E fu così che mi ritrovai a Clarksdale, Mississippi, all’incrocio tra le autrostrade 61 e 49, sotto due alberi da cui faceva appena capolino il sole, con silenzio tutto intorno e atmosfera irreale, schiacciato da un peso sul cuore che soffocava la voce ed i pensieri, chiedevo aiuto fra la gente, ma nessuno sembrava curarsi di me, ultimo fra gli ultimi, e passava oltre. Ed allora, senza quasi più speranza, caddi in ginocchio ed invocai il Signore. Gli Dissi, “ Mio buon Signore, abbi pietà ora, se puoi, te ne prego, salva la mia anima…”
Ed il cielo sereno si rannuvolò all’improvviso, divenne plumbeo e scuro, e minaccioso solo come nelle migliorie fantasie bibliche, talmente spaventoso che pensai che un fulmine all’improvviso si sarebbe fatto largo tra le frasche degli alberi e avrebbe colpito il mio capo chino e bum! morto stecchito, cotto a puntino, si, mi dissi, ecco l’espiazione per il mio peccato mortale, in fondo avere un Dio incazzoso a volte non è così male, rapidità d’intervento, garanzia d’esportazione di democrazia, qualche bel missile Cruise ogni tanto, e quant’altro…Ah Dio si auto benedica!
Poi quando credevo che tutto sarebbe finito, ecco che un lampo di fiamme mi si parò innanzi, ed una voce maligna prese corpo in una sagoma d’uomo, scalzo ma elegantemente vestito, scuro di carnagione, con baffi puntuti ed un lungo sigaro in bocca. Sorrideva, divertito, e più mi gurdava e più non riusciva a smettere di ridere, tanto che contagiato risi a mia volta di riflesso. Rimanemmo così per dei minuti, poi d’improvviso al suo schiocco di dita apparvero due poltrone ed una bottiglia di whiskey, mi alzai, col le lacrime agli occhi per il troppo ridere e ne bevvi un poco e subito mi sentii le viscere avvampare. Mi misi comodo, accesi una sigaretta e gli dissi: – Beh, allora non ha funzionato, vero? –
Lui rispose che un patto col Diavolo è un patto col Diavolo, io volevo conoscere i segreti del blues e per contro la mia anima sarebbe stata sua. Un contratto regolare, firmato e controfirmato, comma A, comma B sangue e tutto il resto. Voglio dire la legge è legge, mica uno può andare in giro a cambiare le regole all’ultimo momento, giusto perché ti caghi addosso delle fiamme eterne, questo è delirio di onnipotenza, contravvieni ad una regola, e bam, io di qua io di là, io scomodo il principale lei non sa chi sono io…E non si fa così bello mio, qua bisogna che tutti portiamo la pagnotta a casa eh!. Ed io, agitando la mia folta chioma, bellissimo nei miei 20 anni, ribattei che i tempi erano cambiati e che il blues oramai è una cosa da vecchi, niente groupie, niente feste, niente di niente, non ne valeva più la pena. E poi se non si possono fare le scarpe neanche al Diavolo a chi si dovrebbe farle?. Vidi la sua faccia divenire all’improvviso seria e corrucciata, proprio mentre il mio sguardo cadeva sui suoi piedi nudi, il suono di un’armonica si levò nell’aria fino a quel momento silenziosa.
I miei capelli caddero di colpo, tutti insieme. Totalmente calvo riosservavo il mio scalpo sulla strada polverosa e mi sentii più vecchio. Ti racconto una storia mi disse.
Tutto ebbe inizio a pochi chilometri da qui a Ruleville, Mississippi, in una segheria e piantagione di cotone di 10000 acri, un regno di sangue sudore e lacrime, duro lavoro e niente di più: la Dockery Farm. Qui la gente passava le giornate lavorando china con la faccia rivolta alla bruna terra, piegati dalla fatica e dal dolore, memori del loro essere stati schiavi, rubati alla libertà africana, recuperando pochi nichelini a sacco di raccolto, appena sufficienti per sfamare la famiglia, tornati alle tende con la schiena rotta a consumare poco, pochissimo cibo, per poi dormire e ricominciare ogni giorno da capo. Il bianco del cotone come simbolo, della lunga morbida eppure pungente barba di Dio, che riosservava la sventura dei suoi figli dall’alto, prese corpo in un lamento che trascendeva Dio stesso ed andava oltre, lo spirito che volava ed arrivava dove il corpo non poteva: riconosceva la sofferenza terrena come premio per l’aldilà, con lucida rassegnazione.
Le note blu, la musica dei primi che si abbassava al tono grave e triste degli ultimi, la tensione ora dolce ora amara, un dondolio continuo che sospendeva e sfumava nell’ incertezza, nella varietà, nell’ambiguità. Prima il benjo, poi la chitarra, 6 corde sole, una voce, l’anima e l’infinito intorno.
Ma Dio forse era troppo stanco o troppo occupato per prestare ascolto agli ultimi, a quei figli che avevano osato levare la loro voce disperata fino alla corona degli angeli, forse adirato che con tanta insolenza la voce umana fosse giunta al suo orecchio. E lasciò gli ultimi al suo destino. Fu così che il Diavolo ne approfittò, trasformò gli ultimi in ribelli, la disperazione in un rito orgiastico di vita ed inevitabilità, una fiamma inestinguibile che consumava la vita stessa e la malediceva.
Il blues divenne musica del Diavolo disse.
Mi versai un altro whiskey, bevvi d’un fiato e mi appoggiai allo schienale. Mi passai la mano sul cranio lucido ormai e pensai: beh calvo ma ribelle, farei comunque la mia bella figura. Il primo a cadere nella sua trappola fu Charley, Charley Patton, lo stregone, il juke box umano. Dalle piantagioni di Dockery, fino all’immortalità, lo scricciolo d’uomo che con Willie Brown incendiò lo stato del Mississippi con l’incantesimo del Blues. Fu facile mi disse, Charley bruciava di vita e di musica prima ancora che il suo occhio malefico si posasse su di lui. Un mezzo sangue bianco, nero e cherokee, un giovane sciamano di culti pagani ormai perduti, un dio dell’eccesso, un Dioniso perduto nello scorrere lento del fiume, proprio come Jimbo, un predestinato.
Anche Morrison gli chiesi, anche lui era vittima dei suoi sortilegi?
Placido mi rispose che l’amore di Jim Morrison per il whiskey ed il blues era immenso, quasi quanto il mio. M’accorsi solo il quel momento con estremo spavento che avevo vuotato la bottiglia, sorso dopo sorso. E più bevevo più sentivo stretto ed inadeguato il mondo che mi si cuciva addosso. Più la mia gola avvampava più il mio spirito pressava per uscire e distaccarsi dal corpo, come se da un momento all’altro avessi dovuto vomitare la mia anima. Chiesi dell’altro liquore e fui accontentato.
Charley aveva un potenza vocale incredibile, quando cantava la gente poteva sentire la sua voce roca fino a grande distanza, un urlo di vita che riecheggiava nelle pianure dell’america del sud. Quando suonava poi era uno spettacolo, più di Jimi, la chitarra sotto le ginocchia, dietro la testa, con un’intensità tale da sbalordire ed appassionare una nuova moltitudine di anime proselite.
Lui e quel puritano bacchettone di Willie Brown, fecero il suo gioco, il gioco del Diavolo. E rise fragorosamente. Perché è questo che fa il diavolo, commercia anime, le strappa al monopolio prima che possano ascendere al Leggittimo proprietario, un regno di dannati costruito sull’inganno ed apparenza. Anche Jimi dissi, anche Hendrix tra le sue grinfie. Già, proprio lui, che voleva libertà di amare, suonare e vivere, aveva un gran bell’arnese del mestiere Jimi, che era mancino, un suo prediletto diceva il Diavolo, come non ne aveva trovati da lungo tempo, dai tempi di Niccolò Paganini, un’altra sua creatura.
Il diavolo è mancino, subdolo e suona il violino.
Mi stavo ancora interrogando sulle dimensioni del pene di Paganini ed ecco che il Diavolo riprese a parlare. Buttai giù un altro sorso. Alla Dockery la febbre del blues aumentò sempre più. Ci fu un ragazzino, Bob, al secolo Robert Johnson, che lavorava infaticabile nei campi e amava sua moglie Virginia, e più di tutto amava il blues, alla follia, al punto da non capire perché non riuscisse a suonare come Charley e Willie, a non capire perché il suo istinto non fosse tecnica sopraffina, perché la chitarra non vibrasse poderosamente d’inquietudine come la sua anima. C’era potenziale disse il Diavolo, c’era solo bisogno di una spintarella.
Fu così che si prese la vita di sua moglie Virginia e del loro figlioletto che portava in grembo, durante il parto. Nella follia del dolore, Bob divenne un vagabondo. Sparì e lasciò dietro la sua vecchia e retta vita, portandosi con se la sola chitarra. Ma la disperazione gli covava dentro ed alimentava un oceano blu di tristezza che non riusciva a contenere. Bob era disposto a tutto pur di vomitare la notte blu dentro di lui.
In un cimitero abbandonato si incontrarono Bob e Il Diavolo, questo sotto le sembianze di un vecchio chitarrista, Ike Zinnerman, che suonava il suo blues tra le tombe. Bob gli chiese di imparare il segreto della chitarra blues, il diavolo chiese la sua anima, ed il patto fu stretto.
Fu un grande affare, disse il Diavolo. Quando tornò nel mondo Robert suonava con una furia e naturalezza devastanti, il suo blues si imponeva sopra agli ascoltatori come un macigno, un peso incrollabile, una tensione così densa da non poter essere sopportata. Lo stesso Charley era stupefatto, quel ragazzino aveva venduto l’anima al diavolo per suonare così, diceva. I giovani bluesman che lo ascoltavano sentivano l’imbarazzo di tanta maestria e fuggivano, spaventati. Un blues talmente bello da risultare insopportabile, oltre l’umana percezione.
Tra pinte di whiskey e donne lascive, la fama del Blues del Diavolo si sparse nel mondo. La notte si suonava in un locale, si dormiva vicino alle ferrovie, all’aperto, sotto le stelle, e l’indomani, chitarra in spalla, si saliva sul primo treno, diretti chissà dove, fino al prossimo locale, la prossima notte, il prossimo concerto. E se gli chiedevi – Bob dove andiamo? -, lui non ti rispondeva, girava il capo verso le pianure d’america che scorrevano via veloci. Il dove non era importante, quasi quanto il perché.
Anche Bob, come me, cercò di salvarsi dal patto fatale col Diavolo. Quando il dolore si consumò e lasciò posto alla paura per la sua anima, venne qui, all’incrocio di Clarksdale, ed in ginocchio invocò Dio per la salvezza dell’anima sua, ma per quanto forte ed intensamente pregasse, non ebbe alcuna risposta. Fu allora che si rese conto di essere dannato, per sempre, abbandonato alla sua debolezza di uomo e dei ricordi dolorosi.
Perché un patto è un patto disse Il Diavolo, ed ogni conto va sempre pagato.
E a Three Forks, Mississippi, nel 1938, Il Diavolo reclamò il suo pagamento. Per mano di un marito geloso della giovane moglie, affascinata dal blues di Robert Johnson, avvelenò una pinta di whiskey, che il bluesman bevve avidamente tutto in un sorso. Dopo tre giorni di agonia e solitudine Robert Johnson morì e pagò il suo tributo al Diavolo. Non ci fu nessun intervento medico, neanche per stilare il certificato di morte, ed il corpo di Bob fu gettato anonimo nella fossa comune della Zion Church, Greenwood, Mississippi.
Morì l’alfiere del Blues, non la sua fama. Ed il Diavolo esplose in una grassa risata, mentre tutto intorno il paesaggio sembrava scosso da un terremoto. Ebbi paura, versai un altro cordiale, poi mi fermai e lo osservai attentamente.
Non è che hai avvelenato anche questo? gli chiesi. E lui, compiaciuto, rispose di no, che non mi dovevo preoccupare, che non era ancora tempo di saldare il conto.
Riempii il bicchiere fino all’orlo e lo vuotai d’un fiato: questa è per te Bob, ma anche un po’ per me.
Senza Robert, il Diavolo disse, tutto si fece più difficile, ma la fede e la devozione verso il Blues uscì fuori dal Delta del Mississippi, e arrivò dappertutto. Ed il suo inganno non svanì ancora, ma mutò, divenne subdolamente più evoluto, come se fosse sfuggito al suo controllo, ma non era così, affatto.
Con Johnny Lee Hooker, adepto anche lui della Dockery Farm e di Charley Patton, l’anima blu arrivò fino a Detroit. La musica divenne parlato, preghiera, una lunga ed affannosa predica, cadenzata dal ritmo del blues, ripetitivo e incisivo, fatto da accordi unici ed ipnotici.
Con Skip James il blues conquistò Philadelphia, alle porte del cuore dei diritti degli uomini ed ex- regno dei dittatori bianchi, un figlio di pastore cattolico che trovò nel blues l’occasione unica per esprimere il dolore e gli affanni della Grande Depressione, del tempo di vacche magre per tutti e a maggior ragione per chi le vacche non le aveva mai viste.
I tempi duri sono già qua e dovunque tu vada, più di quanto lo siano mai stati. La gente non potrà trovare il paradiso, e non m’importa di dove andrà. Questi tempi bui ci stanno uccidendo e muovono la solitudine dei vagabondi.
Con Blind Willie Johnson, il blues crebbe in Texas. Un vero monaco, figlio di Dio in persona, fedele ai suoi precetti nonostante tutto. Il Diavolo diceva che il piccolo Willie desiderava ardentemente diventare un predicatore, un ministro di Dio. Ed amava il blues alla stessa maniera, costruì la sua prima chitarra con una scatola di sigari. Tutto questo il diavolo non poteva sopportarlo: il blues, la musica dell’inquietudine, del ribelle, dell’uomo e la sua disperazione abbandonato da Dio e da tutti, diventare fede e devozione, passare alla concorrenza insomma.
Gli affari sono affari disse. Loro hanno il soul e il gospel, si vogliono prendere anche il jazz ( meno male che aveva ancora l’eroina dalla sua parte), che? si vogliono prendere anche il blues? Eh no eh! Qua il business è il business. E per dispetto ci volle mettere lo zampino.
Fu così che il piccolo Willie fu accecato durante una furiosa lite tra suo padre e la matrigna per motivi di infedeltà coniugale, con un pugno di liscivia. Faccia e occhi vennero corrosi. Da allora fu Blind Willie e cantò la sua disperata devozione in strada, come un vagabondo qualsiasi, per il sollazzo di quel diavolaccio che se la rideva ancora adesso.
Vuotai un altro bicchiere, agli occhi di Willie stavolta, che si chiusero troppo presto al mondo per riosservare il blu intenso che ci portiamo dentro.
Al che quasi ubriaco, chiesi impertinente: e a Second city, la città del vento, a Chicago, come ci sei arrivato?
Ed ecco una nuova risata fragorosa. Tutte queste risate cominciavano a darmi sui nervi, mi urtavano sulle tempie come un martello pneumatico. Affondai nella poltrona ed accesi un’altra sigaretta.
Col lupo ed il fango! Disse, un vero colpo di fortuna… Muddy Waters e poi Howlin’ Wolf, all’anagrafe Chester Burnett.
Muddy era un fenomeno: gli bastarono qualche dollaro, un po’ di whiskey e qualche puttana per diventare come Robert Johnson, tale e quale, vittima conclamata del suo stesso poderoso ed incredibile Blues. Muddy si chiamava così perché sin da piccolo sguazzava nel fango del fiume Mississippi, il fiume che lava l’America. Era un bel tipo. Da piccolo, dopo la morte della madre abitò a Clarksdale con la nonna, e qui ebbe modo di conoscere il blues. Giovanissimo andò a sentire Robert Johnson suonare di fronte ad una drogheria di Friars Point, Mississippi, e rimase spaventato dalla furia istintiva del blues di Bob. Ma qualcosa attecchì in lui, disse il diavolo.
Il germe della follia del blues si impossessò di lui, lo consumò, lo fece talmente grande da distruggerlo. Rinnovò la potenza musicale del genere con le chitarre elettriche e gli amplificatori, il suono si fece più intenso, vibrante, avvolgente, talmente suadente e affascinante da diventare irresistibile. Il blues stava dando voce anche alle perversioni dell’uomo.
E non era da meno neanche Chester Burnett, il lupo ululante del blues, il toro, il bigfoot, un uomo imponente tanto quanto il suo modo di cantare, potente, sensuale e profondo. La voce di Wolf trasudava sesso, le donne impazzivano divise tra la chitarra di Muddy e gli acuti di Chester. Per questo i due si odiavano, in eterna competizione tra chi dei due fosse il re di Chicago.
Il blues stava diventando rock. La maledizione mutava di genere, ma non di intensità. Il diavolo attraversò l’oceano e arrivò fino alle orecchie della vecchia Europa. Non era più un’affare di afroamericani, non solo perlomeno.
Arrivarono Chuck Berry, Little Richard e Willie Dixon, il blues ed il rock divennero incontrollabili, un epidemia intercontinentale che si sparse improvvisamente in ogni angolo dell’orbe terracqueo. Affari d’oro disse il diavolo, uno dei periodi più esaltanti.
Cominciò a comprare anime a pacchetti convenienza. Faceva il 3×2. 3 top ten billboard al prezzo di due anime. C’era anche chi si vendeva l’anima del nonno per fare volume.
Cominciarono ad arrivare a Chicago, fin giù nel delta del Mississippi, a Clarksdale, gruppi e gruppetti di giovanotti bianchi, capelloni e sbarbatelli che volevano imparare i segreti del blues.
Arrivarono Mick Jagger, Charlie Watts, Brian Jones, un altro suo prediletto disse il diavolo, e Keith Richards l’immortale, che lui aveva provato ad ammazzare alle isole Fiji, ma non ci era riuscito. Un osso duro mi confidò. Arrivarono I Rolling Stones.
Arrivarono Ginger Baker, con le sue rughe millenarie, Jack Bruce ed Eric Mano lenta Clapton, a cui il Diavolo prese il figlioletto Conor, pari pari a Bob , per incatenarlo alla maledizione del blues. Arrivarono I Cream.
Arrivò Jimmy Page, quell’ altro diavolaccio impunito, che vendette l’anima di tutti i suoi compagni, da John Bonzo Bohnam, fino a Robert Plant e suo figlio e alla sobrietà del povero John Paul Jones, fino a quel momento astemio e candido come un chierichetto, poi satanasso della bottiglia. Persino il Diavolo si dispiacque e gli fece uno sconto comitiva, risparmiando la vita almeno a Robert Plant. Arrivarono i Led Zeppelin.
Ed il blues da introspezione divenne spettacolo, venne consumato dalle fiamme del rock, che diventava rabbia, esibizione, celebrazione di potenza e magnificenza dell’uomo, della sua gioventù e della sua immortalità.
L’urlo e la dannazione divennero così forti che il Diavolo gongolava di cotanta blasfemia. Il blues venne snaturato ed impoverito ma tant’è, gli affari sono affari e ancora oggi andavano a gonfie vele a distanza di tanti anni. Gente che svendeva l’anima per imparare anche mezzo assolo, un arpeggio, una mezza scala pentatonica su cui costruirci una carriera da musicista maledetto, come me del resto, una miniera inesauribile di poveri dannati. Presi l’ultimo sorso di whiskey e mentre deglutivo vidi scorrere dietro il volto sghignazzante del Diavolo tutte le facce delle persone circuite e dannate dal blues, il loro occhi rassegnati, perduti nel blu dove il blu è più profondo, nel dolore dove il dolore è inconsolabile, nella tristezza il cui potere è incontrastabile.
E dissi “ Ok, Diavolo, hai vinto…” E lui tutto soddisfatto si fregò le mani e disse “ Bene-bene-bene, d’altronde un contratto è un contratto e va rispettato, tutti bisogna portare a casa la pagnotta eh! Sei stato ragionevole, mi sei costato tre bottiglie, ma tant’è! ne è valsa la pena alla fine.”
Ancora una cosa, dissi, ma in sto contratto sono previsti versamenti di contributi previdenziali?
Ed il diavolo offeso rispose” Eh no eh! Qua è tutto rigorosamente in nero, non scherziamo”
E se chiamo la finanza? Proposi sornione. Io ti faccio astemio rispose lui. Fu così che seppi con certezza che la mia pensione sarebbe stata un Inferno. You got to go to the lonesome valley.