negli occhi la tua ragazza e capisci che  in fondo anche tu potresti decidere di avere una vita normale, e invece in quegli occhi leggi la tristezza del suo futuro, la consapevolezza di essere l’unico responsabile della sua infelicità, e allora decidi di farlo, subito: distruggi qualcosa di bello, qualcosa di sacro e puro per te.
Penso a me come ad un essere umano dolce e sensibile, ma che cova in se l’anima di un pagliaccio, che lo obbliga a svaccare tutte le cose più importanti che lo circondano.
E’ uno scherzo che Dio mi ha concesso, e ti dirò la verità Morrison, è un gran bello scherzo in fondo.
E allora appoggia la testa allo schienale Morrison, allunga le gambe ed aspetta, che l’immortalità non esiste, è solo paura di rimanere soli, e ti fotte, ti fa vigliacco, riga le tue guance con lacrime ridicole, e tu ripensi alla tua bella contadina, la tua ragazza che ti aspetta al di là del fiume, con un sorriso, Morrison, il più dolce dei sorrisi.
Suvvia Morrison, non essere stupido Morrison, che il rock è cazzo bello, ed il tuo muore, godi di tutto, anche della tua fine, bevi un sorso, prendi una boccata, e allarga un bel sorriso al cielo invece, Morrison, che il Vecchio Mattacchione, forse, ti sta osservando.

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Nove mesi

Ogni mattina osservavo quella enorme sporgenza all’altezza del suo punto vita, una cosa strisciante, sinuosa e contorta, come un covo di serpi. Guardando attentamente potevi addirittura vedere le forme dei piccoli piedi impuntarsi contro quel sottile strato di pelle che il ventre di mia moglie era diventato.

- Si comporta come un maschio – dissi.

- Non necessariamente – rispose lei, – Nessuna femmina scalcia tanto – ribattei.

- Non lo voglio un maschio, i maschi sono crudeli e insensibili, non metterò mai al mondo un maschio! -, ed una cortina di silenzio scendeva tra di noi, proprio come la tensione di una guerra lunga e logorante.

Nelle notti insonni, rimanevo diritto, rigido sul divano letto, incapace di trovare riposo, estenuato dall’idea di diventare padre. Quand’è che le cose tra di noi si erano messe così male?, pensavo e rimbrottavo, senza pace,  contro quell’enorme rigonfiamento, il mio più ostico rivale,  che si era preso il posto accanto a mia moglie, sul comodo lettone, che mi aveva privato del conforto della sua pelle.

Ricordo ancora quel giorno, quando guardavamo in silenzio un vecchio film di Lana Turner, maledette bionde, succhiavo il mio pollice in maniera irrefrenabile, quasi oscena, finchè all’improvviso scoppiò una bomba,- Armando, sono incinta – disse, così secco e asciutto che tutto intorno a me parve crollare, inghiottito da una voragine senza fondo, mi morsicai il pollice, – Incinta, come incinta! – , urlai, sopraffatto dal dolore, – non mi importa di cosa pensi, io questo bambino lo voglio tenere – ribattè lei, urlando a sua volta, ed io che mi agitavo per la stanza cercando di curare il mio povero pollice – ma non abbiamo i soldi per tirare su questo bambino, neanche un centesimo -, – te l’ho detto, non mi importa, lo tengo e basta. Ho contato fino a tre. –.

E non ci fu più nulla da dire: quando Giulia contava fino tre era inutile continuare a discutere, la sua decisione era presa, a me toccava solo prenderne atto.

Tornavo la sera a casa, dopo il lavoro, e la trovavo stesa sul divano, immersa nella lettura, libri sulla maternità, ostetricia, tecniche di respirazione, il parto ed il dolore, e così via, niente cena pronta, niente coccole per il sottoscritto dopo una lunga schifosissima giornata, solo opuscoli, manuali, pagine e pagine scritte, sparse per tutta la casa, preghiere dell’ora di adorazione della Beata Vergine, catechesi e Sant’Agostino.

Non capivo dove stava andando. Qualcosa dentro di lei era cambiato irreversibilmente, ed ogni giorno si allontanava sempre più da me, facendomi apparire come un mostro sanguinario, un tiranno schiavista, che se ne fregava della sua nuova condizione, perso nelle turbe terrene e incapace di accogliere questo enorme regalo dal cielo.

<< Prendi tutti i piaceri delle sfere celesti

Moltiplicane ognuno per anni senza fine

Un minuto di Paradiso li vale tutti. Amen.>>

- Ti stai riavvicinando a Dio? – le dissi. Lei non parve curarsi di me, poi alzò gli occhi dal foglio – Non me ne sono mai allontanata. Tu invece dovresti pensarci, non siamo più soltanto io e te -. E mi lascio lì, in piedi, a riflettere sulla mia lasciva condotta di vita.

Le cose peggiorarono rapidamente. Una sera, aprendo la porta di casa, lo vidi, l’incubo peggiore che mi potesse capitare, il terrore che avevo sempre temuto fin dall’inizio: mia madre e mia suocera mi guardavano torve dalla cucina, scure in volto come non mai, e prima che potessi salutare, proferire una sola parola per annunciare la mia venuta, fui investito da una raffica di insulti e improperi devastante.

- Dov’è che sei stato fino ad adesso? E’ tardi e tua moglie ti stava aspettando… -, – sei stato al bar, come al solito, con quei tuoi amici fannulloni e viziosi, sei ubriaco? – , – Oh Vergine Santissima, proteggilo! Ma non ti rendi conto che tua moglie porta in grembo tuo figlio, e che le stai dando solo pene e dispiaceri?-.

Non ebbi la forza di controbattere, non a quella furia che mi inveiva addosso. Guardavo quel teatrino grottesco ed i miei occhi si fermarono su Giulia, che sorrideva serena, col suo pancione, e mi parve diventar più bella ogni giorno che passava, e a me, sempre più innamorato e disperato, mancava solo mia moglie, la mia Giulia.

Le mie due arcigne coscienze invasero la casa: pulivano, stiravano,cucinavano tutto il giorno, saturando l’aria di aromi e profumi d’aglio, perché così veniva su un bel maschietto, che la pancia era puntuta, e così via, con interminabili rosari e lamentose litanie dal vespro fino a sera. Giulia era contenta, tutta presa dalle sue letture, sembrava inebriata da un’aura di santità, bellissima ed intoccabile come la Vergine Maria. Mandarono a chiamare persino il parroco del paese, don Edoardo, un uomo tracagnotto di campagna, che non lesinava schiaffoni ai suoi giovani peccatori, e che ricordavo per i suoi fastidiosi pizzicotti alla parte molle sotto il mio mento, lo chiamarono, perché mi riportasse sulla retta via, e diavolo d’un prete!, dopo sei ore di scolastiche discussioni sulla transustanziazione e quattro caraffe di vino, mi strappò la promessa di una confessione e che la domenica seguente sarei andato a messa.

E fu così che lasciai andare i miei primi trent’anni di vita. Niente più scorribande notturne, niente più bar e tressette con i vecchi compagni di sbronze, niente più Lana Turner, che sgualdrina! diceva mia madre, niente più domeniche passate ad oziare sul prato del parco ad immaginare le mille e più avventure di Armando Brevi, lo scapestrato, il giovanotto impertinente, che mangia la vita e si fa beffe di essa. C’era un bambino in arrivo, ed il tempo avrebbe compiuto il miracolo in solo nove mesi, plasmare ed affondare il vecchio Armando per il nuovo, padre amorevole e scrupoloso.

Ma si, mi dicevo, avrei portato mio figlio a spasso, riso con lui, gli avrei insegnato a giocare a calcio e protetto dai quei ragazzini balordi che menavano urla e bestemmie per la via, l’avrei tenuto sulle ginocchia nelle sere fredde d’inverno, gli avrei trasmesso il mio amore per Fante, Dostoevskij e Pavese, avrei preso il mio erede, il mio bel maschietto in braccio, e lo avrei visto crescere e sarebbe stato il mio orgoglio, la luce dei miei occhi, la mia sola ragione di felicità.

In fondo cosa ci si può aspettare da un essere umano, se non che il tempo lo cambi, che natura faccia il suo corso, che ogni istante di gioia e inquietudine, che ogni avvenimento lo rendano diverso, mutevole come acqua, ogni volta nuovo, fino alla fine del suo percorso?

La notte del quattordici di marzo a Giulia si ruppero le acque.

Tra i suoi respiri affannosi e le urla isteriche delle donne corremmo in fretta e furia all’ospedale. Mio figlio stava per nascere, un piccolo Brevi reclamava il suo posto nel mondo. La confusione e la preoccupazione mi consumavano nell’attesa, perché ci mettono così tanto, sarà successo qualcosa, ed intanto camminavo, su è giù per le scale, dalla sala d’aspetto al parcheggio, fumando una sigaretta dopo l’altra, seguito a ruota da mio padre, col mezzo Toscanello fra le labbra che mi tranquillizzava: -Non ti preoccupare, quando nascesti tu tua madre affrontò un travaglio di 28 ore, è una cosa normale, sta tranquillo -. Ma l’ansia cresceva, ora dopo ora, ed ogni volta che l’ostetrica si affacciava alla porta un piccolo capannello di padri disperati vi si accalcava, sperando di sentir pronunciato il proprio nome.

Rimanemmo soli, nascita dopo nascita, fino all’alba: papà si addormentò sulla poltrona e non ne volle sapere di tornare a casa.

E alla fine arrivò, con il più dolce dei sorrisi ed una voce melodiosa – Brevi? C’è Brevi? -.

Mi alzai di scatto e la tensione sul mio viso si sciolse di colpo. Mi resi conto che stavo piangendo. Papà si svegliò e mi mise un braccio attorno alle spalle. Eccolo finalmente,il momento era giunto, mio figlio, il mio erede, il mio bel maschietto era nato.

Guardai l’ostetrica con occhi pieni di gratitudine e dissi – Sono io -. – Complimenti signor Brevi, lei è diventato padre di una bellissima femminuccia. Mamma e figlia stanno benissimo -.

E fu così che Virginia Brevi, la più bella fra tutte le bambine, venne al mondo.

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Sandrino Brevi

Arrivai nel tardo pomeriggio e parcheggiai la macchina al limitare del vialetto. Di fronte a me si apriva un ampio cortile, con alberi ai lati, un vago odore di gelsomini da oltre il muretto diroccato arrivò alle mie narici: fui pervaso da un fremito, proprio come quelle giornate di primavera, quando si correva col cugino Mingo lungo le strade sterrate, ed il vento caldo ci accarezzava le orecchie.

Muovevo ogni passo lentamente, come allora, quando temevo le urla di rimprovero dalla casa, non correte delinquenti, vi farete male!, e sorrisi, per quell’antico timore a distanza di anni, che oggi suonava come eco di tenero affetto, sorrisi e arrivai sull’uscio.

Cadeva tutto a pezzi ormai, quelle mura, che da bambino parevano così solide, imponenti e sicure, eccole là, abbandonate allo sfacelo del tempo, con la natura che giorno dopo giorno inghiottiva quello che le era stato sottratto, i miei occhi di adulto videro quello che era, un casale abbandonato, appena fuori dalla città, depredato e distrutto, lasciato al silenzio.

Lo trovai nella stalla, seduto sul vecchio abbeveratoio per le vacche, papà Sandrino, col suo mezzo toscanello fra le labbra e la paglietta calcata sugli occhi, Sandrino, immerso nei suoi pensieri, che andavano al futuro, che il passato è passato diceva, e non conta nulla figlio mio, guarda avanti, lui se ne stava mollemente adagiato, con la camicia fuori dai pantaloni, con lo sguardo rivolto al tetto, mezzo crollato.

Sandrino non era il mio vero padre. Mi aveva raccolto da un orfanotrofio quando avevo sei anni, e mi aveva portato a casa sua, e tirato su con l’affetto di un padre, la gentilezza di sua moglie e delle sue splendide tre figlie, il calore di una vera famiglia che a un perdente nato come me non era stato concesso.

Mi avvicinai a lui e gli posai una mano sulla spalla. Girò appena il capo, aveva gli occhi lucidi, forse aveva pianto: accese il sigaro e non disse nulla. Rimanemmo così per qualche minuto, nell’aria calda di una giornata di inizio marzo: in fondo, dalla piccola feritoia, proprio oltre il muricciolo che separava l’aia dai campi, lo spettacolo della fioritura dei mandorli si imponeva ai nostri occhi.

- E’ assurdo – disse – la natura non dovrebbe risvegliarsi così presto, non siamo nemmeno arrivati alla primavera -.

- Le tue figlie sono in pensiero… – risposi io.

Cominciò a scrollare la testa, – Innaturale, tutto questo è innaturale -.

Portai alle labbra una sigaretta, la accesi con un cerino, e mi accomodai su un pezzo di tufo, proprio di fronte a lui.

- Sandrì, tua moglie è in pensiero, torna a casa, Sandrì, torna a casa… -

I suoi occhi fissavano il pavimento, le mani afferravano un grosso gancio che spuntava fuori dal muro. Nemmeno la preoccupazione della sua amata Ada lo smossero da quel sogno, o per meglio dire incubo, di nostalgia che lo aveva rapito. Povero Sandrino pensai, gli hanno rubato la terra, gli animali, i suoi amati filari di vite, lo hanno privato della gioia di lucidare a specchio gli acini di uva regina che adornavano i suoi campi.

Seguirono lunghi minuti di silenzio. Sandrino stava lì, fermo, con le grosse mani callose e raggrinzite che tentavano di afferrare l’aria.

Poi all’improvviso prese a parlare.

Mi disse che suo nonno aveva comprato quel pezzo di terra e ci aveva costruito la casa, e che prima si campava solo col commercio di olive, a raccogliere olive precisamente, nelle mattine gelide di gennaio e poi dritti al frantoio, per pochi soldi, ed alcune volte neanche quelli, che il raccolto era scarso, quei maledetti briganti, pronti a rubare la notte, col favore del buio, c’era la fame, e suo zio Vito fu ammazzato, a coltellate, perché si era ribellato a quei furfanti, ma come biasimarli, c’era la fame, non come adesso, la gente si alzava al mattino con la speranza di riuscire a dare da mangiare ai figli, non di vedere la tv.

- Figlio mio, sono troppo vecchio per vedere questo mondo cambiare – disse. Quando sua figlia Tonina gli comunicò che non avrebbe voluto vivere una vita miserabile, a raccogliere arance e cicorie, che voleva la città, voleva studiare e diventare medico, e Sandrino sgranò gli occhi, con le labbra serrate, incapace di proferire parola, una statua di sale, un povero uomo a cui si era appena spezzato il cuore.

- E per amore dei miei figli abbandonai la casa che era stata di mio padre,ed ancora prima di mio nonno – fece i bagagli e ci portò in città, che diritto aveva come padre di rendere infelice le sue creature, se anche questo sarebbe costato la sua di infelicità?

- Sono sopravvissuto alla grande guerra, con il braccio benevolo del Signore attorno alle mie spalle, ho lavorato per me e la mia famiglia. Ho avuto una buona vita, non mi lamento, ma come posso, Armando, guardare tutto ciò che ho più sinceramente amato sgretolarsi sotto la cattiveria del tempo, cos’è rimasto della mia vita, delle mie radici affondate in questa terra nera, cos’è rimasto? Ripudio, rifiuto, vergogna? Cosa c’è di miserabile in un uomo che tenta di coltivare la terra? -

Poi pianse, pianse tutte le sue lacrime, finchè gli occhi diventarono rossi, e non ci fu più niente da spartirsi sotto il sole innaturale di marzo.

- Torniamo a casa Sandrì, torniamo a casa – gli dissi. Lui si mise eretto, scrollandosi di dosso la tristezza, ed i suoi occhi tornarono severi, come un tempo, con dentro l’antica forza che rinvigoriva lo spirito.

- No figlio mio, io sono a casa. E’ qui il mio posto. Se la mia famiglia ha rinunciato a questo piccolo angolo di terra che li ha cresciuti, se non nutrono più speranza in questo mondo dominato ormai da balordi e pazzi, io non lo farò, non posso farlo. –

E non ci fu più nulla che potessi dire.

Con reverenza, lo salutai e mi avviai verso la macchina: povero vecchio pensai,

gli hanno rubato tutto, l’orto, gli uliveti, perfino il pozzo da cui attingere l’acqua fresca. Provai vera vergogna, perché lui confidava in noi, confidava in me, e noi inconsapevoli carnefici abbiamo permesso che il mondo si saziasse avido della nostra e della sua ingenua felicità.

Imboccai il vialetto e alzai gli occhi, poi d’un tratto la vidi: Carmelina, la più piccola delle tre figlie di Sandrino, bellissima nei suoi vent’anni, coi lunghi capelli sciolti, che raccoglieva piccoli fiori sul ciglio della strada. Alzai la mano, per salutarla, e lei mi rispose con il più dolce dei sorrisi.

Il mio volto si distese, il cuore, leggero, continuò a battere, sfiorato da una carezza di vita.

C’è ancora speranza, Sandrì, c’è ancora speranza, mi dissi a denti stretti.

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Ho bruciato il mio primo romanzo

Vorrei ricordare come si fa a provare rabbia, caro MacLaus, vorrei tornare ad essere incazzato. Voglio sentire l’adrenalina corrermi lungo la schiena, fino a schiumare in uno sproloquio senza senso, sentire la testa così vuota, da poterci ululare dentro e riascoltare l’eco dei miei stessi insulti.

Oggi ho terminato la stesura del mio primo romanzo. L’ho bruciato.

Non aveva più senso per me, non ora perlomeno, trecentocinquanta cartelle bevute d’un fiato, con la mano che febbrilmente danzava sul foglio bianco, disperata dal non riuscire a stare dietro al cervello. Ho vomitato schizzi di inchiostro e bile, inutilmente.

Caro MacLaus, come si fa a raccontare una storia ad un unico ascoltatore, come si fa a catturare l’attenzione di un’unica persona, la sola che ti interessa, decorando parole, dipingendo paragrafi, sputando sentenze, se poi le stesse orecchie che tenti di deliziare sono sorde al tuo richiamo? Non ha senso Maclaus, nessuno.

Prima era diverso: bastava stendere qualche storia sui cani randagi, o sull’infiammazione della colite di qualche povero vecchio ubriacone per sentirti vivo, assolutamente appagato dalle dabbenaggini che la tua penna poteva produrre, un semplice scribacchino provocatore, un’entusiasta incapace, tutto tronfio dei suoi vent’anni. Sono passati quei tempi, Maclaus, ho finito la benzina, non ce n’è più, neanche per qualche chilometro.

Non ne posso più di sentirmi dire se le prostitute, i transessuali, i fiumi di vino, le droghe, la masturbazione, il qualunquismo, il vagabondare fossero tutte storie vere: sono prigioniero di me stesso, senza più rabbia, placido come un vitello, con l’occhio vitreo, ad aspettare che qualcosa succeda, che qualcuno senta i suoi muggiti, liberatemi da me stesso, vi prego.

La gente parla di morte, le loro speculazioni finiscono in gloriosi motti: “Vivi”, “Divertiti”, “Sii lieto che del domani non c’è certezza”, “Godi di tutto” e sento nelle loro parole un fuoco sacro, uno spirito indomito che divampa nel giro di trecento battute e mi dico si, maledizione, si, certo, sono d’accordo!

Ho dato alle fiamme il mio primo romanzo, per questo, non ne ho potuto fare a meno.

Adesso guardo la mia città muoversi, come un’amante addormentata, seduto sul cornicione della finestra, arrotolando del tabacco con della carta igienica. Ho mangiato carne in scatola e bevuto vino acido a 80 centesimi il cartone, ed ora il mio volto, pieno di foruncoli rossi, prude, eppure non distolgo lo sguardo dalle luci sotto.

Una notte ho camminato fianco a fianco ad un pastore maremmano, che digrignava i denti, ed abbaiava, con la coda che spazzolava l’aria dietro il suo posteriore e mi chiedevo MacLaus, un cane può scoreggiare? potevo leggere nei suoi occhi la disapprovazione, un monito della natura, Armando Brevi, lei si dovrebbe vergognare della sua cronica infelicità! feroci latrati che si insinuavano nei miei pensieri come versi di un novello Lorenzo il Magnifico a pelo lungo.

MacLaus, il mio primo romanzo è cenere ormai.

Ho conosciuto una donna, la più bella creatura di questa terra, come fosse uscita da un meraviglioso baccanale, vestita di bianco,  foglie di vite adornavano i suoi capelli, veniva a me con sorrisi smaglianti ed urla di gioia, sentivo la compassione dei suoi occhi fissa su di me come un faro contro una nave incagliata, una misura maldestra di vergogna che mi ha fatto sprofondare nel più dolce dei sogni d’amore.

Poi un giorno è arrivata, mentre scopiazzavo Faulkner, e mi ha chiesto un favore, proprio mentre stiracchiavo le gambe, mentre cercavo di trattenere il cuore che mi schizzava via dal petto, mi ha detto di leggere un manoscritto, di un altro pugno, ahimè MacLaus, a lei caro, un concorrente, forse il suo amore nascosto, il mio rivale, una valanga di parole bofonchiate, senza senso, inneggianti al dolore, all’amore, alla vita e alla morte, sangue e merda e tutto il resto, un inetto bohémien barcollante, incapace di star fermo nelle sue scarpe rotte.

Le sue parole erano dolci, con tutti quei maledetti aggettivi possessivi, compiaciuta del suo sguardo, delle sue attenzioni, di quelle rare carezze destinate ad un angelo che gli disperava dietro; io avrei dovuto provare collera, MacLaus, sarei dovuto esplodere come una bomba ad orologeria, deflagrare nella stanza con un atto di puro, inconsapevole, stupido, cocciuto eroismo.

Come il buon Bandini, ridere a crepapelle dell’inettitudine degli altri, di questo loro essere ciechi di fronte al talento cristallino, sogghignare sull’uso inappropriato dei puntini di sospensione, compiacermi dell’assoluta, totale, mancanza di stile, inviperirmi per l’ignoranza di questo stuolo di riempicarta che non ha letto Faulkner ed è pronto a sollazzarsi alla sola idea delle cervella di Hemingway sparse sul pavimento.

Invece MacLaus, mi sono rivisto in loro. Eterno, stupido, ragazzo che tenta di inseguire la sua vita, ma senza più la sua adorata rabbia.

Per questo MacLaus, il mio camino, ora, si sazia di brandelli di sogni.

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L’ottavo comandamento non fu fatto per i poeti

Dal perimetro esterno, la folla già si accalca attorno alle porte, il loro impeto contro le assi di solida quercia, le urla, il brusio, la loro nervosa attesa giunge alle mie orecchie con il lamento del sacrificio, giù nel corridoio, verso l’altare, infrangendo il vacuo silenzio dei freddi marmi attorno, qui, fuori dal mondo, siamo puri, strafatti angeli dalle lunghe chiome bionde, arroccati in lugubri caverne, appena illuminate dall’alito fioco di candele.

Siete riusciti ad entrare? signori e signore, siete riusciti ad entrare? Non ci saranno repliche al rito che ci apprestiamo a celebrare, nessuna ulteriore possibilità, solo il costante incedere del tempo, come la marcia di un esercito, che scuote le pareti di questo anfratto, che consuma la nostra anima.

Vi narrerò del sogno e del dolore di Dio, proprio lui in persona, sul suo triste trono di nuvole, a scrutare il mondo, con l’occhio di vetro fisso alle fiamme che divorano le nostre vite, allo scempio delle nostre case, ai lunghi viaggi artificiali che percorrono strade vuote, che finiscono oltre l’orizzonte, oltre le porte invisibili del conosciuto, verso l’accecante sorpresa di un infinito deserto che trapassa le nostre menti, neurone su neurone, e la paura che muove sotto i nostri piedi e striscia tra i sassi e i fiori d’agave, potrete vedere lacrime umane sul suo volto, certamente, come immacolato dolore divino che piove sulle nostre teste.

Vedremo i nostri piedi calpestare la polvere, incerti nel loro vagare, con gli occhi semichiusi rivolti ad un punto lontano, ad un lungo sospirato abbraccio fraterno, a quella che voi chiamereste felicità, stretti gli uni agli altri in un’enorme belva assetata di vita, danzante, ululante, tremeranno le colonne di questa angusta prigione, le catene del nostro oblio si spezzeranno, ed infine la troveremo, una piccola porta di luce, proprio di fronte a noi, guarderemo dentro, ed il vento dolce della primavera ci accarezzerà il viso, e gli occhi sgranati si stupiranno dell’infinito fatto di stelle, finalmente liberi di volare nel vuoto cosmico, leggeri e veloci, incontro alla nostra verità, sereni e tranquilli, come il sonno di un bimbo.

E poi vi volterete a guardarmi, e scoprirete che dalla mia bocca fuoriescono solo bugie, perché io ho paura, e mi odierete, con rabbia schiumante desidererete la mia fine, la vendetta ultima per i vostri sogni infranti.

Dormivo, quando all’improvviso qualcuno irruppe nella stanza: era Cristo, con stretta indosso una veste bianca e d’oro cangiante, mi rimboccò le coperte e mi baciò sulla fronte. Il suo alito sapeva di malto e rose ed io gli chiesi, Gesù, perché la calvizie? E lui sorrise e mi raccontò che l’amore è uno sporco trucco, un dolce scherzo fatto a noi uomini per dimenticare la nostra solitudine, il nostro lento sanguinare su questa terra, così reale e acido da farci dimenticare chi siamo, così irreale e intenso da trasportarci esanimi nella tempesta.

Agitò la sua folta chioma, ed io caddi in terra, seduto sulle ginocchia. Perché Signore, perché l’angoscia?

Lui strinse le sue mani attorno al mio capo, ed io di colpo non senti più nulla, finchè petali di fiori non scivolarono lungo il mio viso e una dolce musica accarezzò le mie orecchie, come il canto impercettibile di una farfalla, un inno assordante alla breve, fulgida vita.

Mi disse che presto sarebbe arrivata, non avevo motivo di preoccuparmi, presto avrei avuto la mia libertà.

Ed una notte nera come l’inchiostro la vidi: bellissima nel suo vestito, con le gambe lunghissime, il volto candido, appena un filo rosso rubino sulle labbra. Mi guardava con i suoi occhi azzurri, come il fondo del mare, dove mostri  fagocitano piccoli pesciolini vagabondi, dove oscure sirene tessono trappole per l’incanto degli uomini.

La mia unica amica, la fine.

Lei si distese accanto ed io le toccai le cosce. Un lungo abbraccio spettrale mi avvolse.

Il mio corpo giacque lungo, disteso, spossato.

Si portò via il mio cuore con un bacio e la mia anima vagò per sempre tra le parole incise: se una mattina ti svegli e non c’è il sole, o sei morto, o sei il sole.

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“Scacche russe” alla fermata del tram

Bene, le ventitre e undici: ci siamo. 10, 42, 28 barrato e 67 circolare sinistra. Ce la faccio, lo prendo, sono apposto.

Sto arrivando, amore mio, questione di pochi minuti e sarò da te, sotto la tua finestra, aspettami sveglia, tieni la luce accesa, non cedere alla tentazione del sonno, sarò lì in strada, ad aspettare di incrociare il tuo sguardo oltre le tende.

E saranno dolci melodie che scivoleranno dalle mie labbra, mentre la notte, ammutolita, starà a guardare, attendendo il fremito di un tuo sorriso, sarò solo, esultante di felicità, con gli alberi chini, ad ascoltare, ad usarci la premura di un abbraccio fraterno, l’intero universo che si specchia nei tuoi occhi.

Ore ed ore a scrutare il cielo, col naso all’insù, non m’importerà più di nulla, né della mia vita, né del mio nome, vittima di un complotto che mi ha rapito il cuore, un’oscura magia che mi conduce a te, con le mani in tasca e gli occhi lucidi e le ginocchia piegate.

Camminerò lungo il fiume, sugli argini ricolmi di piccoli fiori azzurri, con la luna che si affaccerà, tremula, sull’acqua, come una dolce carezza sulle guance mie ispide, la tristezza scorrerà via con le mie lacrime.

Di un solo, enorme, vuoto potrei morire: il non saperti accanto.

Caro Armando, non va. Non ci siamo proprio: troppo melenso, troppo costruito, insignificante a tratti. Chiunque potrebbe aver voglia di vomitare. Provaci ancora.

Ventitrè e trentuno: ecco il 42 che arriva, stracolmo di gente, come al solito. Dieci minuti ancora e sarà la volta del 28 barrato. Ci sta il tempo di una sigaretta.

Come un vagabondo, per le strade illuminate di san Francisco, raccolgo lunghe cicche dalla strada, ingannando i morsi della fame, che mi scuotono le viscere. Diritto, per lunghe discese, giù fino al mare, e ai porti grigi, con in mente soltanto te, lontana migliaia di chilometri, oltre il deserto, le montagne, laggiù dove la terra finisce ed un altro mondo sorride sornione.

Un angelo simmetrico che vola oltre le coltri della storia, giunto a me con il sussurro del vento, placido come le onde dell’oceano, una buia nota di un sax tenore, venuta sino a me per strapparmi l’anima, questo tu sei.

Madre, sorella, amante, un tonfo sordo nel vacuo silenzio della montagna, piccolo fiore, sciupato dal mio abbraccio, dormiremo sereni, sotto le stelle, nel freddo della notte, scaldati dal calore dei nostri corpi, fino al mattino, e nulla turberà il nostro sonno.

Guarderemo i frenatori al lavoro, satolli di uva fresca, rubata nelle valli di Bakersfield, che sputano la buccia dopo averne succhiato la polpa, ed i tristi vecchi negri al lavoro nella loro giardinetta, mentre noi, fermi sul ciglio della strada, con le mani che stringono il nulla, piangendo la nostra felicità, per fame e mancanza di vino, rigrazieremo ancora una volta Dio per averci concesso l’uno all’altra.

Un mandala, una preghiera catartica nei gemiti sommessi del pentimento, sei un folle pensiero che divampa nelle mie vene fino a bruciarmi la pelle, vedo te, che danzi in un cerchio di fuoco, stretta in vesti logore, che accarezzi l’aria con i tuoi lunghi capelli biondi, il mio piccolo angelo venuto dal centro del mondo, un piccola goccia di speranza che ravviva la mia arida vita.

Umpf, troppo beat, non funziona. Datti da fare amico, altrimenti anche stasera ti tocca il divano.

Provaci ancora, Armando.

Allora prendo un goccio, così svanirà la timidezza, sfrontato, cinico e bastardo. Ecco il 28 barrato, con a ruota il 10. Aspetta Armando ancora non è tempo, ventitrè e quarantaquattro, aspetta ancora un po’, devi trovare le parole giuste.

Ma si, niente monologhi, sarò diretto, tutte queste parole non servono a nulla, non riuscirò mai a dirti quello che provo, che la notte non riesco a dormire senza pensarti, anche solo per un attimo:

Giulia mi sono follemente innamorato di te. Possiamo scopare per piacere?

Non c’è nient’altro che possa dirti e che valga la pena di essere detto. Poi saranno solo strade, luci gialle di lampioni e nebbia tutt’attorno. Ogni tanto delle insegne luminose, blue night, superlesbo, otto bar e poi più nulla, solo il silenzio che separa la mia vergogna dalla tua irriverente risata.

C’è un tizio vicino a me, puzza, ed ha in mano una bottiglia di vino. Me ne offre un sorso: perché no Armando? accetto.

Chiacchieriamo per un po’, da veri vecchi amici ubriaconi e senza casa, in giro la notte con i loro tormenti, a scambiarsi informazioni sulla marca di whisky migliore, figli ingrati e derelitti, partoriti dai sobborghi di questa città.

Di un po’ amico quand’è che passa il 67 circolare sinistra?  L’ultimo è passato alle ventitrè e ventotto.

Ed è così che finisce tutto Armando, perché l’unico dio che mai avrà pieta di noi è il tempo.

Chiamo un taxi. Mi metto comodo. Una faccia  sorridente sbuca dallo schienale del sedile anteriore: alla radio suonano una vecchia canzone dei Creedence Clearwater Revival.

Dov’è che la porto di bello?

A mignotte, gli dico, mi porti a mignotte.

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L’amore ai tempi del fascismo

Cinquant’anni mi hanno separato da te, un lungo esilio che ha corrotto l’anima mia, che ha consumato e tramutato i miei sogni in ossessioni. Cinquant’anni come lunghe spade, inzuppati del ricordo di una primavera che non è mai stata, a rammentare i tuoi occhi ed il tuo viso, che pure ora svaniscono nella mia mente, trafitto da una minuscola speranza, sopravvissuta all’impeto del tempo, costretto all’attesa, l’unica amica che riesca a riempire le mie giornate.

Tutto ebbe inizio in quel giorno assolato di maggio, nella piazza del paese stracolma di gente e agghindata con fasci littori, pronta ad accogliere l’annuncio del potestà, “L’Etiopia è nostra”, nello scroscio di applausi e nelle grida di gioia, quel furore masticato amaro, oltre lo sguardo di donna Carmelina, che piangeva il suo Peppino nelle lontanissime lande africane, ti vidi, Vittoria, felice ed esultante.

Non fu il mio uno sguardo indolore: dall’uscio della mia bottega di barbiere, la tua chioma bionda ed il tuo lungo collo si stamparono nella mia mente, come un’immagine divina di quella remota realtà, venuta ad offrirmi compassione e speranza, ad alimentare quel fuoco di vita che in me si era spento nelle aride e vuote ore di solitudine, tra quattro chiacchiere, sfumature alte ed ingegnose pozioni contro la calvizie.

Ti seguii, ogni giorno, non riuscendo a non vederti, sulle scale della chiesa, aspettando che finisse la messa, e che uscissi sul sagrato, inondando la piazza con la fragranza della tua bellezza, aspettai, sotto la pioggia, col naso incollato alle vetrine dei caffè, mentre con le amiche sorseggiavi il tè, e limpida nel chiacchiericcio della folla giungeva alle mie orecchie la tua risata.

Mi dimenticai di tutto, della mia bottega, di mio padre e i miei fratelli, che dalle braghe corte e le bretelle passarono lentamente agli stivali e i fez, di mia madre che cuciva la notte al lume di una piccola candela, con gli occhi arrossati.

Avevo in testa solo te: cercavo informazioni tra la gente, dal pizzicagnolo e Don Tonino, chi è quella ragazza?, tra le tue amiche e i camerieri, domani farà una passeggiata sul corso.

Finchè un giorno, corrompendo con due caciotte il giovane garzone che portava la spesa a casa tua, seppi con certezza che saresti venuta al Caffè Roma, con un’amica.

E quale furore s’impossessò di me! Convinsi Orlando, il mio amico poeta, ad accompagnarmi in quest’avventura, perché mi aiutasse con le parole, poi col vestito della domenica ed i capelli imbrillantinati mi preparai alla mia entrata trionfale.

Che giornata! Avevo organizzato tutto. Entrai nel locale come un giovane divo del cinema, con la sigaretta in bocca e i camerieri che mi accoglievano e mi conducevano vicino al tuo tavolo. Lì mi sarei presentato, con un tenero baciamano, Giacomo Chianura, poeta.

Cominciammo a parlare e parlare, di gesta eroiche e dolci sogni d’amore, di come quella volta salvai due bimbi sperduti dal fuoco, ed Orlando fece la sua parte, con le sue citazioni colte dell’opera del Vate, o come mi presi cura di quei poveri viaggiatori, portando loro acqua e cibo, sul treno che dalla Francia tornava a Roma con un ingiustificabile ritardo.

Vedevo i tuoi occhi azzurri, avidi di avventure, e ad ogni sguardo era una piccola fitta al cuore, completamente assorbito in una magica atmosfera in cui persino le pareti facevano capolino per ascoltare i tuoi sussurri. E poi dicesti: – da quando il Duce è al governo nessun treno è in ritardo, sempre in perfetto orario -, ed io sciocco commediante risi, di gusto, e dissi, ad alta voce, – c’era bisogno di farlo capo del governo, era sufficiente farlo capostazione!-.

Mai battuta fu meno felice. – Signore, non ci trovo niente da ridere, anzi… io sono iscritta al Partito! – dicesti, con rabbia sommessa, e quegli occhi che prima mi osservavano placidi ora tremavano di una collera sconosciuta. Forse fu allora che ti ho perduta.

Ti scrissi lunghe lettere, lacrimose scuse per la mia dabbenaggine, ma i giorni passarono, e non ebbi risposta.

Opaco ritornò il mio mondo, chiuso nel mio studio a perfezionare la mia pozione contro la calvizie, mentre di fuori le squadre del partito si facevano largo tra la folla a colpi di randello. Orlando fu picchiato a sangue in piazza, sotto gli occhi terrorizzati della gente, accusato di essere un sovversivo, fu costretto alla sedia a rotelle e imprigionato.

Non ebbi più le parole per raccontarti il mio amore, solo silenzio, il tuo, il mio, ed in mezzo le chiacchiere da barbiere che mi raccontavano di te.

Poi un giorno di ottobre presi il treno per Roma, deciso a vendere la mia invenzione sulla calvizie e scrollarmi di dosso l’apatia, arrivai alle industrie chimiche Giuliani in un giorno assolato.

Mi fecero accomodare in un ufficio spazioso, con una grossa scrivania al fondo della stanza e le pareti disadorne eccezion fatta per una enorme foto del Duce: – Attenda qui, il direttore arriverà presto -. Ed attesi, minuti, forse quasi un’ora, finchè un uomo di bassa statura ed il ciuffo unto mi venne incontro, col braccio alzato, al grido di “A noi!”.

Dapprima fui intimorito, poi mi feci coraggio e dopo aver deglutito mi presentai, Giacomo Chianura, inventore. Gli dissi che avevo sperimentato una pozione miracolosa che preveniva la caduta dei capelli, che rafforzava il bulbo pelifero, ed in alcuni soggetti, addirittura, favoriva una ricrescita spontanea. La buttai sul melodramma, facendo notare che la maggior parte delle persone soffriva terribilmente questo problema, e che la mia invenzione avrebbe ridonato loro una vita normale, senza scherno, senza sofferenze, senza dolore.

E invece l’ometto storse la bocca, quasi indignato, e prese a parlare a voce alta: – Un vero uomo italico non si cura dei suoi capelli! Un vero uomo patisce e schernisce il dolore per il suo onore e la sua patria! -.

Ed allora i miei occhi si posarono sulla foto alle sue spalle, riosservando il cranio lucido del Duce ed il ghigno sul suo volto, incurante del pericolo e un me ne frego dentro al cuor.

Una rabbia cieca si impossessò del sottoscritto, sissignore: quest’uomo si era preso tutto, le mie parole, i miei sogni, fregandosene di tutto, i miei fratellini, gli occhi di mia madre e le gambe di Orlando, financo il mio unico amore, Vittoria, che si era sciolto irrimediabilmente in quell’infelice battuta al bar.

Raccolsi le mie cose e proprio mentre abbandonavo l’ufficio, a denti stretti, mi lasciai sfuggire un impercettibile – Ma vaffanculo! -.

Presi il treno e tornai a casa.

Dieci giorni dopo gli squadroni arrivarono alla mia bottega. Mi battei come un leone, le botte e i randelli volavano nell’aria come una danza macabra, poi afferrai la pistola di un giovane camerata ed esplosi il colpo, e da allora sono Giacomo Chianura, assassino, nemico del regime.

Mio padre, di nascosto dai miei fratelli, organizzò la mia fuga in Francia, e da lì per l’Inghilterra.

E fui esule, barbiere, lontano dagli affetti, costretto in una terra straniera dove tutti giravano in bombetta e dei capelli non ne volevano sapere, lontano da te Vittoria, lontano dal mio vero ed unico amore.

Cinquant’anni sono passati da allora, e nessuna notizia di te, amore mio. Ti ho cercato al mio ritorno, per tutta Italia, fino a Salò, ma niente più ho saputo di te.

Ed ora, vecchio, calvo e stanco, ho capito che il mio vero nemico era il tempo, che Don Tonino coi suoi motti, le vie del Signore sono infinite, il tempo guarisce ogni ferita, erano falsi, come le bugie che solevo raccontare ai miei clienti, che il tempo, infingardo, si fa beffe di noi e ci lascia morire nella folle speranza, nei desideri di un vecchio pazzo, consumati da un sogno quasi perduto che ha la forma dei tuoi occhi, e che la mia strada non mi porterà mai da te, da qui all’eternità.

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Un piccolo regno di plastica

Cora scese dal davanzale e si accucciò ai suoi piedi. Il rumore dei passi del gatto saturava la stanza, sebbene fosse già mezzogiorno, nessun segno di vita  si affacciava alla sua finestra.

Cora prese a fare le fusa: il lieve tremolio contro la gamba corse lungo il suo corpo, adagiato, molle sulla vecchia poltrona dello zio Joe, su attraverso lo stomaco, fino all’occhio sinistro.

Un lungo residuo di cenere ancora attaccato al filtro della sigaretta cadde sul pavimento.

Per soli quindici dollari e novantanove centesimi potrete portare a casa questo stupendo divano a tre posti, in pura plastica, che può diventare letto, o materassino, completamente anallergico, che vi protegge dall’attacco degli acari.

Cora sbadigliò.

Facile da utilizzare, con l’apposita pompa potrete gonfiarlo in un attimo,per un barbecue con gli amici, per un party in piscina, o per un romantico tete-a-tete davanti al fuoco scoppiettante.

E quando avrete finito, potrete riporlo nell’armadio o nel ripostiglio, senza fatica, senza occupare spazio. Niente più problemi: amore dove metto il divano, amore portalo in garage, amore per favore dagli fuoco, amore sono allergica alla polvere, niente più shock anafilattici causati dal vostro divano, con soli quindici dollari e novantanove centesimi, e ripeto quindici dollari e novantanove centesimi, chiamate al numero in sovrimpressione e questa meraviglia sarà vostra.

Cora si addormentò.

E solo alle prime cento telefonate, in omaggio uno stupendo copridivano, cento per cento in acrilico, con motivi floreali e candele aromatiche, per il vostro più completo relax.

Un rumore stizzito di clacson si fece largo dalla strada, fino alle sue orecchie. Rovistò nel pacchetto, prese un’altra sigaretta, l’accese e diresse lo sguardo verso la finestra: il sole faceva capolino attraverso gli alberi.

Il vecchio Rudolph Smith raccoglieva le foglie in giardino, trascinandosi stancamente col suo rastrello da quattro dollari e cinquanta, garantito per la vita, comprato al K-Mart di Alvarado Street. Niente più ruggine, resistente alle intemperie, da oggi con la sensazionale impugnatura che vi assicura una presa più comoda, senza tutti quegli spiacevoli  calli alle mani.

A Rudy piaceva suonare il piano, e ogni tanto, al tramonto, potevi sentirgli intonare vecchi gospel, oppure i blues del delta del Mississippi,  che parlavano di quanto la sua ragazza fosse lontana, del suo amore perduto oltre le colline, di Dio e della sua lunga barba bianca, candida e pungente come il cotone.

Al di là dello steccato, oltre i bidoni della spazzatura, il vecchio fumava la pipa, nel suo patio, dondolandosi su e giù, con furia sempre crescente, spazientito dagli ultimi anni che gli rimanevano da vivere. Dalla bocca sdentata salivano nuvole di fumo blu e preghiere sommesse, come uno sciamano che tenta di parlare alla sua divinità.

Cora si svegliò all’improvviso e si diresse verso la ciotola del latte: ne bevve un poco, poi fu indaffarata con le sue pulizie quotidiane.

Io amo questo paese, che mi ha dato tutto, la libertà di ricercare la mia felicità, e in nome di Dio farò tutto quanto il possibile perché la mia felicità sia soprattutto la vostra: concedetemi questo privilegio, un voto democratico per poter fare di questo paese e del mondo intero un posto migliore.

Stanchi del solito telecomando che cade in frantumi se lanciato contro il vostro politicante preferito? E’ arrivato il telecomando in puro silicone, infrangibile e garantito per 150 anni! Vostro a soli ventidue dollari e 2 centesimi. Affrettatevi e alle prime trecento telefonate in regalo una meravigliosa parure di cristalli, in polimero termoindurente, che renderà felice la persona amata.

Un nuovo colpo di clacson attirò la sua attenzione. Ecco la signora Jones, con il tailleur rosa e i capelli cotonati, le sue labbra carnose ed i seni enormi, talmente pesanti che le curvano le spalle,non una parvenza di capezzoli,  la vita stretta ed i fianchi larghi, la pelle del volto tirata, la signora Jones, con la sua swiss ball, per un ventre piatto e scolpito, solo cinquantatrè dollari più le spese di spedizione, la signora Jones e la sua lunga collezione di dildo, semplici, multicolori, vibranti, singola penetrazione, doppia penetrazione, autolubrificanti, ricaricabili, facilmente lavabili.

La signora Jones si accomodò nella vettura, scoprendo una coscia e delle autoreggenti, color carne, sette dollari e settanta centesimi, da Secrets, il paradiso dell’intimo, proprio vicino al chiosco degli hot dog, sul boulevard.

Cora rovesciò la sua ciotola e cominciò a giocare col sacchetto di Blockbuster.

Guardò per un attimo la Tv: era spenta. Poi accese un’altra sigaretta.

La figlia quattordicenne del reverendo Perkins proprio stamattina si era buttata dal tetto, spiaccicandosi contro la staccionata. Si diceva fosse incinta, forse di quel buono a nulla del figlio di Boe Savvy.

Un preservativo bucato pensò.

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La mia mano incapace nella beatitudine dei nostri tempi

Me ne stavo, quatto quatto, ad ascoltare i discorsi della gente, origliando di incontri e liti, di furibonde scorribande o programmi di serata, seduto sulla panchina, mesto, affranto, in cerca della mia anima errabonda.

Dov’era in quella piazza, gorgogliante di rumori, a chi s’era affidata, la meschina? La tristezza sul mio volto faceva presagire un’altra notte esausta, passata alla luce di un anonimo lampione, con il pacchetto in tasca ed in mano una bottiglia.

E lei che volteggiava, incurante del mio umore, a carpire in mille storie il segreto del lettore, cos’è che affascina? quale alchimia nelle parole? Gravida di un tormento che non riusciva a sopportare, tornò presto alle mie orecchie con affanno a lamentare:

Cos’è che manca Armando? Dove o Come… e Quanto?

Ed i miei occhi allora si levarono verso il cielo, come in cerca di risposta, fissi contro il cornicione della biblioteca nazionale, addobbata con ormai vecchi fasci littori, con la bocca dipinta di rosso rubino, ad aspirare ed espirare fumo.

Cosa ti manca Armando…

Per poterle conquistare, perché siano tue, queste maledette  lucciole danzanti, che riempiono i tuoi pensieri, che ti lasciano solo, a tormentarti, eppure ancora ti seducono, una volta più ti ammaliano, sussurrando ti chiamano, e ritornano a danzare, come a passo di valzer, non riuscirai mai , si tu, ahitè!, non la vedrai mai, abbi fede! la gloria del bianco candido alla fine del lungo e doloroso oblio, per sempre intrappolato nel nero inchiostro di insensate e mirabolanti avventure.

Cos’è che ti manca Armando?

Stile.

Proprio come quel giovanotto laggiù, si, quello spilungone appoggiato alla panchina, che plana come una gru sulla testa dell’amico, col suo lunghissimo collo, che spunta dal cappotto in modo innaturale… Zebedeo mi verrebbe da dire, sebbene non ne conosca nemmeno il significato, eppure conquista: Zebedeo de’ Zebedei, giovane latifondista nell’era dell’industria, educato e pur sanguigno, con la rabbia raffinata del povero che non ha conosciuto stenti, con l’insolenza pungente del nobile che non possiede nulla.

Zebedeo de’ Zebedei poggia le sue lunghe mani sulle spalle dell’amico, e poi lo scrolla violentemente, come a fargli riacquistare i sensi, e poi urlare sguaiato, con le labbra arcuate a cuore: – Ma come posso, aggiungere un bottone poi, pure solo uno in più sul mio cappotto, nel momento medesimo in cui il mio povero costato ulula di vendetta per l’offesa subita? Dimmelo stupido modaiolo, dimmelo! –

Cos’è che ti manca Armando?

Mistero.

Come Cidrolin, vecchio amico, seduto i pomeriggi interi a sorseggiare la sua essenza di finocchio, a sognare, ad occhi aperti, la storia che si sgretola, a cercare tra fango e ruderi piccoli fiori, magari di colore blu, da riosservare con tristezza, giustappunto come bisogno di lacrime o di odio o di sentirsi vittime del tempo e dei suoi annali: o più semplicemente di scacciar la noia. Ed essere spettatore del proprio disfacimento, con un certo orgoglio, causa e vittime del proprio stesso male, come un ermafrodita che non abbia bisogno della sua metà platonica, bastevole e sufficiente a se stesso, per rigenerarsi nei secoli con lo stesso vigore del principio.

Ed anche questa l’hai in quel posto Armando.

Alzati, sgranchisci le gambe, rifletti. Bevi un altro po’ dalla bottiglia, fuma una sigaretta, sii lucido.

Anima mia, stammi vicina, accompagnami, almeno tu che non mi giudichi, stammi accanto, col tuo calore, il calore della speranza.

Illudersi, che piacevole sensazione, ma pure principio dei tuoi guai! Povero te! dove vivi maledetto! nel morbido delle nuvole dove non ci sono spigoli, come puoi sentirti vivo?

Eccolo là, il tuo opposto, con la sua bottiglia di whiskey, e la donna sotto il braccio, a bofonchiare parolacce e poesie dal bancone del bar, con pochi spiccioli, appena sufficienti per pagarsi la bevuta, eppure osservalo, Cristo! Guarda il rossore delle sue guance ed i suoi occhi semichiusi, divertiti dalla cattiveria del mondo, ma chissenefrega! Di cosa dovresti mai aver paura se un dio maledetto ti ha donato una vita grottesca, tu contro chi o cosa dovresti lottare?

Amico tu sai chi o cosa sei? Come ti chiami amico?

Spaccami la faccia amico, ti pago un bicchierino…

E poi nulla. Stop. Punto. Fine della frase, fine del periodo, del capitolo, fine del fottutissimo romanzo.

E lui che si allontana, ciondolando, beatamente ubriaco, orgoglioso del suo dolore.

Ora che ci penso ti manca anche la camminata Armando, per la bella uscita di scena.

Grazie amico Henry, grazie Chinaski.

Ho il naso rotto ora, ed anche deglutire mi da fastidio. Un altro sorso e continua a camminare, continua ad andare per la tua via, tra le luci artificiali della sera, tanto non ti guarda nessuno, nessuno ti vede passare, completamente anonimo.

Tu non hai personalità, Armando, neanche un briciolo.

-Altrochè se hai ragione ragazzo! -, mi si avvicina un tizio,-  Tu non sei un cazzo!-  mi dice urlando,- Tu non conti nulla – inveisce -  mica le hai sentite fischiare le pallottole dei tedeschi, in prima linea, col colonnello impettito nella sua giardinetta intento a leggere la posta del generale, e gli occhi incoscienti dell’eroe, e tu a cagarti addosso, tenendoti le orecchie nel caso i crucchi te le portino via, costretto a stare lì con loro, con quei pazzi maniaci che io chiamo eroi, che tu chiami eroi, che se fosse per loro la guerra non sarebbe mai finita. E non hai nemmeno le palle di imbracciare un fucile e farla finita! E stai lì a frignare… -, poi va via o fa finta di andare via, e ritorna alla carica – povera la nostra Francia! Che ci fai ancora qui chè la notte è breve, viaggia Bardamu, viiiiaggiiia, maledizione!-

E lo vedo sparire, cosi come è venuto, ammantato dal furore delle sue parole, umiliato da una tempesta di sonori schiaffoni, ora dovrei mettermi in viaggio?

– Tu non viaggi Armando! E’ questo il tuo problema – mi ammonì l’anima mia.

Dove dovrei andare, verso quale meta, l’unico viaggio che mi viene bene è quello che mi porta puntualmente al prossimo bar aperto.

Bene, allora un goccio bello forte mi ristorerà, fino al bar della Zia Clava: che offre la casa barista?

- Un cocktail profumato, che risolleverà il tuo morale, si chiama “Lacrima”, così come vuole la leggenda di San Venichka, protettore dei pendolari e dei treni. Tu hai mai letto Turgenev? -

Non ho mai letto Turgenev. La mia profonda ignoranza vi lascia basiti? A me lascia basito… eppure San Venichka, fatti largo tra le mie vene, e scalda questo mio sangue che ormai è acqua, infiacchisci questo mio corpo e rifranca la mia anima. Dammi la forza di alzare ancora una volta il capo e guardare la fine della strada.

Ecco cosa ti manca: un obiettivo! Armando, uno straccio di obiettivo non ce l’hai, che cosa speri di diventare senza un obiettivo… stupido, sei uno stupido. Come speri di catturare le tue lucciole senza un obiettivo nella tua sporca esistenza?

Guarda Nick Shay e la sua palla, e tutte quelle pazze storie attorno che finiscono per inghiottirlo, e lo stritolano e cullano, guarda Barney Panofsky, alla ricerca dei suoi ricordi che gli scivolano via dalla mente come acqua fra le dita!

-Ecco il segreto! Osserva loro, impara da loro -, disse con un sussulto l’anima mia.

Già, ma qual è il mio obiettivo?

- Chiedi a quell’uomo col cappello, vicino alla finestra, si, quello che ora litiga con la cameriera dalle huarachas consumate, chiedigli chi è, che cosa ci fa in questo mondo, che cosa lo spinge in un bar ad ordinare il peggiore dei caffè, che cosa porta con sé tra le strade polverose, quali gioie, quali tormenti, quali speranze…- mi suggerii.

Rimasi un attimo a riflettere, atterrito.

Che cosa mai ti salta in testa anima mia! Tutte quelle domande inutili, a quale scopo?

E’ oltremodo oltraggioso,a tratti blasfemo, con l’umiliazione di passare per un povero stupido che ha nel motivo della sua disperazione la goffaggine di una mano incapace!

E poi quel tizio già lo conosco: si chiama Bandini, Arturo Bandini, ed è il più grande scrittore vivente.

Che gli posso dire io a Bandini?

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Ombre (parte III)

La pioggia cadeva incessantemente da quattro giorni: le strade, completamente deserte, gorgogliavano di rivoli d’acqua fresca, pulite dalla sporcizia di innumerevoli passaggi, qua e là pozze stagnanti, ed un cartone marcio. Gaetano procedeva, ricurvo nelle spalle, con lo sguardo fisso in terra, completamente immerso nei suoi pensieri. Irrispettosamente la pioggia cadeva, sul suo cranio calvo, e scendeva, libera, lungo la fronte, e quindi il naso ed il mento.

Così Gaetano se ne andava, diretto chissà dove, incurante dei suoi vestiti fradici, della solitudine della via, di un mondo che era diventato un lavacro, una fonte battesimale di purificazione, per cancellare i segni del tempo e delle sue colpe dal corpo di ogni essere vivente. Una voglia ardente di ricominciare s’impossessò di lui, che stringeva i pugni e serrava le mascelle, una nuova opportunità, per poter dimenticare quello che era stato sprecato fino ad allora.

Ecco l’ordine di comparizione per l’inchiesta sull’ omicidio Brevi.

Indagato per la morte di Santo Brevi. Gaetano, proprio lui, presunto colpevole della morte di un uomo, del suo migliore amico,  della morte, amica di nero vestita, non l’arma né il soffio tetro, ma lo sguardo severo temo.

Santino… se la ricordava ancora quella faccia, scavata fino in fondo dalla malattia, quell’espressione ebete con cui si faceva beffe degli altri ancora ben impressa nei suoi occhi.

La stessa faccia che lo implorava, ansimando, con le ultime forze, di prendere tutto quel dolore e di buttarlo nel cesso, una volta per tutte.

Santino ed il suo mucchio di sigarette, i denti gialli e la lingua biforcuta.

Santino e la sua mano tesa, che gli affidava l’ultimo respiro.

Un senso di incontrollabile inquietudine prese a corrergli lungo la schiena, e camminava, senza meta, fuori dalle mura soffocanti del suo monolocale, cercando aria. Ore e ore a vagare ripensando a tutti i ricordi che Santino gli aveva lasciato.

Quando giovanotto della provincia si prese carico dei suoi quattro stracci e se né andò di casa, a lavorare lontano per sopravvivere, senza che la scuola potesse far schermo alla sua infanzia, senza saper leggere e scrivere, già dentro la mischia, con la sola forza delle mani e delle braccia, a tirar su case e palazzi, manovale semplice, a trasportare mattoni e a tener pronta la malta, impaurito dagli occhi penetranti del capo mastro.

Per mangiare e tirare avanti, imparare un mestiere, ed in silenzio Gaetano imparò, divenne forte ed esperto, tanto che ora nessuno gli poteva stare dietro, nemmeno i capo mastri bergamaschi, i piu’ temibili e veloci, maneschi, attaccabrighe e beoni, chi non aveva paura del mastro bergamasco quando, dopo aver tracannato il suo buon litro, scuoteva la ciurma dal torpore e la pigrizia, via tutti al lavoro, e guai agli ammutinati! a chi cercava ancora un minuto di ristoro, con la lingua penzoloni, ed il petto ingrossato dall’affanno, piu’ forte della fatica l’orrore di una sberla.

Fu così che Gaetano visse, rubato alla sua infanzia e al conoscere il mondo, forte dei suoi muscoli e della sua ignoranza, finché non incontrò Santino e la poesia, un turbinio di parole inutili e ben assortite, piu’ deleterie di qualsiasi schiaffo o pugno, dritte al cuore.

Santino gli insegnò a leggere e scrivere, ad apprezzare quel mondo purulento confinato nel nostro animo, ad asservire le proprie inquietudini, a trasformare il ristoro del sonno in veglia forzata, con una penna in mano ed un sinistro foglio bianco davanti agli occhi – Bene, ora scrivi ciò che senti… –.

Gaetano si lasciò andare, lentamente, al deliquio e al torpore, incatenato ai sogni infranti della sua fanciullezza, misero, ahilui!, prigioniero dei rimpianti, anima triste, non piu’ gagliarda, era diventato un aspirante poeta, uno dei tanti…

Un piccolo uomo osserva, oltre un velo di pianto, la sua palla lontana, triste, deluso e affranto.

Come dimenticarsi la risata fragorosa e impudente di Santino, con le poesie di Dylan Thomas sotto il braccio, crudelmente divertito dal rumore dei suoi versi, eppure compiaciuto, come un maestro che abbia condiviso il suo segreto con l’allievo.

Gaetano non poteva fare a meno della sua compagnia, di quella puzza da bar che sembrava avvolgerlo. Era disposto a farsi prendere in giro, a mettere da parte il suo orgoglio, per un motivo non meglio precisato, ma pur presente nella sua testa.

- Gaetano, i tuoi versi sono terribili, è quasi meglio ascoltare un lungo peto e chiamarlo distico elegiaco! – sempre, come una pugnalata benigna, lo sfottò dell’amico sincero, che almeno non t’inganna, ti dice la verità, e gli si vuol bene per quello, per quella sfacciata ammissione che tiene le tue ambizioni a bada.

Già, le ambizioni, proprio loro causano il disfacimento di un uomo, piu’ dei vizi e delle virtu’, il desiderio di essere qualcuno o qualcosa ci consuma.

Gaetano allora rimaneva in silenzio, ignorando tutto e tutti, assorto nel suo mondo di poesie malnate, sensibile solo al giudizio dell’amico, non dissuaso, ma ancora piu’ addentro al suo desiderio di parole.

Ma ora? Con Santino morto, che senso avevano tutti quegli affanni?

A che cosa era servita quella umiliazione, quella plateale manifestazione di debolezza di fronte agli occhi irrispettosi della gente, di quella antica forza guadagnata con il sudore e la fatica, che cosa ne era rimasto?

Uno zimbello, sei oramai lo zimbello di tutti.

Gaetano allora vagava, costretto a farsi ombra sui marciapiede lunghi, maestosi e deserti, lontano da chi ti conosce, lontano dal suo giudizio.

Oramai non era rimasto quasi nulla, niente di salvabile per lo meno, nel bel mezzo della confusione.

La pioggia si trasformava in un evento, un fenomeno naturale quasi mistico, una voce singhiozzante che sussurrava al suo orecchio di continuare a muovere le gambe, in ampie falcate, una fredda amica che congela il tuo corpo fino addentro le ossa, e ti rende impassibile, muto.

Gaetano era soddisfatto, pur avvilito nei  ricordi, si sentiva pulito, cosciente della sua posizione e lucido nelle sue azioni. Nient’altro da fare, se non aspettare.

Svoltò l’angolo e si diresse verso il distributore di sigarette.

Vicino alla macchinetta c’era ressa: uomini desiderosi di nicotina, coi nervi tesi, aspettavano il loro turno, per quella prima boccata iniziale che rilassa i muscoli, e ti fa sospirare, come per uno scampato pericolo.

Tabacco, maledetto compagno, quasi invisibile nelle tue tasche, perduto nella meccanica del pacchetto-accendino-respiro, aiuto inutile ai tuoi problemi, eppure l’unico ad esserti ancora vicino nella solitudine e nell’oscurità, confidente delle tue veglie forzate, triste segno del declino del tuo corpo e della debolezza della tua mente.

Il solo in grado di farti scattare, in preda ad un raptus, sull’uscio di casa, con sole o tempesta, solo per ricongiungerti all’abitudine, a quel senso di “tutto in fondo procede bene, non c’è niente di cui preoccuparsi”.

Gaetano, docile, si mise in coda ed aspettò. Infilò una mano in tasca per controllare se avesse moneta, due pezzi da due, poteva permettersi anche sigarette costose. Cominciò a fissare con insistenza il tasto rosso, in alto a sinistra, aveva già deciso a quale marca votarsi, quale multinazionale avrebbe nuociuto gravemente alla sua salute, creando dipendenza, ed alimentando la lobby dei medici e farmacisti.

Tabacco, nemico giurato, che vuole solo ucciderti, ogni giorno un poco di piu’, un’ombra costante alle tue spalle, protetto dalla noncuranza di migliaia di boccate, pronto a turbare la tua tranquillità all’improvviso, senza usare la cortesia di un avviso, con la faccia neutra di un medico, che sbircia il suo orologio. Poi già si sa come va a finire: medicine, riposo e aspetta di consumarti, per tre mesi, forse due, chi lo può sapere come vanno queste cose, per i polmoni non c’è niente da fare.

Ed un bel giorno ti ritrovi disteso, annichilito dal metadone, a pensare al momento esatto in cui hai iniziato, e soprattutto il perché, quella ragazzina con la gonnellina a fiori che ti faceva impazzire, che sbavava per i divi americani, Humphrey Bogart, con la sua faccia da bellimbusto incorniciata di fumo blu, e ricordarti disperatamente il suo nome, o di quella volta, quando la vedesti a passeggio per il paese, sottobraccio al tabaccaio.

E poi ancora al buio, col tuo vestito migliore, ed un lontano odore di stagno fuso, la porta del mondo sbattuta in faccia, ridere come un matto: ti hanno seppellito col pacchetto in tasca.

Mancavano pochi centimetri alla fessura per le monetine: appena il tizio davanti si fosse chinato a raccogliere il suo acquisto, ecco già pronto il braccio, si sarebbe disteso, poi l’altra mano avrebbe toccato la piccola icona, e bip! Sbat!, “selezionare l’eventuale altro prodotto o ritirare il resto”, in uno scambio di beni tra l’uomo e la macchina da cui non trapela alcun giudizio personale; con la soddisfazione di essere consapevoli di fare una cosa sbagliata, ma che diamine! almeno non c’è qualcuno pronto a ricordartelo ogni volta.

A meno che un braccio estraneo si fosse intromesso tra te e la tua agognata boccata.

Mentre i tuoi occhi si spegnevano, rapiti dal desiderio, ecco un grosso energumeno con le occhiaie scavate, i capelli unti ed il respiro affannoso, che ti avrebbe alitato addosso i suoi quattro o piu’ bicchieri di grappa di barbaresco.

- Scusa compare, vado di fretta, mia moglie mi sta aspettando, fammi comprare le sigarette? ci metto cinque secondi, non uno di piu’, e che vado proprio di fretta assai, c’ho i bambini soli in macchina. Fammi questo piacere, non ti arrabbiare, cinque secondi cinque…non è che tieni un euro? -

Intanto con lo sguardo rivolto verso il distributore, avrebbe inserito le sue monetine, selezionato il suo prodotto, ritirato l’ eventuale resto, aperto il suo pacchetto, sfilato la sua sigaretta e l’avrebbe portata alla bocca.

- Grazie compare, grazie assai. Non è che mi fai accendere? –

La testa di Gaetano, che fino a quel punto era rimasto immobile a fissare la scena, si mosse come per assentire alla richiesta.

Ma il suo braccio, e la sua mano stretta a pugno, con ancora le monete all’interno, furono piu’ svelti: colpirono in pieno viso il malcapitato, che non trovò altro da fare che cadere pesantemente al suolo e lì rimanere.

Gaetano si ricompose, e, come se nulla fosse accaduto, infilò le monete nell’apposita fessura, e si chinò a raccogliere le sigarette: quindi accedendone una, fissò quel corpo, svenuto e scomposto, con la sigaretta semidistrutta dalla violenza del colpo ancora tra le labbra, proprio mentre la nicotina entrava in circolo, i suoi muscoli si rilassavano e la tensione abbandonava il suo volto, e tutto sarebbe andato a posto.

Ed eccola lì, sembrava di rivedere la faccia di Santo, sull’asfalto bagnato, pronto a mostrarti i denti gialli, coll’espressione ebete che solo lui aveva.

Mortacci tua Gaetà, te e quelle pale che ti ritrovi al posto delle mani.

Gaetano allora si allontanò, le lacrime confuse alla pioggia, con le spalle incurvate, ridendo fragorosamente.

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Il viaggio di Grace

La grande stagione dei vincenti: siamo arrivati anche noi… Dopo un bel po’ ce l’abbiamo fatta anche io e Armando a fuggire dalla nostra prigione; novelli forzati nella nostra fuga per la vittoria. C’è un che di scontato in tutto questo, ma stavolta non è il solito finale:  Spencer è morto là sulle montagne mentre noi ci rimpinzavamo di parole senza senso nelle bettole della noia.

Tutto questo è una sorta di delirio, una trans-esperienza senza i limiti sonori giusti. Sento il ritmo cadenzato e lo swing della voce di Dio che mi dice di svanire, così, nella sabbia, nella terra amara dove sono caduto bimbo per la prima volta. Non pensare mi dice, spingiti fino all’orlo della tua ragione, sussurri , grida, acuti modulati nel supremo disegno della natura.

Uno spruzzo di acqua  rinfresca la mia fronte cotta dalle febbri autunnali.

Provo a raccontarvi una storia, ma non ci riesco.

Ho la mente troppo presa dalla possibilità del raccontarvi, tanto che risulta imprescindibilmente intasata.

Una bella forma contorta,una scusa del cazzo,un discorso senza senso, un’affascinante accozzaglia di parole: ascolta, tendi l’orecchio, perditi per sempre.

Non tentare di capire, arrenditi.

Sento la testa più leggera.

I miei sensi mi devastano, ma mi regalano attimi di pienezza.

Pulito da ogni lercia parola, da ogni puttana che mi regala orgasmi intensi quanto penosi. Odio il senso di tutto questo: ma mi piace gustarne l’estrema contraddizione. Sono io, non ci posso fare niente.

Ho ancora in corpo l’eccitazione del vedere una bella ragazza.

Sono un voyeur o un guardone se vi garba di più.

Le tette, ragazzi, sono la più piacevole distrazione di questo mondo.

Mi fischia l’orecchio sinistro.

Sono depresso.

Il cielo è mezzo blu e mezzo arancio.

C’è grossa crisi, io,  sono mancino, sono ambidestro, un Maradona delle seghe.E pensare che l’hanno fatto santo.

Uno scarafaggio mi ha appena tagliato la strada, proprio mentre Armando combatte con dei ramoscelli per appiccare il fuoco. Le scarpe accanto a me stanno a guardare.

Sono completamente perso in questo turbinio di vita.

Gli uccellini che cazzo avranno poi da cantare?

Giù in paese è tempo di festa. Hanno scelto di spegnere le loro menti, solo per una notte, giusto per afferrare quello che non c’è. Sapessero che appena più in su c’è chi si è già perso, avrebbero da gioire di orge fanciullesche fatte di vino e errori sintattici e semantici, con estremo gusto, io credo.

Tutto questo pulsare cadenzato non ha un senso.Le urla per strada non hanno un senso.

Il vento che soffia gelido tra le foglie estive, il rammarico e il fruscio dei peli pubici: questo si che è un vero quadro di umanità.

Avete mai provato, solo per una volta, ad ascoltare la voce della merda che lasciate gorgogliare nel vostro cesso? Perché vi lamentate allora? Non ha più diritto il vostro cesso a ribellarsi ad una schiavitù d’accettazione?

Sono nato in un buco enorme, uno scomposto aggregato di materia fatto di luci, tenebre, gemiti e furbizia. Ho imparato piuttosto precocemente a non essere nessuno, a non avere il talento necessario a recitare sulle quattro assi della vita. Mi hanno illuso di poter conquistare il mondo. Mi sono riscoperto troppo stupido anche per allacciarmi le scarpe.

Odio il mio viso: mi dà alla nausea.

Ho creduto di poter fingere la mia felicità, ma in fondo non m’importa di niente.

Non voglio nemmeno provare a pensare alla ripetitiva diversità degli istanti che si susseguono.

Gli stati abnormi della mia coscienza hanno distrutto l’identità del mio karma…

Oggi sono un aratro, perduto, mozzato, lasciato in balia di questa aspra terra così cinica da fagocitarti. Amo vaneggiare. E’ il mio unico modo per illudermi di non pensare.

Chissà dove è andato a finire quello scarafaggio, quali pensieri sta trascinando con sé  tra l’infinitamente brutto e il movimento, chissà se è felice, chissà cosa ha pensato incrociando un grosso stupido esemplare d’uomo, o più semplicemente chissà se è cosciente di essere uno scarafaggio…ad ogni modo lui vive.

Ed io?

Avverto l’impotenza di una foglia di fronte alla gravità, quasi come una emozione che non riuscirei mai a comunicare; quasi mi compiaccio che esista un vento a rompere la regolarità della caduta. Fermarsi un attimo: sconfiggere il tempo di cui sei servo e guardare i tuoi piedi devastati dalle strade che hai percorso, dal sangue che hai versato. In fondo ne  è valsa la pena sapere tutto questo?

Jack è spuntato all’improvviso dalle colline, disperato, bagnato fradicio dopo aver guadato il fiume, un sorriso forzato: odore di angoscia nel suo olezzo, ammira il rumore come una mosca ama la merda, che è sua vita. Difendersi da se stessi e dal proprio selvaggio istinto di sopravvivenza: ammazzare noi stessi per noi stessi.

Paradossale.

Un perché ce lo domandiamo tutti…

E allora rimaniamo così, senza una risposta all’indefinitezza della domanda.

Dormiamo, riposiamo e sogniamo di abbracciare l’infinito, assorbire l’infinito, essere infinito, no? Alleluja gente, il rock è morto, l’ho appena fagocitato e sto per vomitarlo sulle vostre teste per farne un rito sacrale: il battesimo dei sogni infranti…lo senti come piano, piano, piano, sta arrivando? Ritorna per te, in una corposità da toccare-baciare-mordere. Solo per me e nessun altro la voce degli angeli, mi sento scoppiare di dolcezza.

Armando sta là seduto a godersi il panorama delle montagne, ne scruta i contorni spigolosi, li arrotonda con qualche lacrima che scende sulle sue guance:  scavano solchi così grossi e profondi da seminarci intere terrazze di colorati frutteti e alberi d’ulivo. Lui pensa e si immagina le forme di una bella donna; gli compaiono nuove stelle nei seni tondi, scende lungo il collo e ancora si adagia sui fianchi, assapora le labbra morbide e succose, bacia gli occhi, gli orizzonti dei suoi mondi e si dispera della labilità di tutto ciò.

Silenzio! Tutto questo è sacro.

Siamo nel tempio dell’uomo e niente di sensato è scritto. Le parole dell’uomo sono cazzate.Oggi celebriamo le cazzate umane: la nostra follia sale e non la capiamo nemmeno. Scordiamoci il controllo, non esistono regole nel caos che abbiamo rubato, viaggiare nel buco che ci ha indicato il turcomanno, e scoprirne i sapori intensi piccanti, con note dure ed eleganti che sanno di carne di selvaggina, sanguigna, come un toro delle corride di Pamplona che muore sotto i colpi sapienti del torero per la gioia degli aficionados: le urla di vittoria, abbiamo vinto la guerra, finalmente sconfitta la furia dei nostri sensi; che gran vanto, che lusso essere per la prima volta coperti dall’ambrosia degli dei.

Noi abbiamo fame di essere!

……………………………………………………………………………………………….

Mi sento da schifo, devo sboccare tutta questa ubriachezza che ho in corpo. Mi farò un caffè, doppio, una bella doccia e poi pensò tornerò a casa. Tornerò ad essere uno dei tanti, un profeta del nulla, assolutamente anonimo nella grande informe massa.

Odio viaggiare.

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Ombre

All’ombra di faggi e cipressi me ne vado: il vento mi scompiglia i capelli, non fosse altro che sono pochi e mal distribuiti, ma che importa? Sono tutti morti qui, il silenzio la fa da padrone. Mi avvio da solo, con la bottiglia di dolcetto delle langhe, dodici gradi, squisito,poco strutturato, al sentore di mandorla e ribes, aperto da due giorni, ma che cazzo! è pur sempre vino.

La mia marcia solenne, un rito, coi paramenti sacri e le vivande benedette, si allunga per queste vie, attraversate da un vento muto, con il sole che a tratti butta occhiate accalorate sulle nostre povere teste, poi d’intorno grigio e presagi di tempesta,

con le mani giunte, avviliti dalla tristezza, ma non io, non me, che me vado, assolutamente vuoto, ad adempiere alla mia promessa.

Non vi preoccupate, non c’è nulla che vi possa turbare, siete al sicuro, la vita e la morte non sono un pericolo.

Mi chiamo Roberto, e mi trovo qua di fronte alle porte del cimitero comunale, per trovare un vecchio amico, il vecchio compagno di sbronze che mi è stato sottratto dal destino, sotto l’erba fresca e la terra umida se ne sta, sonnecchiando, con la mente annebbiata dal pastis e dall’assenzio, lui se ne frega del mondo che continua a girare, matto, come una trottola, e ci investe tutti quanti, e ci consuma, ma a lui no, che sta ben protetto dal legno di quercia e l’imbottitura di raso, col vestito

della domenica, lui si se la ridacchia delle nostre sventure, fottuto bastardo, maledetto tu sia nell’alto dei cieli, coi tuoi pochi grammi di peso da portare a spasso tra i cumuli nembi rossastri, maledetto tu sia che ti prendi gioco di me rimasto a far da guercio vigile alle tue memorie.

C’è una vecchia che mi cammina accanto, vestita scura,con lo scialle attorno alle orecchie a preservare i suoi pensieri, in mano gigli e crisantemi, una pansè, questa è un’altra vittima delle tue poesie Armando, un’altra innamorata marcia delle tue stupide parole, buttate lì senza un perché, tra lunghi sorsi alla birra e sigarette, questa viaggia ad ampi passi, consumata dall’attesa di un’intera notte, con la gonna alzata dal vento, vedo le sue cosce, niente male, te la potresti spassare persino da morto.

Mi fermo al chiosco e compro una candela: oggi avresti avuto sessant’anni.

- Uè Robè, a far visita a quel rottinculo? –

Stai zitto anche tu, un po’ di rispetto per i morti, che se si risvegliano non c’è scampo, all’alba tutti azzoppati, senza neanche avere il tempo di un ultimo sorso, tanta è la paura che ci prenderà stomaco, gambe e occhi che cominceremo a vomitare tutta la nostra vita, fin dai tempi in cui eravamo fanciulli.

Un buon sorso di vino non guasta a questo punto, giusto per aver coraggio, e non mollare come bambini codardi sull’uscio, che qui si va con la perduta gente, che qui si va nell’etterno dolore, e allora sommo poeta io mi bevo a garganella, e me la spasso del tuo dolore, del tuo monito, e via d’un altro passo e uno e uno ancora.

Te lo ricordi ancora il sapore della birra? e le cosce morbide di Federica? che s’aprivano come boccioli di margherita a primavera appena il miele di un verso truffaldino le avesse sfiorato l’orecchio, quelle labbra superbe, che niente, mai, avrebbe avvizzito, e ora giacciono fetide e languide a sospirare, come pegno di cinquant’anni?

No che non ti ricordi, la memoria ti fa difetto, non puoi: te la rinfresco io, tutti i migliori pezzi di fica che mi potevo immaginare, tutti rubati, appena voltato l’angolo, tu a sospirare, mentre io spingevo quello stramaledetto carretto dei fiori, coi crisantemi e i garofani che ad ogni angolo cascavano giu’, bum, imprecazioni e bestemmie, che nemmeno il buon Dio, nemmeno per tutti i miracoli del mondo, si sarebbe potuto salvare, e tu lì ancora a farti bello e soave, coi piedi sporchi e puzzolenti, e l’alito di anice, puah, maledetto avanzo di fogna, coi calli duri che mi piegavano le dita, io volevo fare il violinista, e con queste mani che mi ritrovo una carezza fa male come uno schiaffo, e tu fermo a grattarti l’uccello e sorridere sornione, me n’avessi girata una…

Erano tutte mie, tutte innamorate follemente di me, pazze del sottoscritto, sissignore, nonostante il naso adunco e i denti marci, tutte ammaliate dalla forza dei miei trent’anni, e poi sei arrivato tu con quella faccia da bravo figlio di puttana, e io di colpo dimenticato…ah le femmine, droga di altri tempi, quando il jazz era eroina e i bar puzzavano ancora di grappa.

Toh! alla faccia tua, un altro sorso, che mi rinfranca l’anima e infiacchisce il corpo, come quella vecchia volpe di Venichka, solo che a me i treni non piacciono, mi fanno star male, preferisco andare a piedi.

Potessi vedere questa vecchia che mi cammina davanti, con i calcagni consumati e le calze abbassate fin sulle caviglie, e la gonna che svolazza e dondola sui fianchi, mentre cammina a fatica, mi sento ribollire nelle vene una nuova giovinezza, con i capelli bianchi raccolti, il petto preteso in avanti a facilitare l’incedere, fumosa e candida, avvolta nella nebbia, diretta verso il suo grande amore, sprofondato sotto terra, o verso i suoi adorati figlioli, che le cantano la dolce nenia notturna poco prima di addormentarsi.

Te la ricordi quella volta in cui si andava in giro di notte a spaccare gli specchietti delle automobili, e tu eri totalmente compiaciuto, vandalo nella notte, come un vecchio giustiziere marxista venuto a punire i guai del capitale, noi che i soldi li sognavamo, giustappunto per una fiaschetta di buon whiskey scozzese, o per Ileana tette di miele, che voleva albergo pulito e niente baci che si sciupava il trucco, e tu ogni volta le scioglievi i capelli, e quella si incazzava col sottoscritto, e via a menar urla per la via, finché un secchio d’acqua c’avesse colpito, splash, e l’umidità fino addentro alle ossa, e ohiohi, le mie povere ginocchia ed il mio povero collo, vaffanculo Armando, smettetela puttanieri, non avete famiglia voi, che noialtri domattina si lavora al mercato, e vogliamo dormire tranquilli,

andate via, delinquenti, che vi chiamiamo i carabinieri, vecchi pervertiti vagabondi che non siete altro.

E tu te la ridevi come un pazzo, ed io di riflesso pure, che ci potevamo fare, soli, bagnati fradici, nel freddo intenso, tremanti, stupidi e ubriachi verso il prossimo bar aperto?

Sei un egoista, questa è la verità, mi hai lasciato a marcire in questo mondo, senza spalla, senza piu’ risate, solo insulti, che mi si aggrappano al cuore, e non c’è verso di cacciarli via, mi consumano come un tumore, e almeno mi uccidessero, mi tengono vivo, come una triste tortura, un eccessivo pegno per i miei e i tuoi peccati.

Un altro sorso, alla vita che fu, poi una bella pisciata, dietro quella siepe, appena sopra la lapide del colonnello Stravazzi, morto per la patria e per i baffi, i figli della lupa il fascio dell’onore imperituro posero.

Il dottore mi ha detto che sto male per il troppo bere, che fumo troppo, le transaminasi sballate, che è tutto sbagliato, va a rotoli, che devo mangiare regolare, una patata cruda al mattino per la gastrite, che non sono piu’ un ragazzino, rischio infarto, rischio fegato spappolato, e non si può trapiantare un fegato, non su un rottame come me, e non c’è nemmeno speranza di donare qualche mio organo dopo che sono morto, che non c’è rimasto niente sano, nemmeno le unghie dei piedi, che sono gialle, evidentemente cianotiche e anche loro qualcosa sicuramente c’hanno, bisogna fare un’ecografia, operare d’urgenza,forbici, bisturi, lo stiamo perdendo, tamponi signorina tamponi, biiiiiiiiip, è morto, solo per unghia incarnita, malasanità che dilaga, ma questo non pagava il ticket, malasanità un corno, che ce ne frega di salvare uno che non contribuisce alla causa, che mica lavoriamo gratis, maledetto rifiuto della società, crepa con la tua unghia incarnita, che non ci ricaviamo un soldo bucato nemmeno se vendiamo le tue cateratte al mercato nero.

Non c’è piu’ speranza caro Armando, non per noi vecchi. Ci dobbiamo far da parte, al nuovo che avanza, ai telefonini e le bambole gonfiabili, al sesso virtuale e ai viaggi di  Alice nel paese delle meraviglie, quelli che ci lasciano sconvolti, come poveri coglioni a noi che sognavamo il tempo, seduti sul ciglio dei marciapiedi, a ingozzarci delle burrose facezie del grande Gatsby, degli amori sperduti nella guerra sul Carso, a tremare del fiato grosso dei cavalli cosacchi, della puzza di piscio davanti alle bettole, noi, che per la barbera e l’asso di bastoni abbiamo venduto la nostra primogenitura.

Brindo alla tua morte, fratello mio, con le ultime forze e l’ultimo vino, tu che mi hai lasciato vedere quale scempio la solitudine potesse fare della mia cenciosa esistenza, brindo, prosit, alla mia vita, qui sulla tua tomba, ti dico: avevi ragione.

Che il tempo passa, e ci lascia prigionieri dei ricordi, avvolti da un manto di silenzio, dimenticati, granelli di polvere delle strade che un tempo erano nostre, portati via dal vento. E di me e di te, dei vagabondi del quartiere, della vecchia gloria dei pezzenti, rimarrà  solo una vecchia foto nel cesso di un bar.

Ho preso la bottiglia vuota, e vi ho incastrato la candela accesa: un rutto, una sigaretta, e ho imboccato mestamente la via del ritorno: addio, ancora una volta, amico mio.

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Asso

Era febbraio. La primavera era in anticipo.

Pollock si fermò vicino all’edicola. La Juve aveva vinto: lui ci rimase male.

Caffè, sigaretta, accendino, fiamma, prima boccata, l’inserto speciale del Sole 24 ore, tette della signora di fronte, seconda boccata, stop.

Un piccolo dolore al braccio sinistro lo colse all’improvviso. Cristo, un infarto pensò.

Aveva solo trentuno anni.

Pentiti finchè sei in tempo.

In fondo non aveva mai fatto nulla di male, perché proprio a lui…

Pollock cominciò a rimuginare nella sua testa, i ricordi affioravano a galla come stronzi in mezzo al mare, uno dopo l’altro, ad una frequenza pazzesca:  sua madre che preparava gli arancini la sera prima, le seghe nel bagno di sua zia Dolores, il profumo dei mandarini appena colti, le bottiglie di whiskey lasciate scolare sul balcone di casa, le piante di gerani inondate di vomito, la Renault 4 dell’84 di suo padre sui marciapiedi di San Sicario, la faccia tumefatta di Orco.

Pentiti.

Pollock era confuso, intrappolato in un ordito che nemmeno la migliore delle sue storie per casalinghe sognatrici avrebbe mai potuto tessere.

Cosa pensare a pochi attimi dalla tua morte?

Pollock si lasciò andare, sulla sedia, in una postura contratta e innaturale, a metà tra il rilassamento totale e la tensione di una fuga.

La vita se l’era goduta, senza un euro bucato, quel figlio di puttana se l’era spassata alla grande.

Asso

- Come ti è venuto in mente di scartare un tre di coppe su un gioco a piombo? Sei cretino o cosa? C’è ancora un palo intero di coppe da giocare e lui scarta la carta migliore. Orco sei bruciato! -

- Ehi Pollock, era una carta sola, non sapevo che farmene…-

- Cristo santissimo!  il genio del tressette è tra noi. Applausi…- Pollock si alzò e cominciò ad applaudire fragorosamente – alzatevi tutti e applaudite questo demente figlio della civiltà occidentale!-

- Mia madre è di Bangkok,  mio padre di Molfetta –

- Dove cazzo sta Bangkok? –, disse Franco, svegliandosi da un letargo che durava da un paio d’ore.

- Mmmmmh, Bergman e whiskey da discount, aggiungeteci versi apocrifi dei  poeti della rivoluzione e fasci littori in posizioni subliminali sulle facciate dei centri sociali, doppi accordi alla Stravijnski e gorgheggi alla Husker Du, non sottovaluterei nemmeno un pizzico di buon vecchio Holden, quello che alla fine ha trovato le papere in un laghetto di Busto Arsizio, shakerate il tutto e servite ghiacciato… –

- Ehi Lexodan sta sfarfallando, ditegli di darsi una calmata  – disse Pollock, con la faccia seminascosta dal ventaglio di carte.

- Bolscevico di un miscredente portatore sano di emorroidi, la farmacologia è una scienza esatta! – rispose calmo Lexodan, scandendo le parole sillaba per sillaba.

Pollock lo aggredì subito:- Amico, fai qualcosa per il tuo alito: lavati i denti o chiudi per sempre quella fogna, tipo immediatamente…-

- Su, calmatevi, giochiamo al giuoco delle carte…abbiamo una partita in corso! – intervenne Orco – ecco…- e gettò sul tavolo l’asso di coppe.

Il tressette è un gioco delicato: ci sono degli equilibri che non dovrebbero essere mai spezzati.

Ogni giocatore è completamente proiettato in un microcosmo di 40 stupide idee, 3 regole d’incastro fondamentali. In questo mondo deve riuscire a prevalere. Dominare questa piccola realtà circoscritta ad un tavolino preferibilmente quadrato.

Non ci sono trasgressioni ammissibili, tutto è racchiuso in una logica ferrea: c’è  il momento giusto per difendersi ed il momento per attaccare senza pietà, lasciando all’avversario solo il  tempo per mettere in fila le imprecazioni colorite più adatte.

Come un gioco della guerra, ma senza morti violente, per carità.

Un atavico senso di rivalsa che comincia pian piano a pulsare nelle tue vene, come la rullata di un tamburo, sempre più forte, fino a raggiungere le tue orecchie ed deflagrare nel  cervello come un balordo senso di onnipotenza.

Poche regole.

Spazio limitato.

La possibilità di diventare divinità nell’infinitesimo spazio-temporale è alla portata di tutti.

Niente più frustrazioni, macchè!  si viaggia forte qui, senza scomodare bombe: hai bisogno solo di un tre di bastoni e la tua presenza comincia ad essere temuta, gli animi si fanno guardinghi, ogni piccolo gesto viene triturato, deglutito e ruminato, come se il tuo successo possa dipendere da come ti gratti il culo, e così via in un oceano di tensioni digrignate in cui affoga l’amaro gioco del destino.

Sarà la mossa giusta?

Giocherò bene le mie carte?

Per Pollock il tressette era sacro: era un continuo mettersi alla prova. Un voler dimostrare a tutti che  se avesse voluto avrebbe potuto fare qualunque cosa in questa sporca vita.

La noia e il terrore dell’infinito ci fanno sentire vermi.

Lui era vittima di cause estrinseche, diventate tali per un sarcastico gioco di proporzioni: le città, i continenti, l’universo, troppo spazio, tale da non poter essere colmato da un uomo col tempo finito.

Un tavolino è a misura d’uomo, il tavolino può creare un dio.

Dio è una mera questione di dimensioni.

Per Orco il tressette era una buona scusa per passare il tempo tra una pera e l’altra.

Whiskey gratis da Lexodan,  sigarette scroccate da Franco, raramente dell’erba buona, che gli regalava un avvocato yuppie in cambio di favori sessuali.

Ad Orco in fondo non importava nulla. Solo Juliette. Era innamorato.

Nessuno ha mai  visto questa Juliette, ma lui raccontava di una pasticceria e della sua avvenente proprietaria.

Ogni notte passava dal suo negozio, bussava gentilmente alla serranda ed aspettava, finchè due occhi neri fossero sbucati nella via illuminata.

Orco sorrideva sistematicamente alla creatura dietro quegli occhi, perché in cuor suo sapeva che lei lo stesse aspettando.

- Vattene cretino, questa non è una pasticceria, vattene o chiamo la polizia -, gli diceva.

- La rabbia è un sentimento sottovalutato. La definizione giusta per pisciare fuori dal vaso è anarco-insurrezionalista. Però bisogna pensare alla direzione: se il piscio tracima a destra allora l’accezione rossa del termine perde di significato, anzi diventa nera. E se pisci nero, fatti vedere da uno bravo perché non stai, mio caro, un c-a-z-z-o bene-. Lexodan interruppe all’improvviso il silenzio che avvolgeva la sala.

- Ehi Pollock posso andare in bagno a riflettere? – disse Franco a ruota.

Pollock non rispose. Era livido in volto, quasi sul punto di esplodere.

Gli occhi erano incavati  e puntavano fissi di fronte, in direzione di Orco, il quale se ne stava seduto con in faccia stampato un sorriso ebete, perso in chissà quale peregrinazione mentale…

…Juliette.

Chi altri?

Piaceva scherzare sempre a Juliette. Una notte si era addirittura messa a piangere per convincerlo che lei in realtà non si chiamasse affatto Juliette, ma Carmela (sembra venisse da Bitonto), avesse tre figli e le piacesse leggere i romanzi di Raymond Queneau.

Naturalmente, lui non ci aveva creduto. Lei faceva di tutto per non dare l’impressione di essere una donna facile, secondo Orco.

Provava un senso di piacevole estraniazione quando puntava il dito indice (quello accusatore) verso la sua faccia: tutte le sue ingiurie gli aggredivano i sensi e li cullavano, rapendoli alla loro abulia, li violentavano con stridula tenerezza.

Tutto ciò riempiva le sue giornate.

Orco.

All’improvviso, una sera, si accorse di non poter fare a meno di lei: l’abitudine può diventare amore quasi quanto la speranza di arrangiarsi, il non andare avanti?

- Ehi Pol, non ti preoccupare, non sporco nulla stavolta…- riprese Franco.

- Ecco, la masturbazione può essere una risposta ai miei tormenti politici…Ottimo! dopo di che penso mi dedicherò alla scrittura di un saggio buddista circa le implicazioni della pubblicità su gli accoppiamenti promiscui uomo-animale.- ribattè Lexodan.

Pollock si alzò e gettò con violenza le carte a terra.

- Sono in balia di un manage-a-trois con Pier Vittorio Tondelli e Wladimir Luxuria- aggiunse con un filo di voce Franco.

Pollock si accese una sigaretta.

Lo sguardo fisso contro la faccia di Orco.

Lasciò in fretta e furia una festa di fricchettoni e corse da lei.

Tanto andava forte che il respiro lo abbandonò a più riprese, piegandolo in due. Dopo dieci metri cominciò a camminare e si sentii subito meglio.

Arrivò al suo negozio. Non rispose nessuno. Cominciò a chiamarla, per la via, a squarciagola. Si sentiva schiacciato al suolo mentre avrebbe potuto librarsi nell’aria come Peter Pan.

Nel palazzo di fronte, una finestra, al settimo piano, si illuminò, si affacciò una donna.

Era Juliette. I suoi occhi non avrebbero potuto tradirlo. – Juliette! Juliette! Ti amo, non posso vivere senza di te…Juliette ti amo, non ti lascerò mai più – le gridò in preda ad un’euforia mai sentita, la gioia assaliva le sue vene, pompando il sangue in ogni parte del suo corpo, elettrizzato. Quasi sospettava gli sarebbe venuto un infarto.

Vide il suo corpo librarsi in aria, dal settimo piano, come Peter Pan. Si sfracellò al suolo a pochi metri da lui.

-La invidiai -, raccontava.

Fu allora che tutto gli apparve nitido e cristallino.

- Orco, qua è meglio passare all’eroina-, disse e si  grattò il culo.

Una macchia di sangue si spandeva sul marciapiede, uno spiacevole equivoco.

Strani pensieri cominciarono ad attraversare la mente di Pollock.

Lui è contro le regole.

Treno 901 del disturbo.

Una donna attempata fuma su un vagone espresso italiano.

Un controllore arrapato di mezz’età soprassiede, sorridendo.

La bava è copiosa.

IO VOTO SOCIALISTA, ad esempio. E non c’entra nulla con la questione che ho fatto debiti con mezza città.

Ma ecco che il sospetto si fa dramma: questo è davvero un complotto per tagliarmi fuori da tutto?

Sarò perduto per tutti voi, prima che voi possiate volutamente perdermi.

RICCHI RICAMI PSICHICI SU VESTI DI ORGOGLIO.

Le persone cambiano inspiegabilmente e l’odio viene covato nei posti più insospettabili.

Lui è contro le regole.

Egocentricamente stupidi al di sopra di ogni relazione.

Violenza.

Ingiustificata.

Stop.

Pollock si scagliò con tutte le sue forze contro Orco. Cominciò a picchiarlo con foga sul viso, finchè la pelle rosa non si macchiò di agghiacciante rosso. Orco non sembrava voler reagire. Inerte contro la furia dell’amico. Volutamente.

- Sei un figlio di puttana! Prima scarti il tre di coppe,”era una carta sola”, e poi tiri fuori di asso di coppe! Sei un incosciente bastardo, ti odio….- disse Pollock, continuando ad inveire sulla mascella  di Orco.

Il rumore sordo dei colpi ristagnava nella sala.

Quando Pollock placò la sua furia per riprendere fiato, Orco, con un filo di voce, disse:

- Ehi amico, vacci piano: sennò rischi che ti venga un infarto prima o poi….-

Pollock riprese a picchiarlo più forte di prima, finchè non senti più alcuna resistenza contro le nocche della sua mano.

Il silenzio cadde su di lui, pesante come il buio di una notte infausta.

La vita se l’era goduta, senza un euro bucato, quel figlio di puttana di Orco se l’era spassata alla grande.

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Polo Grounds

La prima volta che vidi sorridere mio padre ero di fronte ad un ragazzino grassoccio, col ciuffo unto e gli occhi cattivi, avevo una mazza in mano e le ginocchia mi tremavano.

La palla era schizzata via come una scheggia, oltre il parapetto che divideva il campo dalla strada, un fulmine impazzito, ed io, col labbro inferiore pendulo, a chiedermi se tutto ciò fosse reale, se l’avessi fatto veramente, uno di quei fuoricampo alla Babe “Yankee” Ruth che ti tolgono anche la speranza di continuare a giocare.

Si, lo avevo fatto, per l’incredulità dei miei compagni, per la disperazione dei miei avversari, per la faccia corrucciata del lanciatore che continuava a sputare sul monte,

per il mio corto pomeriggio di gloria, con la divisa sporca di fango ed erba umida, ma soprattutto per lui, Jack, mio padre.

A Jack piacevano due cose nella vita: il whiskey ed il baseball; non c’era nient’altro per lui, sempre diviso tra i bar e lo stadio, era la cosa più bella che ci fosse al mondo, legno, cuoio, malto e sudore, in un’alchimia  perfetta che rendeva magica anche la più squallida delle domeniche.

Volevo bene a Jack, anche se non c’era quasi mai a casa, e quando c’era dormiva, per via del suo lavoro di guardia notturna al Brooklyn Museum. Prima di andare al lavoro veniva nella mia camera, mi rimboccava le coperte e mi raccontava un sacco di pazze storie sul baseball di New York, dei Giants di Manhattan, degli Yankees del Bronx, dei Dodgers, dei nostri Dodgers, di cui eravamo tifosi accaniti, e di come quella volta l’esterno sinistro di Brooklyn riuscì ad eliminare il leggendario Babe Ruth, acciuffando miracolosamente la palla oltre la recinzione, nonostante il temutissimo dito indice si fosse levato al cielo e avesse indicato l’orizzonte. Io lo ascoltavo a bocca aperta, nonostante sapessi che la maggior parte di quelle storie fossero frottole, ma l’entusiasmo e la passione con cui le raccontava mi faceva sprofondare in un sonno liquido, sereno, e mi sentivo protetto e amato, come se niente, mai, mi avesse potuto far del male.

Ogni tanto mi portava con lui allo stadio, contro il volere di mia madre, a vedere Don Newcombe lanciare saette contro i malcapitati avversari dei Dodgers, mi comprava i popcorn, e mi permetteva di tenere il conto del punteggio, inning su inning, su di un foglietto di carta, il nostro piccolo rito scaramantico. Ogni tanto mi annoiavo, avrei voluto andare al parco, a giocare, ma non ho mai protestato, vedevo l’argento vivo luccicare nei suoi occhi e mi sentivo allegro, mi bastava solo stargli vicino e tutto andava bene.

Una sera d’agosto, nel 1950, Jack sparì, lasciando soli me, mia madre e il mio fratellino Martin. La gente vociferava che fosse ricercato dai poliziotti, per quella rapina al museo egizio, o peggio ancora che l’avessero fatto fuori i gangster.

Tutte stupidaggini. Mio padre non era cattivo, mio padre non avrebbe fatto del male a nessuno, mio padre era ancora vivo e sarebbe ritornato da noi, mi ripetevo bofonchiando a denti stretti, e intanto odiavo il mondo ed i suoi pettegolezzi, odiavo quelli che me l’avevano portato via.

Passarono i mesi, andavo a scuola di giorno ed il pomeriggio davo una mano a Buck, il droghiere, in cambio di pochi dollari. La notte sentivo mia madre piangere, ogni lacrima scandita da un perché. Già, perché se n’era andato? Non riuscivo a capire, paralizzato e completamente svuotato, come se un bel giorno della mia infanzia un brutto guercio mi avesse detto: – basta fare il bambino stupido, ora sei un uomo -.

Nulla passava dalla mia testa, e col nulla tiravo avanti.

Esattamente un anno dopo la sparizione di Jack ci fu la grande finale, Giants contro Dodgers al Polo Grounds, per il campionato nazionale. Seguii la partita da solo, con una radiolina sgangherata, sul tetto di casa mia, dove la ricezione era migliore.

Brooklyn era avanti 4 a 2 al nono inning, le cose sembravano mettersi bene, un solo eliminato e avremmo vinto, ancora una volta. Poi in pochi secondi, il lancio maledetto di Rudolph Branca, il fuoricampo di Bobby Thomson e la voce rauca di Russ Hodges che urlava alla radio – I Giants hanno vinto il campionato, i Giants hanno vinto il campionato! E stanno diventando tutti matti, tutti matti…. -. Fu allora che cominciai a piangere.

Piansi e piansi tutte le mie lacrime, in preda ad una folle disperazione, non perché i Dodgers avevano perso, né perché non avevo assistito alla partita del secolo, il più grande spettacolo di baseball mai visto sui campi a diamante. Mi resi conto che Jack non era al mio fianco, e per la prima volta in vita mia mi sentii solo, abbandonato a me stesso, senza più una speranza.

New York, capitale del baseball, quella notte conobbe il suo momento più glorioso. Migliaia di tifosi, riversati per strada, facevano tremare le vetrine dei negozi coi loro passi e le loro urla. Branca e Thomson furono invitati alla Casa Bianca dal Presidente in persona, e divennero leggende, monumenti viventi, primi attori di un evento epocale che non lasciò vincitori e sconfitti, ma solo testimoni che affermavano orgogliosi: – Io c’ero al Polo Grounds! -.

Finii la scuola e lasciai la mia famiglia, e Brooklyn, per andare a vivere nel Bronx. A parte i ricordi, dei Dodgers e dei Giants non rimase nulla dopo la loro dipartita per la costa occidentale. Provai anche a frequentare l’università, ma non era per me, c’era troppa gente disposta a combattere per l’una o per l’altra causa, e a me francamente non importava più di nulla.

Trovai lavoro come barista, in un locale di un italiano, Sonny Pesce: avevamo reciproca diffidenza l’uno dell’altro, a volte non lo sopportavo, ma in fondo era un buon cristo, la paga buona ed io non chiedevo nient’altro alla vita.

Una sera, mentre chiudevo il locale, mi si avvicinò un tizio, piuttosto anziano e malvestito,

pensavo volesse rubare l’incasso di giornata, così mi misi in guardia e gli dissi:

- Ehi amico, stiamo chiudendo…-

Lui mi fissò e rispose: – Mickey, non mi riconosci? –

Non avevo la più pallida idea di chi fosse, io venivo da Brooklyn, non conoscevo nessuno in quel quartiere. Poi guardai i suoi occhi, la loro luce argentea, come quella di tanti anni prima, e sorrisi – Jack… -.

Era tornato.

Mi disse che era stato sulla costa occidentale, che aveva visto l’America in tutte le sue vesti e forme, gli sconfinati ranch del Texas fino alle fredde foreste del Canada, dai deserti dell’ Arizona e del Nevada all’acqua del Mississippi e di New Orleans, che era tornato a New York e si sarebbe fermato per qualche giorno, poi sarebbe nuovamente partito.

Disse che aveva viaggiato e viaggiato, senza meta e senza casa e che aveva portato un regalo per suo figlio Mickey: frugò nella borsa e tirò fuori una vecchia palla da baseball, sporca e malconcia, e me la porse.

- Questa è la palla leggendaria che Bobby Thomson spedì in cielo nel 1951, al Polo Grounds. Tienila, è tua… -

Ad un tratto sentii l’antica disperazione risalirmi dallo stomaco su fino agli occhi, che si riempirono di lacrime.

- Perché te ne sei andato papà, perché ci hai abbandonato? –

Chinò il capo da una parte e sogghignò. Non era cambiato, aveva sempre quel modo scanzonato di affrontare la vita, quel menefreghismo cinico da whiskey che fa del dolore sarcasmo, in ogni situazione.

- Avevo voglia di vedere il mondo, di vedere tutte le persone che lo abitano, prima che questo corpo fosse diventato troppo vecchio anche per orinare da solo. Ero irrequieto, volevo andare, solo andare, e niente m’avrebbe fermato, nemmeno la famiglia. – tossì, e bevve un sorso di birra; poi riprese: – vedi Mickey, nella vita si vince e si perde, quotidianamente, ma ciò che ci fa vivere e andare avanti non è la vittoria o la sconfitta, ma la fede in quello che facciamo, la fiducia nel mondo che ci costruiamo pezzo per pezzo a costo di estremi sacrifici e senza ragione apparente.

Quella palla Mickey è un simbolo di fede assoluta, del miracolo che ha sconvolto un’intera città, che ci ha unito tutti, vincitori e sconfitti, a distanza di miglia e miglia, e per tutti gli anni a venire, nella celebrazione della nostra generazione.

Ora nel mondo ci sono i capelloni e i soldati, il metallo e i colori e nuovi miracoli sono all’orizzonte, a celebrare nuove vite e nuove idee. Però quella palla rimane, ed è la nostra chiave per ritornare a quel mondo ormai perduto.

Io la offro a te, mio figlio, perché non dimentichi mai…ti prego, accettala…- e sorrise.

Presi la palla e rimasi in silenzio. Jack mi aveva sorriso, come tanti anni fa.

Rimanemmo ancora lì qualche minuto, mi chiese di Martin e la mamma, poi prese il suo cappello e uscì, ed io, con la palla tra le mani, lo vidi sparire di nuovo.

Sapevo che non lo avrei mai più rivisto, il mio vecchio, che forse aveva raccontato un mucchio di frottole, che forse aveva viaggiato, o forse era rimasto tutto il tempo a New York, in qualche bettola, con legno, cuoio, malto e sudore, chissà, che pure  ascoltavo a bocca aperta, incantato dalla sua passione, ed il dolore fuggiva via, come foglia rapita dal vento.

Quella palla, con le cuciture usurate, sporca di fango e di erba, forse non era la palla della partita del secolo, magari una vecchia palla, rotolata per le strade della grande America, perduta da un bimbo distratto, col poster degli Yankee nella sua cameretta, ma che importa?

Su una cosa mia padre non mentii: quella palla verrà sempre con me, e con lei il sorriso del vecchio Jack, così che nel mio mondo, finalmente, non sarò mai più solo.

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