L’artishta mancato

E’ dura non poterti parlare, o non riuscire a parlarti che poi è la stessa cosa, come un’intera catastrofe naturale racchiusa in una crisalide di imbarazzo, pronta, pungolata, zac-zac-zac, ad ogni minuto, ora, giorno, sempre uguali, pisciati controvento. Non è facile incontrare i tuoi occhi, che quasi di inconsapevole destino si tratta, di non poter sfiorare per un attimo il concreto, la creazione, la soddisfazione ultima del compiere. Solo a parlare di parole, come un sogno di un sogno, senza il brivido della Sostanza, rimane solo una delle tante forme, pur perfetta.

E fu controluce, tra i contorni del buio, che un giorno, non lontano mi dico per questo, che nulla è ricordo se non è ancora accaduto, ti cercavo febbrilmente tra stuoli di giuovani affamati di bellezza, tosti a ravanare tra i rifiuti dell’immaginazione, per essere pronti, meritevoli, “allonzanfandelapatrì” impettiti, ad un nuovo spettacolo di sagome ed ombre, nel bosco di addobbi natalizi e trac-trac-trac- trascinati umori trasognati di verginale indifferenza. E lì potevi vedere tutti, faccia dopo faccia, gli speranzosi cavalieri consumati dall’attesa, nell’umidità di una provincia mai troppo lontana, riferirsi e complottarsi ad un unico piatto di sudicio ed immorale conformismo, decantarsi creativi, propositivi, costruttivi, mentre una cagna latra a tratti su note messe a caso, ed un muro di schiene giustapposte sotto il tuo naso ad impedirti la visione dello scempio, della blasfemia ultima, del travestire da cultura l’ennesimo moto di imperizia, tessere lodi di chi pur fa, se lo fa, ma con indubbia malavoglia.

Fu per l’anima delli mortacci loro che ti venni a cercare, nella cantinaccia delle virtù nascoste, perchè ero stanco del silenzio e dei cigolii del mio cervello, di quell’inutile immobilità pur dovuta agli incapaci, stanco di non incrociare più il tuo sguardo, che liquido dondola su zeppe di sughero e pantaloni attillati, e che gran culo mia cara, che eccezionale visione di ispirazione per tutti noi poveri pervertiti di idee, un gran gusto di tornare a quella violenta leggerezza del passato, per cui divoravamo strade, ponti e miglia e miglia, solo per stare al tuo fianco. Una forza della natura.

Tu non c’eri ancora e mi lasciasti all’imbarazzo di piccoli topolini artishti che si producevano nell’apologia del fallimento, quello altrui, gli sguardi tristi di impegno profuso a casaccio, che per carità, i buoni cristi che sacrificano il tempo alla tua causa ci sono sempre, ma sono costantemente circondati dalla manifesta incapacità di poveri illusi che credono  di sapere, che credono di volere, che credono di andare, oltre. E me ne dispiaccio. Un tuffo inconsapevole contro le onde.

Eccoli tutti schierati, c’è il poeta passeggiatore, tutto profuso in scenette di teatro di prosa, immerso nell’improrogabile impegno della brillante e continua creazione, per poi sciogliersi fuor di ogni dubbio alla distrazione di una coscia tacco dodici. Più in là il ghigno moralista dell’immoralizzatore, colui che attrae, come profeta anni ’80, un mare di pecore affascinate all’idea di una pala di fico d’india avvolta in scheda nulla di furono referenda costituzionali, e già serviti in colapasta di acciaio cromato di finissima fattura. E se povero coglione chiedi loro perchè, ti rispondono che è la storia, questa sconosciuta, a parlare per loro. La storia poi, ché il passato è una scurreggia che si porta via il vento, quel che conta, qui, ora, è che c’è una puzza da morire.

Poi ci sono gli animi sensibili, quelli che quando una formica muore non perdono tempo a prodursi in lunghe e lamentose litanie di dolore, sofferenza e mancanza di fregna. Sono blu, sono indie, sono inadeguati, alternativi, sono ribelli da salotto, rivoluzionari dell’amaro Montenegro, espressione di culture trasversali dai tavoli di un bar, propugnatori di bellezza dal podio di altissime montagne di sterco di vacca.

Si sentono amati, odiati, invidiati, ammirati, assurti al rango di  condottieri alternativi, realizzati, compiaciuti, soddisfatti, artishti. Ché poi il vero artista è insoddisfatto, tutti gli altri sono arrapati. Perseguitati per il loro credo, fede, personaggio, vittime di paranoie altrui, che per carità come fai a non stare scomodo di fronte alla purezza delle tue idee? Angeli, eroi e poi ancora martiri di un’eccellenza che non sfiora voialtri stronzi. Come dar loro torto.

Poveri e pur ricchi di spirito, li vedevi tutti insieme discutere ed acclarare, come principi e principesse di un regno che non è mai stato, mentre un genuino conato di vomito populista tornava imperioso a refluirmi in gola. Come darmi torto.

Poi sei finalmente arrivata, dal nulla di stanze vuote fino al centro dell’accolita di rancorosi eletti, e ho giurato di vedere un sorriso sul tuo volto. Ho ripensato a tutti i momenti in cui mi hai sorriso, in cui ti sono stato così vicino da poterti sfiorare, da sentire il tuo respiro contro il mio, mia cara Arte, musa, amica, amante.

Ti ho visto allargare materna le braccia, alludere alla congrega dei tuoi adepti e invitarmi a farne parte, che oggi tu sei così, di fascino imprevidibile ed estremo manco-li-punk, e Dio solo sa se per un attimo non ho pensato di annullarmi tra le tue braccia, di cedere alle tue lusinghe maliarde, di confodermi sogno nel sogno, a parlar di parole.

Con un gesto del cappello ho salutato e girato i tacchi e sono scomparso nella notte anonima del buco del culo del mondo. Che dare Sostanza alla Forma è di irresistibile bellezza, ma non è che ci si può mischiare tra cialtroni. Eccheccazzo.

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